lunedì 25/05/2026, 19:42

    Domenica 3 maggio, a Umm Tuba, a sud di Gerusalemme Est, Mohammad Abdul Raouf Abu Tir è stato costretto a demolire la propria casa con le sue mani. La motivazione dell’ordine amministrativo che sanciva l’autodemolizione era la stessa che da anni accompagna la distruzione delle case palestinesi a Gerusalemme Est: l’assenza di permesso edilizio. Ma a Gerusalemme Est i permessi vengono concessi raramente e le famiglie sono costrette a vivere nell’illegalità, che diventa una condizione imposta.

    Silwan, quartiere palestinese a sud della Città Vecchia. © Luisa Canciello

    Dopo il 1967, Israele ha costruito a Gerusalemme Est un sistema urbanistico pensato per limitare drasticamente lo sviluppo palestinese. Solo circa il 13% del territorio è destinato all’edificazione palestinese, mentre oltre il 35% è stato confiscato per insediamenti israeliani.

    Nel quartiere di Silwan non è mai stato approvato un piano regolatore adeguato. Ottenere un permesso edilizio è, nella pratica, quasi impossibile: le richieste vengono respinte o bloccate per anni, mentre interi quartieri restano esclusi dalla pianificazione urbana. In questo contesto, costruire senza autorizzazione diventa spesso l’unico modo per continuare a vivere. L’illegalità è una condizione prodotta.

    Tra ottobre 2023 e la fine del 2025 sono progrediti almeno 32 piani di espansione degli insediamenti, per circa 8.944 nuove unità abitative. Nello stesso periodo, 623 strutture palestinesi sono state demolite, con oltre 3.000 persone sfollate. Mentre l’attenzione internazionale si concentra altrove, a Gerusalemme Est la pressione accelera.

    Silwan, luglio 2025. © Luisa Canciello

    A Gerusalemme Est, e in particolare a Silwan, le demolizioni  continuano senza sosta in nome della “mancanza di permessi”, raramente concessi. Il 30 marzo, nel 50° anniversario della Giornata della Terra, il Comune israeliano di Gerusalemme, scortato dalla polizia, ha fatto irruzione ad Al-Bustan, demolendo cinque abitazioni appartenenti a quattro famiglie e distruggendo strade e infrastrutture interne. Poche settimane prima, il primo febbraio, erano stati emessi ordini di demolizione immediata per quattordici abitazioni nello stesso quartiere, mettendo a rischio oltre cento persone.

    Questi episodi recenti rientrano in un quadro più ampio di sfratti e demolizioni che colpiscono Silwan, area strategica per la sua posizione a ridosso della Città Vecchia di Gerusalemme. “C’è sempre una nuova casa che viene demolita, un nuovo spazio che viene preso dai coloni, oppure terreni che il Comune sostiene di possedere. Sono scenari diversi, storie diverse, ma tutte fanno parte dello stesso piano: creare una maggioranza di coloni qui a Silwan, al posto della popolazione araba che vive in questo villaggio”, racconta Maysam, nome di fantasia, attivista del comitato di Al-Bustan.

    Silwan è composta da tredici quartieri. Sei sono sotto ordine di demolizione e sfratto. Al-Bustan è uno di questi. “Circa cento case sono sotto ordine di demolizione dal 2005. Ma l’ultimo anno è stato particolarmente difficile per noi, perché sono riusciti a demolire circa un quarto del quartiere mentre la comunità internazionale guardava alla guerra in corso a Gaza. Nessuno vede cosa sta succedendo a Gerusalemme. Così hanno accelerato il processo e distrutto sempre più case.”

    I residenti descrivono la situazione come una guerra silenziosa. “A Gaza vedi i bombardamenti, il sangue, la fame. Ma a Gerusalemme sembra che tutto vada bene: le persone vanno al lavoro, tornano a casa. Nessuno sa che devono pagare tasse altissime al Comune e all’occupazione. Nessuno sa che non c’è lavoro. Nessuno sa che se la tua casa viene demolita, devi pagare anche chi viene a demolirla.”

    La ferocia delle demolizioni

    In ogni quartiere di Gerusalemme Est si parla di ordini di demolizione. Il processo è violento  in tutte le sue fasi, già prima che la casa diventi macerie. “La famiglia viene punita tre volte”, racconta Z., attivista della Civic Coalition for Palestinian Rights in East Jerusalem. Prima il permesso viene negato, poi la casa diventa “illegale”, infine si è costretti a demolirla o a pagarne la distruzione. “Da quindici anni cerco di costruire appena cento metri quadrati sopra la casa della mia famiglia. Non sono riuscito a ottenere un permesso.” A Gerusalemme Est circa 23 mila case sono state costruite senza permesso.” Circa 100mila palestinesi vivono nell’illegalità, nell’incertezza, con il rischio di poter vedere la propria casa demolita in ogni momento.”

    I residenti descrivono la situazione come una guerra silenziosa. “A Gaza vedi i bombardamenti, il sangue, la fame. Ma a Gerusalemme sembra che tutto vada bene: le persone vanno al lavoro, tornano a casa. Nessuno sa che devono pagare tasse altissime al Comune e all’occupazione. Nessuno sa che non c’è lavoro. Nessuno sa che se la tua casa viene demolita, devi pagare anche chi viene a demolirla.”

    Poi arriva la multa. “Devi pagare 10mila, 15mila, anche 20mila dollari perché hai costruito senza permesso. Se non paghi, rischi il carcere. Ti bloccano il conto bancario, non puoi viaggiare. La tua vita si ferma completamente.”

    Se la casa viene demolita, la famiglia deve comunque pagare anche il costo della demolizione. “Quindi perdi tutto: paghi la multa, paghi la demolizione e perdi la casa. È una punizione tripla. Dove succede una cosa del genere? In quale paese? Sotto quale legge?” Molte famiglie demoliscono la propria casa con le proprie mani perché non hanno altra scelta. La demolizione diventa un’arma economica e psicologica che continua a colpire anche dopo le macerie. Ma la violenza comincia molto prima, nell’attesa. “Non sai mai quando verranno. Oggi, domani. Come si può vivere così?”, racconta una residente.

    Stesso quartiere, leggi diverse

    L’applicazione selettiva di leggi diverse nello stesso quartiere rende il processo ancora più violento. “Applicano leggi diverse nello stesso quartiere per demolire il maggior numero possibile di case”, racconta Maysam. La sua casa era stata costruita nel 2016. Per costruzioni come la sua viene applicata la legge Kaminitz, approvata nel 2017, che ha rafforzato i poteri amministrativi contro le costruzioni senza permesso e ridotto drasticamente gli spazi di ricorso. “Per noi significa che la municipalità può demolire quando vuole.” Alla demolizione si aggiunge il controllo della terra. Per decenni, dopo il 1967, la registrazione dei titoli di proprietà a Gerusalemme Est è rimasta bloccata o incompleta. Molte famiglie palestinesi di Silwan hanno continuato ad abitare case e terreni ereditati senza che questi venissero pienamente riconosciuti dal sistema catastale israeliano.

    I mille modi per espropriare le case ai palestinesi

    “La registrazione della terra significa decidere chi la possiede”, spiega Z. “Uno degli effetti della registrazione della proprietà è l’applicazione della legge sulla proprietà degli assenti” (Absentee Property Law). Se una quota appartiene a una persona considerata “assente”, perché vive fuori da Gerusalemme, in Cisgiordania, a Gaza o all’estero, quella quota può essere trasferita al custode israeliano delle proprietà degli assenti.

    La conseguenza può ricadere anche dentro una stessa famiglia. “Se siamo sette fratelli e due vivono fuori Gerusalemme, uno a Dubai, uno in Giordania,  la loro quota va al governo israeliano.” Molte famiglie palestinesi non hanno documenti riconosciuti dal sistema israeliano e devono ricostruire la proprietà attraverso archivi ottomani, giordani o familiari. “Se non hai i documenti, prendono la terra, prendono la casa.” A Silwan, anche il catasto diventa uno strumento per decidere chi può restare e chi può essere cancellato.

    Dopo il 1967 Israele ha occupato e annesso illegalmente Gerusalemme Est. I palestinesi che vi abitano sono residenti permanenti: uno status fragile, revocabile e condizionato. “Se non vivi qui, perdi la residenza”, racconta Maysam. “E se la tua casa viene demolita, come fai a dimostrare che vivi qui?” La residenza diventa così una trappola amministrativa: obbliga a restare in una città dove restare viene reso sempre più difficile.

    Ad Al-Bustan, questa logica si intreccia con un progetto preciso di riscrittura dello spazio. Maysam racconta che il quartiere dovrebbe essere trasformato in un “giardino pubblico” che estenda la cosiddetta City of David da Wadi Hilweh. “Vogliono fare un giardino pubblico che continui la City of David.” E aggiunge: “Dicono che il re Davide è venuto da lassù e ha camminato fino ai giardini di Al-Bustan.”

    È “la loro storia contro la nostra”: una narrazione archeologica e biblica usata per giustificare la rimozione di un quartiere palestinese. La Civic Coalition descrive Silwan come un’area dove associazioni come Elad e Ateret Cohanim operano da anni per consolidare il controllo israeliano attraverso insediamenti, parchi nazionali e scavi archeologici, con circa 400 coloni distribuiti in 54 siti nel quartiere.

    Fakhri Abu Diab, portavoce e attivista di Al-Bustan, ci accoglie nel caravan dove vive dopo che la sua casa è stata demolita due volte nel 2024. La seconda demolizione è avvenuta durante le elezioni presidenziali americane. “Gli americani sono occupati, nessuno ha tempo per te”, racconta. Anche per lui, la giustificazione è stata la stessa: l’assenza di permessi. La sua casa era stata costruita prima del 1967, prima dell’occupazione israeliana di Gerusalemme Est. Dopo il rifiuto di demolire da solo la propria casa, il municipio gli ha imposto 45.000 shekel (circa 13mila dollari) per i costi dei bulldozer e della polizia, congelandogli i conti bancari.

    Abu Diab Fakhri, Silwan, luglio 2025. © Luisa Canciello

    In particolare vengono colpite le case di chi parla, di chi rifiuta l’occupazione attraverso l’attivismo, di chi denuncia. Quando i soldati sono venuti con i bulldozer la seconda volta, racconta Abu Diab, gli hanno detto: “Non hai ancora capito?”, mostrandogli le foto degli incontri con diplomatici europei a cui aveva raccontato la situazione di Silwan. “Ma non smetto. Continuerò a usare la mia voce come unica arma. Cos’altro mi è rimasto? Israele ha paura di questo e le uccisioni dei giornalisti a Gaza lo dimostrano”. Poi indica il caravan: “Presto distruggeranno anche questo.” 

    Anche Maysam collega le demolizioni all’attivismo. “Siamo tutti membri del comitato di difesa del quartiere. Se sei un attivista e parli di quello che succede, accelereranno la demolizione della tua casa.” La sua casa è stata demolita nel giugno 2024, alla vigilia dell’Eid. “Dovevamo celebrare l’Eid il giorno dopo, e sono arrivati proprio il giorno prima a demolire la casa.”

    Soldati e squadre municipali hanno circondato l’edificio, chiuso le strade intorno al quartiere e impedito alle persone di avvicinarsi. Quando ha provato a filmare, un soldato l’ha spinta e le ha fatto cadere il telefono. Dall’altra parte, i coloni uscivano a fotografare la demolizione. “Vengono qui per umiliarci mentre distruggono le nostre case”, racconta. L’operazione è durata otto ore. Alla fine restavano solo macerie, e la famiglia era già stata separata: “Io e mia figlia stiamo da mio padre, mio marito e mio figlio da suo padre.”

    L’accanimento sui bambini

    La violenza colpisce soprattutto i bambini. A Silwan si registra uno dei numeri più alti di arresti minorili a Gerusalemme Est. Maysam racconta che l’associazione del quartiere nasce nel 2009 proprio per rispondere a questo. Bambini dai sei anni in su. Arresti, interrogatori, arresti domiciliari. Questo significa niente scuola, isolamento, paura. “Abbiamo iniziato a vedere bambini con stress, iperattività.” Da qui nasce il centro comunitario di Al-Bustan: supporto psicologico, sport, gruppi per donne, aiuto scolastico. “Le madri finiscono per diventare come carceriere dei propri figli, per paura di farli uscire.”

    “I miei nipoti sono andati a scuola”, racconta Abu Diab. “Sono tornati e la casa non c’era più. Niente letto, niente giocattoli. Solo macerie. Come spieghi una cosa del genere a un bambino?” A Silwan si interrompe la continuità dell’infanzia, si cancella la possibilità di futuro.

    “I miei nipoti sono andati a scuola”, racconta Abu Diab. “Sono tornati e la casa non c’era più. Niente letto, niente giocattoli. Solo macerie. Come spieghi una cosa del genere a un bambino?”

    Per chi vive a Silwan, la responsabilità non è solo israeliana, ma anche internazionale. Abu Diab denuncia apertamente questa complicità: “Se nessuno fa nulla, perché Israele dovrebbe fermarsi? Senza sanzioni, Israele continuerà a sentirsi sopra ogni legge e continuerà ad agire nell’impunità. Ogni casa demolita, ogni donna che perde la propria casa, ogni bambino, ogni persona colpita, è responsabilità di tutti.”

    “Usano l’urbanistica per distruggerci. Questa non è pace. È una demolizione dopo l’altra. Se guardi solo le pietre, pensi che sia una casa. Ma non lo è mai. Vogliono distruggere le persone: psicologicamente, economicamente, socialmente. Questa è la guerra qui. Silenziosa, ma continua. Una casa è storia, memoria, presente e futuro. È la tua vita. La tua prigione. La tua intera vita.”


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    CREDITI FOTO: © Luisa Canciello

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