Per la prima volta dal 2022, Alfredo Cospito è tornato a parlare pubblicamente. È accaduto stamattina, in video collegamento dal carcere di Sassari dove è detenuto al regime speciale del 41-bis, davanti alla giudice Nicolina Polifroni del Tribunale penale di Bologna.
Il suo esame si inserisce nel processo a carico di sei militanti dell’area anarchica accusati, a vario titolo, di “danneggiamento” e “turbamento di funzioni religiose”. I fatti contestati riguardano il presunto sabotaggio di alcuni ripetitori telefonici a Sasso Marconi, l’irruzione nella chiesa del Sacro Cuore durante la messa domenicale e un’azione di protesta organizzata in piazza della Mercanzia con l’esposizione di uno striscione contro il 41-bis: episodi avvenuti tra il maggio e il dicembre del 2022, nel pieno della mobilitazione nazionale in solidarietà con Cospito e contro il carcere duro.
Nel corso del processo, la difesa, rappresentata dagli avvocati Ettore Grenci, Daria Mosini e Mattia Maso del foro di Bologna, ha chiesto di ammettere come testimoni due figure ritenute centrali per comprendere il contesto delle proteste finite a giudizio: Alvise Sbraccia, professore associato dell’Università di Bologna ed esperto di sistemi penitenziari, e Alfredo Cospito, detenuto dal maggio 2022 al 41-bis, misura recentemente rinnovata dal Ministero della giustizia per altri due anni.
L’uomo, infatti, si trova in carcere dal 2012 per reati commessi nell’ambito della sua militanza nella Federazione Anarchica Informale. La sua vicenda è tornata al centro del dibattito pubblico nel maggio 2022, quando l’allora ministra della Giustizia Marta Cartabia ha disposto nei suoi confronti l’applicazione del regime speciale. Contro quella decisione, il 20 ottobre dello stesso anno, l’uomo ha iniziato uno sciopero della fame durato quasi duecento giorni. Con il progressivo peggioramento delle sue condizioni fisiche, il caso ha assunto una dimensione internazionale, riaprendo il confronto politico e giuridico sui limiti del carcere duro italiano, “modello” detentivo unico in Europa. «La scelta di coinvolgere tra i testimoni figure che conoscono, per ragioni di studio o per esperienza diretta, il regime del 41-bis nasce dall’esigenza di ricostruire il contesto in cui si sono sviluppate le mobilitazioni finite oggi a processo», ha spiegato a Kritica.it l’avvocato Ettore Grenci.
Nel corso del suo esame, Cospito ha ripercorso il trasferimento a Sassari, lo sciopero della fame e gli effetti dell’isolamento imposto dal carcere duro. «Il mio isolamento è totale», ha denunciato. Ha poi parlato di sezioni composte da poche celle isolate, di soggetti reclusi che «per anni e anni non vedono un filo d’erba o un albero» e di persone che, dopo decenni di detenzione, «non hanno nemmeno più voglia di parlare». Secondo lui, «quello che è nato come un regime eccezionale si sarebbe progressivamente trasformato in una normalità» penitenziaria. Per descrivere il livello di controllo imposto dal 41-bis ha evocato il «miglio verde», il braccio della morte raccontato nel celebre film. Poi il racconto della quotidianità: «Oltre alla polizia penitenziaria, posso vedere quattro persone, gli altri membri della mia sezione, soltanto per poche decine di minuti». Persino ottenere un lettore cd per ascoltare musica, ha spiegato, gli avrebbe richiesto due anni e ha visto respinte numerose richieste per ottenere libri da leggere.
«Ciò che più mi ha convinto a fare lo sciopero è stato vedere persone ergastolane che hanno trent’anni e sanno che non vedranno mai più un filo d’erba», ha detto. Tra i passaggi più duri della deposizione anche il racconto del trasferimento nel reparto medico del carcere militare, dove avrebbe visto detenuti anziani e malati «con Alzheimer, in carrozzella» incapaci di controllare i propri stimoli corporei. La deposizione ha toccato anche aspetti apertamente politici: Cospito ha parlato di presunte «ritorsioni» successive alla conclusione dello sciopero della fame, facendo riferimento ai trasferimenti subiti e a episodi che ha ricondotto alla gestione dell’amministrazione penitenziaria del governo Meloni.
Per l’avvocato Grenci, la testimonianza resa oggi va oltre il singolo procedimento penale. «La testimonianza di Cospito è stata un’occasione importante per renderci conto di cosa sia il 41 bis attraverso la viva voce di chi subisce da anni la brutalità di questo regime», ha commentato a Kritica.it. «Cospito è diventato anche il riferimento simbolico di una lotta che dovrebbe interrogare tutti e tutte». Il legale ha sottolineato inoltre come la recente richiesta di proroga del 41-bis presenti elementi inconsueti rispetto alla prassi ordinaria: «È significativo anche il volume della documentazione prodotta per il rinnovo della misura – oltre ottanta pagine – quando normalmente ne basta una manciata».
Il processo è stato rinviato a giugno, udienza che dovrebbe segnare la conclusione dell’istruttoria e aprire la strada alla sentenza. Al di là della rilevanza penale dei fatti contestati, il procedimento ha però già assunto un significato ulteriore. Quello di aver restituito, per alcune ore, la possibilità di parlare a un uomo rinchiuso da anni dentro una quotidianità fatta di isolamento assoluto e costante sorveglianza. «Questo momento per me è abbastanza consolante. L’ultima volta che ho potuto vedere delle facce è stato un anno e mezzo fa e dall’altra parte c’erano Sara e Sandrone, che ora sono morti», ha dichiarato Cospito, riferendosi a Sara Ardizzone e Alessandro “Sandrone” Mercogliano, i due militanti dell’area anarchica morti a Roma lo scorso marzo nell’esplosione avvenuta in un casolare del Parco degli Acquedotti.
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CREDITI FOTO: Dario Morgante. Manifestazione in solidarietà con Alfredo Cospito a Roma, primavera 2026.

Messinese, classe 1998, è laureato in giurisprudenza con specializzazione in diritto penale e ambientale. Attualmente studia alla Scuola di giornalismo investigativo “Lelio Basso” di Roma e si occupa di Palestina, repressione e giustizia sociale.

