Segui Kritica su Google
Aggiungi Kritica tra le tue fonti preferite.
Il fatto che il funerale di un leader politico si svolga anche in un Paese diverso da quello che governava dice molto dei rapporti tra i due Stati coinvolti. Nel caso di Iran e Iraq, la tappa del funerale della Guida Suprema Ali Khamenei a Najaf e Karbala, lo scorso 8 luglio, ha assunto un significato che va ben oltre la dimensione religiosa.
Accolto da milioni di fedeli e dalle principali autorità dei due Paesi, tra cui il presidente iraniano Masoud Pezeshkian e il primo ministro iracheno Ali Al-Zaidi, il feretro ha attraversato le due città sante dello sciismo – Najaf ospita il santuario dell’Imam Ali, cugino e genero del Profeta Maometto e primo Imam dell’Islam sciita. Karbala, dall’altro, ospita i santuari dell’Imam Hussein e di suo fratello Abbas, la cui morte nella battaglia di Karbala rimane l’evento determinante dell’identità religiosa sciita. Portando la salma di Khamenei in questi luoghi simbolo, Tehran ha voluto rafforzarne l’immagine di difensore dell’eredità religiosa e, al tempo stesso, riaffermare il proprio ascendente politico sull’Iraq. Un messaggio rivolto anche agli Stati Uniti, impegnati da tempo a ridurre l’influenza iraniana nel Paese e che proprio nel giorno delle esequie in Iraq, sono tornati a bombardare il territorio iraniano, facendo così naufragare il già fragile cessate il fuoco tra Washington e Tehran.
Le ripercussioni della guerra sull’Iraq
Tra tutti i Paesi coinvolti nell’ultima guerra scatenata da Usa e Israele contro l’Iran, l’Iraq è l’unico ad aver subito attacchi da tutte le parti senza poter reagire. È accaduto quando le milizie irachene Hashd al-Sha’bi (PMU, con il loro acronimo anglofono), sostenute dall’Iran, hanno colpito sia obiettivi nei Paesi del Golfo che nel Kurdistan iracheno, che ospitare basi statunitensi e gruppi curdo-iraniani che all’inizio del conflitto il presidente Trump sembrava aver convinto ad allearsi contro Tehran.Ed è accaduto anche con l’attacco israeliano del 17 maggio che ha ucciso Awad Al-Shammari, un pastore della provincia di Anbar che aveva segnalato la presenza di due basi militari segrete delle IDF, creando forte imbarazzo al nuovo governo di Baghdad.
Finora il conflitto ha causato oltre 120 morti e centinaia di feriti, ma a preoccupare Baghdad sono soprattutto le conseguenze economiche. Per un Paese che ricava il 90% delle entrate pubbliche dalle esportazioni di petrolio, la chiusura dello Stretto di Hormuz (principale hub di esportazione per l’Iraq) ha fatto crollare la produzione di greggio: da 4,3 milioni di barili al giorno a inizio anno a circa un milione a maggio. Ed è in questo difficile contesto che il 14 maggio veniva ufficializzata la nomina di Ali Al-Zaidi, il più giovane primo ministro della storia dell’Iraq, che non ha mai avuto incarichi istituzionali ma che tuttavia è un navigato esperto del sistema politico ed economico iracheno. Imprenditore di successo, con incarichi controversi in diversi consigli d’amministrazione di aziende, TV e banche private, il suo nome è emerso come candidato di compromesso, accettabile tanto per Washington quanto per Tehran.
Un sistema politico ancor più fragile dopo il 7 ottobre
Può sembrare un paradosso: due Paesi in guerra, d’accordo sul primo ministro del Paese che bombardano a vicenda. In realtà è il riflesso dell’ordine politico nato dopo l’invasione statunitense del 2003, fondato su un fragile equilibrio confessionale. Pur non previsto dalla Costituzione, è ormai prassi che il presidente della Repubblica sia curdo, il primo ministro sciita e lo speaker del Parlamento sunnita. Una ripartizione che, dopo ogni elezione, produce lunghi stalli risolti solo quando i vari partiti, così come le principali potenze esterne, trovano un’intesa sui nomi.
È accaduto anche dopo le elezioni del novembre 2025, segnate da una partecipazione molto bassa: l’affluenza reale, al di là dei risultati ufficiali, è stata circa del 40%, confermando la crescente sfiducia della popolazione verso il sistema politico scaturito dalla famigerata operazione Iraqi freedom del 2003. Dinamiche analoghe si osservano nella regione semi-autonoma del Kurdistan iracheno: a venti mesi dalle elezioni regionali del 2024, il Partito Democratico del Kurdistan e l’Unione Patriottica del Kurdistan (che tradizionalmente si dividono il potere nella regione curda, secondo un accordo che mise fine alla guerra civile tra i due (1992-1996) – non sono ancora riusciti a formare un nuovo governo.
Dopo il 7 ottobre 2023, la guerra in Palestina e le sue ripercussioni regionali hanno reso ancora più evidenti le fragilità di un sistema politico ed economico che continua ad avere ben poco di sovrano. Baghdad è stata costretta a continui equilibrismi diplomatici per evitare un’escalation. Come nel 2024 dopo l’attacco di Kata’ib Hezbollah alla base statunitense di Tower 22, al confine tra Giordania, Siria e Iraq, cui Washington rispose bombardando postazioni della milizia e provocando tensioni interne sui rapporti con tra Baghdad e Amman. Poco dopo, l’attacco delle Guardie rivoluzionarie iraniane a Erbil contro il presunto rappresentante del Mossad in Iraq mise in luce i rapporti tra il governo regionale curdo e Israele. Nel giugno 2025, infine, la guerra dei dodici giorni tra Iran e Israele trasformò ancora una volta l’Iraq in un campo di battaglia, con i cieli attraversati indisturbati dagli aerei delle parti in conflitto.
Quale “nuovo Iraq”?
A due mesi dall’insediamento, il governo Al-Zaidi ha già capito che il suo mandato non sarà facile. Lanciando una vasta campagna anticorruzione, il primo ministro ha promesso un “nuovo Iraq”, con armi e potere riportati sotto il controllo dello Stato.

CREDITI: Ufficio del Primo ministro iracheno.
Con oltre 60 funzionari arrestati, 47 dei quali di alto livello, e più di 150 milioni di dollari sequestrati, si tratta della più ampia operazione anti-tangenti della storia del Paese, che ha nella corruzione uno dei suoi più grandi problemi (negli ultimi 20 è stato stabilmente agli ultimi posti delle classifiche di Transparency International). Per quanto sia prematuro dare un giudizio a questa operazione, sia tra cittadini che analisti ci si chiede se questa mossa rappresenti un reale cambio di rotta oppure una risposta alle pressioni di Washington, dove Al-Zaidi si è recato il 14 luglio per una visita ufficiale dall’alto valore politico ed economico.
Per quanto riguarda il primo aspetto, il presidente USA Donald Trump ha candidamente ammesso di avere avuto un ruolo decisivo nella nomina di Al-Zaidi come primo ministro. Complimentandosi erroneamente con Al-Zaidi di essersi aggiudicato “elezioni che nessun altro avrebbe vinto” (come detto in precedenza, l’attuale primo ministro non ha mai avuto incarichi politici né ha mai partecipato ad elezioni), Trump ha anche anticipato il raggiungimento di un nuovo accordo economico tra i due Paesi. “L’Iraq ha molto, molto petrolio, e faremo molti accordi”, ha sottolineato, non risparmiandosi battute sull’influenza iraniana in Iraq, alle quali Al-Zaidi, in vistoso imbarazzo, ha diplomaticamente declinato di rispondere, ben conscio della delicatezza dell’altro tema caldo da affrontare durante la sua visita.
Ovvero il dossier sul disarmo delle PMU e sul loro reintegro nell’esercito, sul quale Washington preme molto, addirittura arrivando a trattenere il flusso di denaro verso Baghdad. Fino ad ora solo tre gruppi hanno accettato di deporre le armi entro la scadenza prefissata da Al-Zaidi al 30 settembre. Per contro, le fazioni più vicine all’Iran, come Kata’ib Hezbollah, hanno respinto la proposta, protestando anche contro la visita del primo ministro negli USA, vista come “un tentativo di commerciare la sovranità”. Da questa misura politico-militare, va sottolineato, restano tuttavia escluse le milizie dei principali partiti curdi, che continuano a mantenere proprie forze armate.
Di nuovo colta nel mezzo di una guerra non sua, l’Iraq resta dunque un Paese in cui sembra difficile poter immaginare qualcosa di “nuovo” come promesso da Al-Zaid. Sullo sfondo di una crisi climatica i cui effetti colpiscono popolazione e natura già da diversi anni, ad oggi, ancora circa un milione di cittadini sono sfollati interni dal 2014, anno in cui dalle ceneri del caos generato dall’invasione degli Stati Uniti e la guerra civile in Siria emerse l’ISIS (Stato islamico di Iraq e Siria), a cui vanno aggiunti 180mila rifugiati siriani che ad oltre un anno dalla fine del regime Assad non hanno ancora fatto ritorno nel loro Paese.
Eppure, nei mesi scorsi, gli iracheni hanno offerto un’immagine diversa del Paese attraverso lo sport. La nazionale maschile si è qualificata ai Mondiali dopo 44 anni, ironicamente in un torneo ospitato anche dagli Stati Uniti. Le celebrazioni, in patria e nella diaspora, insieme all’entusiasmo di una squadra composta da una generazione cresciuta tra guerre e occupazione e rappresentativa delle diverse comunità del Paese, raccontano meglio di molte analisi il desiderio di normalità di una popolazione che da oltre mezzo secolo vive tra dittature e conflitti, smentendo l’immagine troppo semplicistica di un Iraq irrimediabilmente diviso.

In fondo, attraverso ben altre forme di mobilitazione sociale che non ha avuto precedenti in Iraq, è quanto chiedevano milioni di iracheni, soprattutto donne e giovani, durante le proteste dell’ottobre 2019, di cui purtroppo oggi rimane ben poco.
Al grido di “nurid watan” (“vogliamo una patria”, dall’arabo), le persone chiedevano proprio la fine del divisivo sistema confessionale, della corruzione, delle influenze esterne. Per avere diritti, libertà, futuro. Richieste di un “nuovo Iraq” che aspettano ancora risposte.
© Kritica – Riproduzione parziale consentita (non più di metà articolo) citando la fonte e inserendo il link all’inizio.




