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A Gaza, nonostante un che sulla carta dovrebbe essere in vigore dall’ottobre 2025, i palestinesi continuano a morire. Negli ultimi sette mesi più di mille persone sono state uccise sotto i bombardamenti israeliani e oggi l’esercito di ha confinato circa due milioni di abitanti della Striscia nel 40% del territorio [secondo alcune fonti più probabilmente il 30%, ndr], dopo aver assunto il controllo del restante 60%. Intanto, dall’altra parte del muro che separa dai territori occupati, l’espansione dell’occupazione in Cisgiordania procede senza precedenti. Dall’ottobre 2023 Israele ha dichiarato oltre 2.500 ettari di terra palestinese come “terre di Stato”, secondo la israeliana Peace Now. L’ultimo provvedimento è stato annunciato il 24 giugno dal ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, che ha comunicato la confisca di altri 46,5 ettari nei dintorni di Ramallah.

Le appropriazioni avvengono attraverso diversi strumenti: procedure amministrative che impongono ai palestinesi di dimostrare la proprietà dei terreni, demolizioni di abitazioni, trasferimenti forzati e una crescente da parte di coloni e forze di sicurezza. Le terre confiscate vengono poi destinate alla costruzione di nuovi avamposti coloniali, che nel tempo si trasformano in colonie vere e proprie o vengono incorporati in quelle già esistenti. Allo stesso tempo, è proprio la presenza armata dei coloni e la nascita di nuovi avamposti a facilitare ulteriori espropri, alimentando un che si autoalimenta.

Un’espansione inarrestata

Tra ottobre 2023 e aprile 2026 il governo guidato da Benjamin Netanyahu ha approvato la costruzione di 102 nuovi . Secondo quanto dichiarato da Smotrich il 29 giugno, nello stesso periodo sarebbero sorti oltre 160 nuovi avamposti.

Il rapporto pubblicato in occasione del cinquantesimo anniversario della Giornata della Terra dalla Colonization & Wall Resistance Commission mostra la sempre maggiore presenza coloniale nei territori occupati. Secondo il documento, circa il 15% della Cisgiordania è stato classificato come “territorio statale”, in larga parte destinato all’espansione degli insediamenti, mentre un ulteriore 18% è riservato ad aree di addestramento militare. Le aree di costruzione e giurisdizione delle colonie coprono ormai il 12,4% della Cisgiordania e le strade di collegamento agli insediamenti occupano oltre il 3% del territorio, contribuendo alla frammentazione geografica dell’area.

A questa frammentazione si aggiunge la rete di oltre 900 checkpoint, permanenti e mobili, disseminati in tutta la Cisgiordania, che rendono sempre più difficile la libertà di movimento della popolazione palestinese. Parallelamente cresce anche la violenza dei coloni, oggi oltre 700 mila distribuiti in più di 140 insediamenti. Dall’ottobre 2023, secondo i dati riportati dall’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA), più di 1.100 palestinesi sono stati uccisi da coloni o forze di occupazione, tra cui almeno 230 minori. Oltre 12 mila persone sono rimaste ferite e più di 20 mila sono state arrestate.

Il report di Mediterranea Saving Humans

È in questo contesto che si inserisce il nuovo rapporto di Mediterranea Saving Humans. La ONG, presente dal giugno 2024 nell’area di , nel governatorato di Hebron, con la missione “Mediterranea with Palestine”, ha pubblicato un report dedicato all’intero 2025, raccogliendo tutte le violazioni dei diritti umani documentate nella zona.

Secondo Mediterranea, quanto accade a Masafer Yatta non rappresenta un’eccezione, ma un modello applicabile all’intera Area C della Cisgiordania, che ricopre il 60% del territorio ed è sotto controllo amministrativo e militare di Israele. Nei 343 giorni di monitoraggio sono state registrate 2.999 violazioni dei diritti umani, con una media di quasi nove episodi al giorno e picchi superiori alle quaranta violazioni nelle ventiquattro ore. Soltanto in 21 giorni non è stato documentato alcun episodio.

Violenza contro le cose, contro gli animali, contro l’, contro le persone

Le violazioni assumono forme diverse: 68 demolizioni o danneggiamenti di abitazioni, 59 episodi di costruzione o ampliamento di avamposti, 166 attacchi contro mezzi di sussistenza legati ad agricoltura e pastorizia, 150 aggressioni fisiche ai danni di civili palestinesi e oltre 200 detenzioni arbitrarie. Tra gli episodi più gravi documentati, un uomo ha perso una gamba e due persone sono state uccise: in tutti e tre i casi a sparare sono stati coloni e non militari israeliani.

Il documento si spinge oltre la semplice raccolta dei dati e prova a ricostruire la struttura che sostiene l’espansione degli insediamenti. Gli autori distinguono tre categorie di attori: i coloni, formalmente civili ma sempre più spesso armati dopo il 7 ottobre; le forze di sicurezza israeliane, che comprendono esercito, polizia e polizia di frontiera; e i cosiddetti “coloni-soldato”, residenti degli insediamenti ai quali vengono affidati compiti di controllo del territorio.

L’architettura coloniale di occupazione della Cisgiordania

Ogni colonia dispone di un responsabile della sicurezza, stipendiato dal Ministero della Difesa israeliano, che coordina squadre di volontari armati. Le armi vengono  fornite dal Ministero della Sicurezza nazionale guidato da Itamar Ben Gvir, che, dopo il 7 ottobre, avrebbe distribuito oltre 120 mila armi da fuoco ai coloni della Cisgiordania.

Il rapporto identifica inoltre nomi e ruoli dei coloni-soldato più influenti e attivi nell’area di Masafer Yatta e le strutture finanziarie che li sostengono anche quando sanzionati dal consesso internazionale. Il documento sostiene che gli attacchi contro la popolazione palestinese non siano episodi isolati e gstiti solo da coloni indisciplinati, ma operazioni coordinate con il supporto delle forze di sicurezza, che secondo il diritto internazionale avrebbero invece l’obbligo di proteggere la popolazione civile sotto occupazione militare.

Secondo Mediterranea, questa struttura è sostenuta da una rete di finanziamenti provenienti da associazioni israeliane vicine al governo, alcune delle quali raccolgono donazioni a livello internazionale.

La conclusione del report è che le violenze documentate non siano il frutto di iniziative individuali, bensì il risultato di un sistema organizzato che mette in relazione coloni, organizzazioni private e istituzioni pubbliche nella gestione e nell’espansione degli insediamenti israeliani, una struttura che disattende in più punti le prescrizioni del Diritto internazionale in materia di occupazioni militari. 

Un esecutivo e un esercito stranieri possono esercitare forme di autorità su territori e popoli che non hanno conferito loro alcun potere solamente entro limiti stringenti e tassativi. Il diritto internazionale delle occupazioni militari prescrive la temporaneità dell’occupazione, la non acquisizione di alcun potere sovrano da parte della potenza occupante e il dovere di quest’ultima di amministrare i territori occupati a beneficio della popolazione. Tutti limiti che per Israele, con il silenzio complice dell’ e del mondo “occidentale” tutto, sembrano non valere.


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Autore

  • Filippo Zingone

    Giornalista freelance. Ha studiato Antropologia presso la Sapienza di Roma. Collabora con il manifesto, l'Indipendente online, Il Fatto Quotidiano online e altre testate quotidiane e settimanali. Il focus del suo lavoro sono l'Africa subshariana e il Medio oriente. Con diverse pubblicazioni su Irpi Media, si è occupato anche di inchieste nazionali.

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