In occasione del Salone del libro di Torino, su un numero speciale della newsletter Spazio di Kritica la giornalista e scrittrice Asmae Dachan ha intervistato una serie di personalità del mondo della cultura italiano provenienti da storie di diaspora e migrazioni: dal Corno d’Africa, al Vicino Oriente al Maghreb. In questa intervista, il giornalista siriano Shady Hamadi racconta il bisogno anche in Italia di uno sguardo nuovo sulla realtà, che rompa con le facili tentazioni di sempre, come quella di cercare il capro espiatorio nello straniero: l’estraneo di seconda classe.
Come leggi il racconto attuale sui migranti e sulle persone che provengono da storie di migrazione?
Negli ultimi anni l’immigrato, e con lui i figli degli immigrati, hanno preso il posto che un tempo era riservato ai meridionali. È sempre più facile, quando si vuole abbassare il livello del dibattito e portarlo fuori dal terreno culturale, scegliere capri espiatori immediati: gli stranieri, o i figli di stranieri. Si insinua che tutti i problemi dell’Italia siano imputabili a noi. Questa narrazione funziona perché dall’altra parte non si è costruita una barriera culturale capace di disinnescarla. Il dibattito si è appiattito. Finché non ricostruiremo un argine fatto di cultura, un dialogo aperto e un vero confronto politico e sociale, resteremo capri espiatori non solo della destra, ma anche di una certa sinistra che preferisce trovare scuse piuttosto che assumersi responsabilità.
Alla luce di ciò che sta accadendo oggi nel Vicino Oriente, come valuti la narrazione italiana?
A dire la verità, non guardo più la televisione italiana e non leggo i giornali da anni. Siamo abituati allo stesso punto di vista da decenni, riproposto dalle stesse persone. Questo produce due effetti: non abbiamo uno sguardo nuovo e non riusciamo più a capire la realtà, perché chi la racconta è legato a schemi di venti o trent’anni fa. Ma il mondo, nel frattempo, è cambiato. C’è una narrazione distorta e credo che sia un fatto intenzionale. È stata rimossa qualsiasi narrativa — anzi, qualsiasi letteratura — sul colonialismo italiano. Penso ad Alessandro Spina, scrittore siriano che ha scritto in italiano opere monumentali sul disastro coloniale in Libia. Ha vinto il Premio Bancarella, ha pubblicato I confini dell’ombra, più di mille pagine. Eppure, in Italia è scomparso, mentre in inglese continua a essere letto. Lo stesso vale per la letteratura siriana e libanese della diaspora: porta con sé la memoria della guerra civile, dell’esilio, della denigrazione delle nostre patrie. Ma in Italia è stata completamente ignorata. E questo è anche responsabilità del mondo letterario e intellettuale italiano.
La tragedia siriana ha ricevuto meno attenzione rispetto ad altre crisi. Perché?
Perché la Siria ci chiede un impegno intellettuale vero, e questo obbliga a mettere da parte certezze radicate. Non tutti sono disposti a farlo. E non esiste una classe culturale italiana davvero impegnata su questo. Dal 2011 in poi, gli spazi di solidarietà culturale sono stati praticamente inesistenti: nessun luogo per il dibattito, nessuna apertura alla pubblicazione di articoli. Anzi, spesso c’è stato ostruzionismo. Quando presentai La felicità araba nel 2012, un grande editore mi disse semplicemente: “Non c’è interesse”.
Oggi, mentre la Siria attraversa una delicata e complessa fase di transizione, in Italia e in Europa si parla sempre più di “remigrazione”. Come interpreti questa retorica?
È l’idea che le tragedie degli altri si possano gestire a rate. Quando c’è un’emergenza si mette una toppa, poi si finge che tutto sia risolto. Si pensa che quei Paesi si siano pacificati, quando in realtà mancano ancora i servizi primari. È ipocrisia: un altro modo per usare un capro espiatorio. Dire “possono tornare, non servono più”, senza considerare quanto queste persone abbiano contribuito ai nostri Paesi. I siriani in Germania hanno dato una spinta enorme all’economia. Anche in Italia.
C’è però un movimento di giovani che sta reinventando il giornalismo, soprattutto nei media non mainstream. Come lo vedi?
Lo vedo come il frutto delle lotte degli ultimi quindici, vent’anni. Se pensiamo al 2011, oggi la situazione è molto migliore. Con fatica e sofferenza siamo riusciti a creare nuovi spazi e a rendere fertile il terreno per questa nuova generazione. E credo che nei prossimi dieci anni vedremo molti italiani di seconda e terza generazione entrare nel mondo editoriale in modi che a noi sono stati completamente preclusi.
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