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Riceviamo e volentieri pubblichiamo un contributo di Davide Castiglione, docente di di linguistica e letteratura all’Università di Vilnius, in Lituania.
Fra il 27 novembre 2025 e il 29 gennaio 2026, io e alcuni colleghi da varie università del Regno Unito abbiamo tenuto un corso di scrittura creativa a distanza per sedici studenti dell’Università Islamica di Gaza (IUG). Il contributo che segue offre un resoconto di questa esperienza e s’interroga su alcuni limiti strutturali e politici dei nostri atenei, sull’importanza di collaborare strettamente con docenti e studenti palestinesi, nonché sulle implicazioni politiche che emergono già in fase d’ideazione di un corso. L’auspicio è che esperienze analoghe possano moltiplicarsi per opporsi con forza allo scolasticidio in corso a Gaza, spiegato bene su Kritica in questo articolo di Raffaele Oriani. Le stesse infrastrutture della IUG sono state danneggiate o distrutte fino al 95% del totale, secondo stime riportate dal Guardian.
Un inizio accidentale e i limiti istituzionali che rivela
Luglio 2025: sono a Birmingham, alla cena conclusiva di una conferenza di linguistica e poetica. Orecchiando una conversazione tra colleghi m’imbatto nell’esistenza di un’iniziativa chiamata Hope and Healing in Gaza (Speranza e guarigione a Gaza). L’iniziativa, nata nell’Università di Nortumbria (qui la pagina dedicata), è culminata nell’offerta formativa dello stesso corso TESOL (Teaching English to Speakers of Other Languages – insegnamento dell’inglese a chi parla altre lingue) sia agli studenti locali di Newcastle che a quelli palestinesi dell’Università Islamica di Gaza (IUG).
Se non avessi partecipato a quella cena, o se mi fossi seduto a un altro tavolo, probabilmente non avrei mai saputo di Hope and Healing in Gaza e non avrei insegnato quel corso. A luglio 2025 il genocidio dei palestinesi era già in corso da quasi due anni, eppure nessuna iniziativa d’insegnamento solidale era stata diffusa tramite canali ufficiali. Sappiamo che le università sono corresponsabili di questa situazione, sia per inazione che per diretta complicità: quella di Vilnius (Lituania) dove lavoro, mantiene ancora saldi legami di vario tipo con le università israeliane, come ha di recente denunciato il collettivo studentesco Vilnius University Students for Palestine.

Anche quando non sono direttamente parte in causa della repressione delle proteste nei campus in solidarietà con la Palestina (come riassume, tra gli altri, questo articolo su The Guardian in riferimento a Stati Uniti, Regno Unito, Germania, Francia, Italia), le università pubbliche tendono ad allinearsi agli indirizzi dei governi di riferimento, dai quali il proprio budget dipende in buona parte: secondo un rapporto dell’OECD dell’anno scorso, infatti, “i governi sono la fonte principale per l’educazione in tutti i paesi OECD” (trad. dall’inglese mia). Nel caso specifico dell’istruzione universitaria, le percentuali sono del 56.3% per la Lituania, a fronte di una media OECD addirittura del 71.9%. Non sorprende, dunque, che spesso gli atenei non abbiano né l’interesse né il coraggio di agire in maniera autonoma e se necessario divergente rispetto ai governi di riferimento. Si amministra lo status quo, insomma, trattando la soppressione del diritto all’istruzione altrove come irrilevante, come se tale diritto – che dovrebbe essere unico, indivisibile e universale – non fondasse le stesse università e il loro (nostro, per me che ci lavoro) capitale simbolico. Questa inerzia, questa diffusa mancanza di iniziativa e autonomia ha avuto l’effetto di far ricadere sulle spalle dei singoli – o di gruppi volontari organizzati ma dichiaratamente non istituzionali quali il Gaza Knowledge Project, di cui sono venuto a conoscenza solo di recente – l’onere di ogni iniziativa di solidarietà, dandole un carattere frammentato e quasi carbonaro. Il limite istituzionale è un limite strutturale e politico: è il limite dentro il quale ci troviamo ad agire, e restringe dal principio il raggio d’azione e di conseguenza anche l’estensione del cambiamento.
Questa inerzia ha fatto ricadere sulle spalle dei singoli – o di gruppi volontari organizzati ma dichiaratamente non istituzionali quali il Gaza Knowledge Project – l’onere di ogni iniziativa di solidarietà, dandole un carattere frammentato e quasi carbonaro. Il limite istituzionale è un limite politico: è il limite dentro il quale ci troviamo ad agire, e restringe dal principio il raggio d’azione e dunque l’estensione del cambiamento.
Verso il corso: incontri preliminari e altre iniziative solidali
Pochi giorni dopo la conferenza, ricevo un’email da Bill Guariento, uno degli ideatori di Hope and Healing in Gaza, e ci organizziamo per conoscerci in videoconferenza. Dovrò attendere fino a inizio settembre quando Bill e altri indicono una videoconferenza ufficiale, alla quale partecipiamo in una quindicina. Le università a cui siamo affiliati – ma che non rappresentiamo ufficialmente – sono quelle di Newcastle, Glasgow, Durham e Vilnius. Una dei partecipanti, Grazia Imperiale, presenta il progetto LINEs4Palestine che, maniera analoga a Hope and Healing, si è concretizzato in seminari laboratoriali online che spaziavano dalla stesura di un progetto di ricerca al ruolo dell’intelligenza artificiale nell’insegnamento delle lingue (per approfondire, clicca qui e qui). Questi e altri temi, è importante sottolineare, sono stati proposti dagli studenti gazawi: se i discenti fossero stati trattati come utenti bisognosi anziché come protagonisti, l’insegnamento sarebbe scivolato in un attimo dalla solidarietà alla carità. Come per Hope and Healing, l’esperienza di LINEs4Palestine non è nata nel vuoto: la squadra di lavoro aveva già collaborato, a livello istituzionale, con colleghi gazawi nel decennio precedente. Questo ci ricorda che la solidarietà non s’improvvisa, ma si nutre della messa in comune di pratiche e conoscenze che si affinano nel tempo.
A questo incontro ne è seguito un altro a cui ha preso parte Nazmi Al Masri, il docente dell’Università Islamica di Gaza con cui avrei collaborato di lì a poco. L’obiettivo di questo incontro è stato più pragmatico: Nazmi ha sottolineato l’importanza di offrire agli studenti di anglistica anche corsi in legge, giornalismo e media che possano aiutarli a ottenere borse di studio all’estero. Fra i corsi che potevo offrire io, quello di scrittura creativa mi è sembrato il più adatto, poiché per sua natura mette al centro l’esperienza e l’iniziativa degli studenti.
La mia proposta di adattare il mio corso di scrittura creativa per gli studenti di Gaza deve essere piaciuta a Nazmi, che pochi giorni dopo mi ricontatta. Nonostante le privazioni e la distruzione tutt’intorno, Nazmi mi trasmette da subito una carica propositiva travolgente e una fiducia difficile da descrivere ma palpabile: punto d’incontro fra la sua autentica vocazione pedagogica e il Sumud palestinese. Nazmi mi propone sedici studenti, tra i migliori secondo una serie di parametri elaborati da lui stesso; insiste su esiti concreti per motivarli – per esempio, la possibilità di farli pubblicare, meglio se remunerati; mi raccomanda di scrivere una lettera di presentazione e un prospetto del corso; mi avverte che uno degli studenti è ipovedente, e mi spiega come adattare i materiali di conseguenza; mi elenca le piattaforme online che useremo: Zoom, Padlet, WhatsApp – la prima per le lezioni, la seconda per condividere i materiali, la terza per le comunicazioni di tipo logistico. Prendo appunti e già mi sembra di essere io il primo beneficiario del corso: non ricordo d’aver ricevuto un training così puntuale e accelerato prima.
Il corso
Il corso constava di otto lezioni seminariali settimanali. Cinque le ho insegnate io; altre due sono state condotte rispettivamente da Helena Goodwyn e Joanne Clement, entrambe dall’Università di Nortumbria; l’ultima lezione, alla quale ho partecipato anch’io, è stata condotta da Richard O’ Brien, ancora dell’Università di Nortumbria, e da Preti Taneja, dell’Università di Newcastle. Nazmi è riuscito a presenziare a ogni incontro: registrando le lezioni, segnando le assenze, e alternando incoraggiamento e ammonizione per motivare gli studenti – per esempio, riconoscendo le circostanze estreme in cui si trovavano senza trattarle come alibi per non frequentare. Purtroppo, dei sedici studenti iscritti solo la metà circa è riuscita a frequentare regolarmente. Fatta eccezione per una studentessa in una sola lezione, non ho mai avuto modo di vedere gli studenti in video: la connessione a Gaza è debole e intermittente, e pertanto occorreva affidarsi alle voci.
Ciascuna lezione era dedicata a una diversa tecnica o modalità creativa e prevedeva la stesura settimanale di un testo che impiegasse, di volta in volta, descrizione, dialogo, narrazione personale, e monologo interiore. Si tratta di forme flessibili e basilari, che possono aiutare gli studenti ad articolare un ampio spettro di contenuti – non solo il proprio trauma, ma anche momenti di convivialità e sogni per il futuro – senza però alcuna imbeccata tematica. Alcuni esempi: la tecnica della narrazione personale ha fatto scaturire storie drammatiche, dove si narra di fughe caotiche dalle proprie case assediate. La descrizione, invece, ha portato alla luce ritratti di oggetti carichi di senso, di persone che non ci sono più, o di un mar Mediterraneo ancora in grado di dispensare conforto. I prompt formali assolvono a una doppia funzione: da un lato sono un obiettivo didattico più misurabile, meno soggettivo e arbitrario; dall’altro lasciano a chi li usa maggiore libertà tematica. Sopravvivere a un genocidio è a tutti gli effetti un’esperienza talmente remota dalla nostra che non mi è parso il caso di utilizzare prompt tematici tarati sulla vita occidentale e/o sulla vita in tempo di pace: temevo di poter inavvertitamente imporre un “colonialismo dell’immaginazione”, se così possiamo chiamarlo.
Condividevo sullo schermo i materiali preparati, li introducevo, e poi assegnavo brevi esercizi di scrittura individuali. Gli studenti poi li condividevano a voce per ottenere un mio primo riscontro. Caricavano poi versioni più elaborate degli stessi testi (o anche testi diversi) su Padlet. Li leggevo con calma dopo lezione, scrivendo note più precise e strutturate. La disarmante onestà e il valore testimoniale di questi scritti meriterebbero un’analisi a parte; qui mi limito ad accennare all’ottimo livello d’inglese; all’uso di una scrittura che spesso coniuga metafora e fisicità (fear didn’t knock; it barged in and sat heavy in my chest: la paura non bussò; eruppe e mi si sedette sul petto); o che cerca di chiarire i fondamentali dell’esistenza tramite l’arte della definizione (home is not merely a place: it is a pulse, a breath, a memory that refuses to fade: casa non è un luogo e basta: è un battito, un respiro, una memoria che si rifiuta di appassire); o ancora che crea equivalenze usando strutture parallele (carrying only what our hands could carry and what our hearts could endure: portando solo ciò che le nostre mani potevano portare e ciò che i nostri cuori potevano sopportare). A colpirmi forse più di tutto però, è stata l’assoluta mancanza di odio e rabbia nelle parole – tanto scritte quanto orali – degli studenti. Quando ho condiviso con loro questa osservazione, una studentessa mi ha risposto che, dopo due anni e più di genocidio, erano ormai la spossatezza e il disincanto a prevalere.
Cosa è rimasto
Il corso è finito mesi fa, ma forse qualcosa ha lasciato nella memoria e nelle azioni, e quel qualcosa già sta germogliando. Verso fine aprile una delle studentesse, Shahd Alnaouq, mi ricontatta per annunciarmi orgogliosa l’uscita di una zine da lei curata insieme ad altri tre autori palestinesi di Gaza: Taqwa Ahmed Alwawi, Shahd Alnaami e Ahmad Elkhuwaja. Scrivere, mi dice, è un modo per tenersi impegnata e distrarsi così da una realtà in cui “il numero di morti è sceso ma i massacri accadono ancora”. La zine si intitola Indicia (“segnali”) e ruota attorno a una domanda semplice e tremenda, posta ai lettori nella breve introduzione: “cosa significa documentare un luogo mentre questo viene cancellato?”. I quattro autori provano a rispondere dando voce a vari attori non-umani a Gaza: sabbia, datteri, mappe di villaggi cancellati, muri che hanno ceduto, menta e malva in dialogo tra loro. La zine, graficamente ideata da Sam Howle, è bellissima anche da guardare. Ci aiuterebbe a trovare un editore? mi chiede Shahd. Non sarebbe, per fortuna, la prima volta che un qualcosa del genere accade, con gli studenti selezionati da Nazmi[1]. Scrivo allora a Joanne Clement, la mia collega dell’Università di Nortumbria, nonché poetessa ed editrice. È rimasta anche lei entusiasta di Indicia: a breve doterà la zine di un codice ISBN e la pubblicherà per le edizioni Poetry London. I proventi, ovviamente, saranno interamente destinati alle autrici e agli autori palestinesi di Gaza. Presto ne sentirete parlare.
[1] Penso alla silloge di poesie Let’s Throw Away War. Voci da Gaza (Buttiamo via la guerra. Voci da Gaza), Wild Goose Publications, 2026, curata proprio da Nazmi insieme alla poetessa Alison Phipps, e con poesie della stessa Shahd Alnaouq e di Hanan al-Kafarna – quest’ultimo accompagnato e sostenuto dal mio collega e poeta Richard O’ Brien. Per maggiori informazioni su quest’altra pubblicazione, si veda l’articolo dal Guardian nella prima nota a piè di pagina e questo link.

Davide Castiglione (1985, Alessandria) è docente di linguistica e letteratura all’Università di Vilnius, in Lituania, dove si è trasferito nel 2016 dopo un dottorato a Nottingham, Inghilterra. E’ autore di una monografia accademica sulla difficoltà in poesia (Difficulty in Poetry: A Stylistic Model, Palgrave 2019), di vari articoli accademici, e di tre raccolte di poesia, di cui l’ultima è Doveri di una costruzione (Industria&Letteratura 2022). Maggiori informazioni sul suo sito personale: https://davidecastiglione.com
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CREDITI FOTO: Davide Castiglione

