lunedì 04/05/2026, 16:15

Si sa che l’impegno per i palestinesi e la denuncia di Israele si pagano. Vale per le star del cinema, i cantanti, i politici, i giudici della Corte penale internazionale. Vale anche per le fondazioni benefiche.
A Trieste la Fondazione Luchetta è quello che si dice un’istituzione. Perché è intitolata a un giornalista Rai che conoscevano tutti, ucciso con i colleghi Alessandro Ota e Dario D’Angelo ormai più di trent’anni fa mentre documentavano la sofferenza dei bambini nella guerra civile bosniaca. E perché da trent’anni opera in modo assiduo e concreto per alleviare povertà diffuse e sostenere i bambini che da tutto il mondo vengono a farsi curare nel locale ospedale pediatrico. Marco Luchetta era un giornalista, e così la Fondazione ha istituito un premio giornalistico dedicato al racconto dell’infanzia violata.

Lunghissimo il palmares, che da più di vent’anni inorgoglisce professionisti delle principali testate italiane e internazionali. Tra i premiati, Paolo Rumiz, Jason Burke, Francesca Mannocchi, Nello Scavo, la direttrice di Kritica Federica D’Alessio. Da qualche anno, oltre ai vari premi di categoria, la Fondazione conferisce un riconoscimento speciale a “personalità che si sono distinte nella valorizzazione degli ideali che ispirano il Premio”. Anche in questo caso il palmares è una dichiarazione d’intenti: tra gli altri, Liliana Segre, Telefono azzurro, la comunità di Sant’Egidio, l’inviato Rai Nico Piro.

Dicevamo che la Fondazione Luchetta e il suo Premio a Trieste sono un’istituzione. Non sono mai mancati il plauso popolare e il sostegno delle istituzioni. Ma dicevamo anche che l’impegno per i Palestinesi e la denuncia di Israele si pagano. Il Premio Speciale 2025 è stato conferito a Francesca Albanese, Relatrice Speciale Onu per il Territorio occupato palestinese nonché nemico pubblico numero uno dei governi di Stati Uniti e Israele. Da parte della Fondazione, una scelta netta. Che ha presentato il suo conto salato.

Nel novembre scorso, la Fondazione annuncia che il Premio Speciale 2025 andrà a Francesca Albanese “per avere da subito denunciato che quanto stava accadendo a Gaza si configurava come crimine di genocidio, come confermato dalla Commissione Speciale Onu”. Sono anni che la Relatrice Speciale subisce attacchi da parte di personalità e organizzazioni filo-israeliane. Ma sono anni che gode della stima di tantissime persone inorridite dai crimini israeliani.

Va così anche a Trieste. Qualche giorno prima della cerimonia di premiazione, il quotidiano locale “Il Piccolo” pubblica una lettera aperta alla presidente della Fondazione Daniela Schifani Corfini Luchetta co-firmata dal locale presidente della comunità ebraica e dal rabbino capo di Trieste e del Friuli Venezia Giulia. Il tono non potrebbe essere più sgraziato e offensivo: “State premiando una persona che diffonde falsità, incita all’odio, e soprattutto si fa portavoce della difesa dei terroristi di Hamas”, “Il palese antisionismo della signora (sic, ndr) Albanese in realtà non è che la foglia di fico dietro la quale si cela un profondo antisemitismo”, “La signora (sic, ndr) Albanese – e con lei indirettamente la vostra Fondazione – arriva a sostenere che i veri colpevoli siano gli israeliani, attribuendo loro la responsabilità delle vittime civili di Gaza. Che vergogna!”.

A dare man forte alle scomposte accuse dei leader della comunità ebraica è una nutrita schiera di politici di centrodestra, a cominciare dal presidente della Regione, il leghista Massimiliano Fedriga secondo cui quella della Fondazione è “una scelta che mette in discussione i valori di civiltà, democrazia e accoglienza che hanno sempre contraddistinto questa terra. La decisione di invitare persone pubblicamente censurate da Stati democratici per le loro posizioni rappresenta, di fatto, un segnale preoccupante e un atto contrario alla libertà e alla verità”.

Buono a sapersi. Secondo il nuovo sovranismo a trazione sionista, una Fondazione italiana non può premiare una giurista italiana perché israeliani e americani (e francesi e tedeschi e quant’altri) rischiano di non gradire.

Ma la Fondazione segue la sua strada. Prima, la presidente replica agli attacchi dalle stesse colonne del Piccolo con una lettera impeccabile, senza una sbavatura di rancore: “La Fondazione sta dalla parte dei bambini, per credo e per statuto, bambini che avrebbero diritto alla cura, alla gioia, all’amore”. E ancora: “L’opera di Francesca Albanese è uno straziante grido d’allarme sul crollo del diritto internazionale”. Poi, il 21 novembre 2025, Francesca Albanese arriva a Trieste, accolta dalla solita folla di persone inorridite dai crimini israeliani. Anzi, da una folla che eccede di molto la solita folla. Per la lezione prevista all’università, gli studenti dell’organizzazione non smettono di allestire in fretta e furia nuove aule e nuovi impianti e nuovi schermi, comunque insufficienti a contenere e soddisfare le centinaia di persone in attesa. Per la cerimonia di premiazione al Teatro Miela, è probabilmente più la gente che affolla il lungomare sperando di entrare, che quella che all’interno della sala si scioglie in una commossa, interminabile standing ovation per la Relatrice.

C’è talmente tanta gente, talmente più viva, vera, forte, limpida delle dichiarazioni che hanno preceduto l’evento (l’assessore regionale alla Sicurezza Pierpaolo Roberti aveva addirittura trovato “sconcertante premiare Francesca Albanese nella città in cui sono state proclamate le leggi razziali”!), che la partita sembra definitivamente chiusa. Quando in una comunità di animi non particolarmente accesi un evento produce emozioni così intense e condivise, di solito la politica si adegua, o perlomeno si inabissa in attesa di cambiare argomento.

E invece no, perché certe scelte si devono pagare. La Fondazione fa da decenni orgogliosamente affidamento su una miriade di piccole e grandi donazioni private. Il Premio invece non potrebbe esistere senza contributi pubblici, in particolare regionali. Viviamo in tempi brutali in cui si è perso anche l’involucro delle buone maniere. La rappresaglia arriva quindi rapida, diretta, senza paludamenti: al primo rinnovo utile, i contributi spariscono.

Stiamo parlando di una Fondazione e di un evento che arricchiscono e inorgogliscono la città, e che per questo sono sempre stati ammessi ai contributi destinati alla dozzina di “iniziative di divulgazione della cultura umanistica” finanziate dalla Regione Friuli Venezia Giulia. La serie storica dei finanziamenti parla chiaro: 2020, 114.000 euro; 2021, 110.00 euro; 2022, 109.000 euro; 2023 142.000 euro; 2024, 105.000 euro; 2025, 98.000 euro; 2026-2028, ZERO.

Del 21 novembre è la cerimonia di premiazione 2025, del 29 dicembre il decreto regionale che toglie per i prossimi tre anni ogni sostegno pubblico alla Fondazione. Il voltafaccia è tanto più impressionante se si tiene conto che il totale dei contributi regionali è rimasto invariato, che il Premio Luchetta è stata l’unica iniziativa penalizzata e che la composizione politica della giusta regionale è rimasta la stessa per tutta la serie storica sopra riportata. L’assessore regionale alla Cultura nega la natura “politica” della decisione, ma la motivazione tecnica è risibile: dopo ventidue anni, al Premio è stata imputata scarsa “capacità organizzativa, continuità e affidabilità gestionale”!

È evidente che a fare la differenza è stata esclusivamente la presenza di Francesca Albanese tra i premiati del 2025. Nell’Italia complice del genocidio, non sono ammesse iniziative di enorme risonanza popolare in onore di un’italiana conosciuta in tutto il mondo per essere la voce instancabile di un popolo tormentato da decenni.

Fin qui è una brutta storia, con pochi precedenti così rozzi e smaccati. Ma l’Italia di Meloni e Fedriga non è ancora la già venerata Ungheria di Viktor Orbán. Le opposizioni politiche hanno reagito con toni per una volta unanimemente chiari ed energici. E soprattutto la giustizia amministrativa ha appena accolto il ricorso della Fondazione definendo “irragionevole e illogica” la valutazione degli uffici regionali che da un anno all’altro hanno trasformato un ente meritevole in soggetto impresentabile. Purtroppo la giustizia ha i suoi tempi, e la prossima udienza che valuterà il contro-ricorso della Regione è fissata appena al 23 settembre. Dopo un’ultraventennale continuità, rischia insomma di saltare comunque l’edizione 2026 del Premio Luchetta.

Per la città, per la Fondazione e per il giornalismo, è una ferita profonda. Ma se servisse a sbugiardare un potere politico malato di arbitrio e conformismo ne sarebbe valsa la pena. Per i giornalisti è sempre stato un onore essere premiati a Trieste. Dall’edizione 2027 lo sarà due volte. Premiando Francesca Albanese, la Fondazione Luchetta ha reso implicitamente onore anche ai quasi trecento colleghi di Gaza massacrati dall’esercito israeliano.


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CREDITI FOTO: Premio Luchetta

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