In occasione del Salone del libro di Torino, su un numero speciale della newsletter Spazio di Kritica la giornalista e scrittrice Asmae Dachan ha intervistato una serie di personalità del mondo della cultura italiano provenienti da storie di diaspora e migrazioni: dal Corno d’Africa, al Vicino Oriente al Maghreb. In questa intervista, la scrittrice di origine somala Igiaba Scego racconta il suo rapporto con le rappresentazioni letterarie delle persone non bianche che vivono in questo Paese. “Siamo uno in una stanza, e basta. Nessuno ci somiglia e dalla nostra assenza si generano gli stereotipi”.
Come vivi il racconto mediatico, soprattutto in questo periodo così difficile per la diaspora somala?
È stato un periodo assurdo. Tra fine 2025 e gennaio 2026 Donald Trump ha passato un mese a insultare i somali: un giorno sì e uno no. Ci ha chiamati spazzatura, ha detto che la Somalia non è uno Stato, che non meritiamo nulla, che abbiamo ridotto tutto in macerie. Parole ingiuriose. A questo sono seguite retate in Minnesota — dove vive la comunità somala più grande del mondo dopo la Somalia — contro persone cittadine americane, malmenate e arrestate senza motivo. Tutti noi della diaspora abbiamo qualcuno a Minneapolis o St. Paul: è stato un colpo durissimo. E mi ha ferito molto che l’Italia, il Paese che ci ha colonizzati, non abbia fatto alcun collegamento. Parlava dei somali come di alieni, non come di persone con cui condivide una storia coloniale terribile. È stato un doppio orrore: rimozione da una parte, insulto dall’altra. La Somalia, dopo trent’anni di guerra civile, è stata per anni sinonimo di disastro. Ma i somali sono persone gioiose, lavoratrici, e tutto questo è stato silenziato. Oggi la situazione geopolitica è diversa — i turchi trivellano petrolio, c’è più attenzione internazionale — e nella stampa anglofona noto un cambio di tono. In Italia no: qui l’Africa resta un blocco indistinto, lontano, “terra di leoni”. I media sono fermi a un immaginario vecchio, e anche letteratura e cinema africani circolano pochissimo. È una situazione triste”.
Come vivi, da somala-italiana, il modo in cui in Italia si raccontano la Somalia e le persone di origine migrante, soprattutto ora che si parla di “remigrazione”?
“Intanto vorrei specificare proprio la definizione della mia provenienza, come tu hai detto, sono somala-italiana e non italo-somala come a volte mi sento definire. In Somalia “italo-somalo” indica i figli degli italiani arrivati negli anni ’30-’50 del ‘900. Io sono somala-italiana o italiana-somala. In Italia c’è un enorme problema di rappresentazione. A ogni campagna elettorale so già che saremo il capro espiatorio: chi parla a favore, chi contro, ma sempre sui nostri corpi si gioca la partita. E quando dico “non bianchi” non parlo del colore della pelle: anche una persona dell’Est Europa è “non bianca” come colore sociale. Migranti e figli di migranti vengono tirati in mezzo, ma nessuno li ascolta. Nei media, nelle redazioni, nei film, in letteratura: non ci siamo. E se non ci siamo, la rappresentazione è distorta. In TV ti chiamano solo se succede qualcosa di gravissimo, mai per commentare politica interna o estera, anche quando sei competente. È tutto al ribasso. E rispetto al passato siamo peggiorati: quando ero piccola c’era Maria de Lourdes, capoverdiana, che conduceva Non solo nero. Oggi? Ho visto solo Veronica Fernandes. Siamo uno in una stanza, e basta. L’Italia fatica ad accettare di essere diventata plurale. L’italianità è sempre cambiata, ma ora c’è una resistenza enorme, che si è estesa anche all’Europa.
Qual è il ruolo di chi vive qui, pensa in italiano ma porta nel cuore ferite e identità altre? Si può solo risalire la corrente?
È stancante. Sempre a fare da ponte, da mediatrici, da creatrici di conoscenza. Io sento una certa stanchezza fisica e sentimentale: non vedi mai cambiare le cose e ti chiedi perché continuare. Poi però si continua, si lavora, si scava, si disseppellisce la colonialità, si cerca di rompere un sistema che è ancora nelle menti, nelle istituzioni, nelle leggi. Diventi quel mediatore che non sempre vuoi essere, ma le circostanze te lo impongono. E questa stanchezza è diffusa. Nei luoghi dove si producono notizie e senso, spesso si producono stereotipi. E lì siamo sole: nessuno che ci assomiglia, per religione o colore della pelle. Spieghi, spieghi, spieghi. E dall’altra parte non c’è vera curiosità. Spero che la situazione cambi. Non parlo del popolo: parlo dei media. Molti problemi nascono dal loro racconto parziale e pieno di pregiudizi”.
Tra le persone di origine migrante si sente il desiderio di smettere di giustificare la propria presenza, di dimostrare che si ha un valore.
Le nostre carriere e il nostro benessere sono più fragili. I nostri genitori sono arrivati qui senza radici solide. E noi veniamo considerati stranieri anche quando non lo siamo. Siamo sempre nel margine, e dobbiamo fare molta più strada per arrivare al centro. In letteratura è evidente: l’editoria è bianca, borghese. Non ascolta persone come noi. A volte ci boicotta. E tutto ricade sulle nostre spalle: i miei libri viaggiano con me, sono io che devo fare carte false per farli arrivare. Poi dicono: “Ah però era bello…”. È stancante. E capisci che spesso non c’è intenzione di cambiare.
I Paesi da cui vengono molte persone portano ferite profonde. Eppure, la narrazione politica e mediatica ci dipinge come portatori di odio. Come lo spieghi?
È il colonialismo. Il sospetto verso l’altro, il razzismo sistemico, nascono da lì: dal sopruso di aver costretto popolazioni ad abbassare il capo, a essere schiavizzate o rinchiuse nella gabbia del colonizzato. È una ferita che sembra lontana, ma non lo è: sentimentalmente è vicinissima. Il colonialismo ancora forgia, ferisce, uccide. Per questo studio la colonialità: per capire quanta parte del passato è rimasta nel presente.
Cosa si può fare, concretamente, per cambiare questo approccio?
Bisogna rompere la frontiera della rappresentazione. Non possono essere sempre le stesse persone a raccontare l’Italia e il mondo. Dobbiamo esserci anche noi. A volte si parte da ciò che puoi fare tu: un libro, per esempio. Anche se i numeri sono piccoli, arriva. E in Italia servirebbe un film: renderebbe popolare un tema come il colonialismo e, di riflesso, il razzismo sistemico. Serve creare conoscenza, soprattutto tra i ragazzi. Andare nelle scuole, il più possibile. Colmare le lacune che la scuola ha su queste tematiche.
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