giovedì 14/05/2026, 12:28

In occasione del Salone del libro di Torino, su un numero speciale della newsletter Spazio di Kritica la giornalista e scrittrice Asmae Dachan ha intervistato una serie di personalità del mondo della cultura italiano provenienti da storie di diaspora e migrazioni: dal Corno d’Africa, al Vicino Oriente al Maghreb. In questa intervista, il docente universitario, traduttore e poeta iracheno Gassid Mohammed racconta l’impatto del trovarsi straniero in una terra in cui spesso la ricchezza di storia e cultura dei Paesi d’origine di chi migra non è conosciuta né viene riconosciuta. “Io sono di Babilonia. Quando lo dico, gli occhi delle persone si spalancano. Sanno cos’è Babilonia, ma non la collegano all’Iraq di oggi”.


Vorrei tornare indietro nel tempo e partire dal tuo vissuto personale. Come ha vissuto, come ricorda una persona di origine irachena come te gli anni in cui l’Iraq è stato colpito dalla guerra? Che cosa hai sentito tu, come iracheno? Se torni indietro nell’album dei tuoi ricordi, come racconteresti quegli anni?

Sono cresciuto in un periodo in cui dittatura e guerra erano due elementi che si integravano: una portava all’altra, erano causa ed effetto. Durante la dittatura ci sono state diverse guerre in Iraq. Da bambino ricordo la guerra tra Iraq e Iran: le bare avvolte nella bandiera irachena. Sto scrivendo un libro che alterna poesia e narrativa proprio per ripercorrere questi frammenti della mia vita. Il mio primo “ricordo”, che in realtà non è un ricordo diretto, risale a quando avevo tre giorni: un parente è stato ucciso. Mia madre, che era sua cugina, non poté partecipare al funerale perché aveva un neonato, e per tradizione non si porta un bambino così piccolo a un lutto. Lei me lo ha raccontato così tante volte che è diventato parte della mia memoria. La mia vita in Iraq è stata un alternarsi di guerra, morte e dittatura, che è essa stessa una guerra interna contro il popolo. Nel 1991 ci fu una rivoluzione: avevo dieci anni, parteciparono mio padre e i miei zii. Quando il regime reagì con l’esercito, bombardamenti e arresti, migliaia di persone scomparvero, tra cui i miei parenti. Abbiamo scoperto solo nel 2023 che erano stati sepolti in fosse comuni. Per un destino assurdo, proprio il mio paesino fu incaricato di occuparsi degli scavi della fossa comune più grande di Babilonia. Un medico del posto, responsabile degli scavi, chiamò i giovani del villaggio. Tiravano fuori scheletri ancora con i vestiti addosso: donne, bambini, anziani, iracheni e non. Ricordo l’immagine di un calzino da cui, nel palmo della mano, uscivano le ossa di un piede. Tutto questo fa parte del mio immaginario. Ho vissuto anche la guerra civile tra il 2005 e il 2007, e poi ancora tra il 2008 e il 2010. Sono esperienze che ti segnano per sempre.

Quando poi sei arrivato in Occidente e hai visto come tutto questo veniva raccontato e percepito, che cosa hai pensato?

Ci sono due aspetti. Il primo riguarda come la mia terra viene vista e ricordata in Occidente. Come accade oggi con la Siria: si parla solo di Assad, guerra, terrorismo. Anche l’Iraq viene ricordato solo per Saddam Hussein, terrorismo, conflitti. La nostra storia millenaria è stata eclissata. Questo per me è stato doloroso: ti guardano come “reduce di guerra”, come potenziale estremista, come poveraccio che viene da una terra martoriata. Io sono di Babilonia. Quando lo dico, gli occhi delle persone si spalancano. Sanno cos’è Babilonia, ma non la collegano all’Iraq di oggi. Questa parte della nostra identità è stata cancellata. Il secondo aspetto riguarda la narrazione della guerra in Iraq: la “guerra di liberazione”. Per quanto il regime fosse dittatoriale, la narrazione occidentale non regge. Io sono una delle prime vittime del regime di Saddam Hussein, ma riconosco che siamo stati vittime anche dell’invasione americana ed europea. Molti sanno che le giustificazioni dell’epoca erano bugie, ma continuano a ripeterle. Mi è capitato che, in un’intervista radiofonica, volessero sentire solo la parte in cui dico che la caduta del regime è stata una liberazione. Non volevano ascoltare il resto: l’occupazione, le vere intenzioni, le conseguenze. È come se volessero sentirsi dire che ci hanno salvati. Poi però, quando arrivi qui, vieni percepito come un peso. Siamo doppiamente vittime: degli estremisti nei nostri Paesi e degli estremisti qui, che vedono in noi solo estremisti.

Oltre alle ferite, portiamo con noi un patrimonio culturale enorme. In Italia oggi abbiamo la possibilità di far valere ciò che siamo, o esiste ancora un pregiudizio radicato?

C’è entrambe le cose. Una parte della società ci vede solo come “stranieri”, senza sapere nulla di noi. Quando mi incontrano per strada, vedono lo straniero, non il docente, il poeta, l’intellettuale. Ma c’è anche una parte della società che ci considera una risorsa. E noi lo siamo: arricchiamo la cultura italiana con ciò che scriviamo, insegniamo, raccontiamo. Gli studenti apprezzano moltissimo quando condividiamo storia, cultura, letteratura. Vengo invitato spesso a festival e presentazioni: c’è un pubblico che vuole ascoltarci. Le opportunità ci sono, e dobbiamo coglierle: nell’università, nel giornalismo, nella scrittura. Possiamo veicolare le nostre idee e arricchire la società italiana, ricevendo in cambio altrettanto arricchimento.

Ti capita di percepire stupore quando parli, come se fossi “fuori dall’immaginario” che gli altri hanno di noi?

Sì, assolutamente. Il primo stupore nasce dal nostro italiano: quando parliamo in modo corretto, molti restano sorpresi. Non so se sia un nostro pregio o un loro limite, ma succede. Poi c’è lo stupore più profondo: noi rovesciamo l’immagine che hanno di noi. Si aspettano il “reduce di guerra”, il migrante senza strumenti. E invece trovano un poeta, uno scrittore, un docente, una persona che argomenta, che ragiona, che porta una visione complessa. Abbiamo un modo di pensare diverso, influenzato dalla nostra lingua, dalla nostra storia, dal nostro vissuto. Offriamo una prospettiva che qui non è comune. A volte, parlando con le persone, vedo come se si svegliassero: vedono il mondo da un’altra angolazione. È come se scoprissero se stessi attraverso un altro sguardo. Questo è un arricchimento reciproco: noi cambiamo la loro visione del mondo e loro cambiano la nostra”.


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