Hala Khirwat camminava a passi tremanti, stringendo il nipote con una mano e sventolando una bandiera bianca con l’altra. Il suo appello all’umanità. Sperava che il colore della “pace” la proteggesse dal cecchino, che in una donna con un bambino non vedeva altro che due bersagli militari. Hala cadde, e il silenzio dell’esplosione trafisse le orecchie del ragazzino, che non riusciva a comprendere come sua nonna fosse diventata un corpo senza vita sotto il sole cocente di Gaza.
Il suo destino è stato quello delle tante donne di Gaza e madri di Gaza durante il bombardamento israeliano: una vittima ogni 30 minuti. Oggi, le donne a Gaza continuano ad affrontare la morte per i bombardamenti, che non sono cessati nonostante la tregua; e in più, affrontano una sistematica privazione dei loro diritti alla protezione, alla privacy e alla dignità umana. I loro diritti fisiologici e legali più elementari si sono trasformati in un lusso lontano, sotto un assedio soffocante e una guerra che non distingue tra civili e combattenti.
I dati provenienti da organismi internazionali quali “UN Women” e “Euro-Med Human Rights Monitor” hanno confermato il martirio di oltre 38mila donne e ragazze alla fine del 2025, con un tasso spaventoso di 47 vittime al giorno. Esperti legali e psicologi hanno analizzato l’impatto a lungo termine di questa violenza sistematica, che ha preso di mira il tessuto sociale palestinese colpendo il suo pilastro principale. Dietro i numeri ci sono storie umane, che si oppongono all’“ingegneria sociale forzata” praticata dalla macchina da guerra.
La profanazione del corpo
Il corpo delle donne palestinesi in questa guerra è il bersaglio di una politica bellica sistematica; tutt’altro che un “danno collaterale”. I rapporti delle Nazioni Unite indicano che migliaia di donne sono state colpite da cecchini nei corridoi di sfollamento dichiarati “sicuri” dall’occupazione; i proiettili sono stati diretti precisamente alla testa o al petto, riflettendo così un chiaro intento di omicidio premeditato. Alle ferite è stata negata l’assistenza medica, ai corpi delle vittime è stata negata una sepoltura immediata e dignitosa, lasciando le famiglie in uno stato di prolungato tormento psicologico. Questo bersagliamento mira non solo a eliminare fisicamente le persone, ma anche a seminare il terrore nei cuori delle madri e delle ragazze che si trovano nel mirino dei cecchini ogni volta che tentano di spostarsi, anche solo per cercare acqua. I più semplici spostamenti quotidiani si sono trasformati in una tortura, un’avventura che sfida la morte. Ponendo le donne nel mirino, l’esercito israeliano cerca di spezzare la volontà della comunità e frammentarne in modo permanente la struttura familiare.
Salwa, 42 anni, sopravvissuta del quartiere Al-Rimal di Gaza City, racconta di aver visto la sua vicina uccisa da un cecchino davanti ai suoi occhi mentre cercava di raggiungere un sacchetto di pane caduto da un camion. Salwa dice: “Non aveva un’arma; portava solo la fame dei suoi figli. È caduta e nessuno ha potuto avvicinarsi a lei per sei ore intere perché il cecchino sparava a chiunque tentasse di trascinare via il suo corpo. I miei figli hanno visto tutto questo e da allora hanno perso la capacità di parlare.” Bersagli viventi nelle strade di Gaza, il corpo delle donne per i soldati dell’occupazione è diventato un palcoscenico, per dimostrare forza e intimidazione. Il diritto alla vita, il diritto umanitario sono niente più che slogan, schiacciati dai cingoli dei carri armati e dai proiettili dei cecchini che monitorano nei minimi dettagli i movimenti delle donne dietro le pareti delle tende e delle case demolite.
Spezzare la dignità delle donne
Nei centri di detenzione, le testimonianze indicano schemi terrificanti di abuso e molestie fisiche e verbali; abusi che costituiscono crimini di guerra. Donne e ragazze sono costrette a togliersi l’hijab davanti ai soldati e si vedono negato l’accesso ai servizi igienici per periodi molto lunghi. Vengono filmate in posizioni umilianti, per poi poter utilizzare qui video come strumento di pressione psicologica sulle loro famiglie o sulla resistenza. Queste pratiche, documentate nei rapporti di Medici Senza Frontiere e delle Nazioni Unite, sono parte integrante di una guerra genocida volta a spezzare il morale della società, prendendo di mira la dignità simbolica rappresentata dalla donna palestinese. Il silenzio internazionale su queste violazioni fisiche sistematiche dà il via libera al continuo uso della violenza di genere come arma letale di guerra, lasciando profonde cicatrici psicologiche e fisiche sulle sopravvissute, che devono affrontare sia lo stigma che il dolore.
Nessuna “stanza tutta per sé”
Nelle tende logore degli sfollati, le donne di Gaza hanno perso il loro ultimo “muro”. La privacy – un diritto umano intrinseco – si è trasformata in un ricordo lontano e impossibile. Decine di donne vivono in spazi angusti non più grandi di pochi metri quadrati, il che porta al crollo totale della dignità personale e dei bisogni intimi. Le donne trascorrono lunghe e umilianti ore in coda per pochi litri di acqua non potabile o per utilizzare servizi igienici condivisi che spesso sono privi di porte o coperture; una condizione che crea in loro uno stato di stress fisico e psicologico permanente. Sono costrette a ridurre al minimo l’assunzione di acqua e cibo per evitare di utilizzare i bagni condivisi di notte o trovarsi in situazioni di non protezione; questa condizione sta portando alla diffusione epidemica di malattie renali e infezioni croniche del tratto urinario tra le donne sfollate. Il corpo della donna si è trasformato in una prigione che subisce pressioni fisiologiche e psicologiche in ogni momento trascorso all’interno di queste tende collettive sovraffollate.
Partorire nella polvere
Le tende sono il luogo in cui si partorisce, obbligatoriamente. Tra il crollo degli ospedali e la distruzione dei centri di maternità, non ne è rimasto quasi nessun altro. Le donne danno alla luce i figli anche nei corridoi di sfollamento o persino per strada, senza anestesia, né sterilizzazione né assistenza medica professionale; questo sta portando i tassi di mortalità ed emorragia a livelli senza precedenti. A questa realtà catastrofica si aggiunge la totale mancanza di assorbenti igienici e di generi di prima necessità, che ci costringe a utilizzare brandelli di tende sporche o vecchi vestiti, causando la diffusione di pericolose malattie della pelle, micosi e infezioni batteriche.
Negare a una donna i suoi diritti fondamentali alla salute riproduttiva e all’igiene personale rappresenta un vero e proprio crimine contro l’umanità, volto a colpire la capacità di resistere e sopravvivere; rende la maternità – che dovrebbe essere un simbolo di vita – un percorso irto di morte e malattie croniche che accompagneranno queste donne per molti anni.
Madri in lutto costante
La guerra ha radicalmente e forzatamente rimodellato la struttura familiare palestinese; per decine di migliaia di famiglie, la donna che è diventata l’“unica fonte di sostentamento” e il motore principale della sopravvivenza, a seguito alla perdita di mariti, padri o figli. La madre si fa carico della cura emotiva ed educativa dei bambini in una situazione di guerra permanente, ma è anche colei che cerca in tutti i modi di procurare il pane, nel mezzo della carestia.
Le donne cercano legna da ardere, stanno ore e ore in coda per ricevere aiuti, preparano pasti a base di foglie d’alberi, quando sono rimaste solo quelle. Affrontano sfide legali e sociali molto complesse in assenza di istituzioni: se per esempio è necessario dimostrare la discendenza o recuperare documenti di identità bruciati sotto le macerie, per garantire un’eredità o una futura protezione legale a figli rimasti orfani. Questo rende le donne molto più vulnerabili allo sfruttamento economico e alla fragilità sociale, in un momento in cui le istituzioni internazionali e locali non hanno la capacità di fornire un sostegno legale o finanziario sostenibile.
Le pressioni sociali accumulate, sommate al trauma psicologico della perdita dei propri cari, stanno creando una generazione di “madri in lutto”; portatrici di ferite profonde che non possono essere facilmente sanate. Ciò rende la loro resistenza quotidiana un miracolo umano, che si ripete in ogni tenda di sfollati, mentre cercano di riprendere l’iniziativa e proteggere ciò che resta delle loro famiglie.
Tutto quanto fin qui raccontato avviene in patente violazione della convenzione dell’ONU sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne, la cosiddetta Convenzione CEDAW. Prendere di mira intenzionalmente le donne e negare loro assistenza sanitaria rientra invece in quella “progettazione del genocidio” volta a distruggere le condizioni di vita del gruppo. Ai sensi del diritto internazionale umanitario, in particolare della Quarta Convenzione di Ginevra, alle donne deve essere garantita una protezione speciale contro qualsiasi attacco al loro onore o alla loro integrità fisica, cosa che è stata ignorata nei centri di detenzione e durante i raid. L’assenza di responsabilità internazionale trasforma queste leggi in carta straccia, e legittima l’uso del corpo della donna come strumento nel conflitto militare.
Nonostante tutto ciò, le donne a Gaza rimangono le custodi della sopravvivenza. Aprono centri educativi volontari per salvare le ultime generazioni dall’ignoranza inflitta; continuano a provvedere al cibo, alla cura e alla sussistenza. La dignità delle donne di Gaza è la vera prova di ciò che resta dell’umanità in questo secolo.
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CREDITI FOTO: © Hamed Sbeata

Scrittrice e giornalista palestinese di Gaza, dedica il proprio lavoro alla documentazione delle violazioni dei diritti umani e alla messa in luce delle storie umane ignorate della sua comunità.

