giovedì 14/05/2026, 11:41

In occasione del Salone del libro di Torino, su un numero speciale della newsletter Spazio di Kritica la giornalista e scrittrice Asmae Dachan ha intervistato una serie di personalità del mondo della cultura italiano provenienti da storie di diaspora e migrazioni: dal Corno d’Africa, al Vicino Oriente al Maghreb. In questa intervista, la giornalista italo-tunisina Leila Belhadj Mohamed riflette sul modo in cui il Sud globale continua a essere raccontato da una prospettiva eurocentrica che silenzia e mortifica i tanti giornalisti che da quello stesso sud provengono. “Uno dei motivi per cui faccio questo lavoro è perché sono stanca di essere raccontata dagli altri”.


La Tunisia è stato il Paese che nel 2010 ha dato il via a una stagione di rivolte contro i regimi. Eppure, si continua a essere percepiti come “quelli che…”, senza guardare alle ferite che ci si porta dentro e alla voglia di vivere.

Negli ultimi 25 anni – da quando ho memoria, quindi dall’11 settembre 2001 in poi – la narrazione su di noi è sempre la stessa: non siamo mai soggetto narrante, ma oggetto della narrazione. Siamo rappresentati come persone che vivono solo in contesti tristi, bellici, poveri. Si appiattisce completamente tutto ciò che riguarda cultura, resistenza, attivismo politico, soprattutto giovanile, che nei Paesi del Sud globale è cresciuto enormemente. È una delle ragioni per cui faccio questo lavoro: mi sono stancata di essere raccontata dagli altri, e di vedere persone che non hanno alcun contatto con i luoghi che descrivono. Negli ultimi anni, soprattutto dopo il 7 ottobre 2023, anche la narrazione sui movimenti di solidarietà dal basso per la Palestina o per altri popoli in guerra è totalmente eurocentrica. Non si racconta cosa accade nel resto del mondo. Ricordo, ad esempio, quando Israele ha attaccato due navi della Global Sumud Flotilla nel porto di Sidi Bou Said: nel mondo arabofono c’è stata indignazione, qui è stata fatta passare come una barca che “forse ha preso fuoco da sola”.

Anche quando sono state fermate le barche della Flotilla l’anno scorso, gli europei sono stati liberati subito, chi veniva dal Sud globale rimasto nelle carceri israeliane per molto più tempo. Ma tutto questo non è stato raccontato. Non si raccontano le manifestazioni, né il ruolo delle diaspore siriana e palestinese nell’inchiodare i dittatori alle loro responsabilità. Ho seguito molto Wafaa Mustafa e il suo lavoro al Parlamento europeo per il riconoscimento dei mafqudin (gli scomparsi, ndr) siriani: anche questo è ignorato, perché non rientra nello stereotipo del “popolo che ha bisogno del salvatore bianco”. Lo stesso vale per la letteratura e il cinema: esiste una produzione enorme dall’India, dall’Indonesia, dai nostri Paesi d’origine, ma non viene tradotta. O scrivi in inglese o francese, oppure non esisti. Il cinema africano, dal nord al sud, non viene mostrato. Così si alimenta l’idea di Paesi poveri, poco istruiti, e questo stereotipo contribuisce alla violenza razzista che vediamo oggi in Europa.

Tu sei nata in Italia da coppia mista, quindi hai un doppio osservatorio. Come percepiscono i giovani e i colleghi dall’altra sponda del Mediterraneo la narrazione europea sul Sud globale?

Mi considero privilegiata per aver potuto vivere entrambe le mie origini. Non tutti hanno questa possibilità. Tra i colleghi tunisini noto soprattutto frustrazione: per la narrazione e per il modo in cui vengono trattati. Spesso sono usati come fixer sottopagati, ascoltati a malapena, senza riconoscimento. C’è un ribaltamento della narrazione che abbiamo qui: lì percepiscono che il razzismo sistemico europeo si riflette anche su di loro. E oggi, per ragioni politiche, parte della popolazione tunisina ha abbracciato la retorica della “sostituzione etnica”, fomentata dal presidente per ottenere fondi europei. I giornalisti che resistono vengono arrestati si sentono abbandonati: senza organizzazioni come Reporters sans Frontières o il Committee to Protect Journalists, molte storie non verrebbero nemmeno alla luce. E poi c’è la frustrazione per la mancata concessione dei visti per partecipare a festival o eventi in Europa: l’idea è che, se ottieni il visto, resterai clandestino. Intanto noi viaggiamo ovunque col nostro passaporto, stiamo negli hotel in centro a Tunisi o al Cairo, mentre loro rischiano il carcere per aver fornito informazioni ai colleghi. Un altro tema ignorato dai nostri media: il reclutamento di tunisini, kenioti, persone della Repubblica Centrafricana da parte dei russi, convinti di andare a lavorare e invece mandati al fronte. All’estero se ne parla, qui no.

I nostri colleghi si chiedono perché non si riesca a dare una fotografia ampia del Sud globale. Perché il bisogno di libertà, diritti umani e giustizia delle popolazioni giovani del Sud globale non arriva qui?

“Per due ragioni: cinismo politico e bias culturali. Raccontiamo solo le piazze che ci conviene raccontare: quelle contro governi che ci sono ostili. Le proteste in Iran sì, quelle in Tanzania o Senegal molto meno, anche quando sono represse nel sangue. Manteniamo l’idea dell’Europa come unica enclave dei diritti umani, così possiamo pontificare sugli altri. Le rivoluzioni arabe sono state un turning point: non si potevano ignorare, anche se sono state raccontate malissimo. Da allora, l’avvento di internet e dei blog ha influenzato le opinioni pubbliche, ma la linea editoriale resta dettata dagli interessi degli editori. Pensa anche al movimento Fridays for Future extraeuropeo: quasi invisibile. Quando Greta Thunberg ha iniziato a parlare di Sud globale, è stata cancellata dai media. Non era più l’attivista “come ce la immaginiamo noi”.

Da donna, giornalista e attivista, quando si aggiunge la diversità etnica, fisica, dei nomi, dei corpi e delle tradizioni, le discriminazioni aumentano.

Assolutamente. Altro che soffitto di cristallo: c’è un’intersezionalità di discriminazioni. Ho un cognome arabo, sono donna, giovane, musulmana. Ho il privilegio di non portare il velo, e questo mi apre spazi che ad altre colleghe vengono negati. La violenza online è enorme: i report di Amnesty International e UNESCO lo confermano. Il 70% delle giornaliste intervistate subisce violenza digitale, con insulti sessisti e razziali. I volti femminili nell’informazione sono il 20%, e solo l’1% è razzializzato. Mi è capitato che suggerissero il mio nome per un intervento televisivo, ma poi non mi chiamassero: il cognome “scomodo” fa paura. Preferiscono qualcuno che parla di Siria o Palestina da Roma o Milano, magari dopo esserci stato una settimana. C’è il pregiudizio che tu sia “schierata”, “violenta”, “non in grado di gestire il contraddittorio. Essere credibili è difficile. Vengo da una periferia, non da una famiglia ricca: mancano i contatti, gli spazi. È faticosissimo. A volte penso di mollare, ma poi arrivano messaggi di ragazze più giovani che mi dicono che si sentono rappresentate. E capisco che la rappresentazione conta”.

Cosa ti dà più speranza?

Abbiamo creato una rete bellissima. Viviamo molto più come una comunità rispetto ai colleghi bianchi autoctoni. Avendo subito dinamiche simili, ci sosteniamo spontaneamente. Quando mi chiedono chi chiamare per un tema, penso subito a una collega con background migratorio. Lo facciamo tutte. Abbiamo creato spazi sicuri, ci confrontiamo, resistiamo insieme nel mondo culturale e giornalistico italiano. Anche nella scrittura. È un “vado io, ma vado per tutte”. Ci portiamo dietro un valore di comunità che altrove si è perso. Questo ci permette di spalleggiarci, darci spazio, creare solidarietà. E sta funzionando: dieci anni fa era impossibile vedere persone come noi in TV. Oggi, grazie al lavoro di tante, quei muri altissimi iniziano a sgretolarsi.


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