venerdì 01/05/2026, 10:08

Il sindaco di Milano Giuseppe Sala ha invitato la collettività ad “abbassare i toni” dopo le polemiche sorte in merito alla partecipazione della proclamata Brigata Ebraica alla manifestazione del 25 aprile, giorno della Liberazione italiana dal nazifascismo, con le bandiere israeliane, quelle dello Scià di Persia, alcuni vessilli inneggianti a Trump e Netanyahu, tutto allo scopo di bloccare il corteo e indurre all’incidente. Si sente perfettamente in un video lo scambio di battute fra Eyan Mizrahi – da tutti ricordato per la frase “Definisci bambino”, presidente dell’associazione Amici di Israele – e l’esponente del Partito Democratico e di Sinistra per Israele, Emanuele Fiano, parlare con nonchalance della possibilità che la polizia manganelli il corteo, ritenuta evidentemente preferibile rispetto allo spostarsi e lasciar passare le migliaia di persone che stavano bloccando; laddove gli accordi presi con l’ANPI erano che le bandiere israeliane non sarebbero state presenti e che la Brigata Ebraica avrebbe partecipato all’interno del corteo.

“Abbassare i toni” dopo che la Brigata Ebraica si è voluta rappresentare come vittima di non si sa bene che aggressione a Milano, mentre a Roma, quasi nello stesso momento, un giovane militante sionista – che ha confessato il delitto e si è rivendicato come appartenente proprio alla Brigata Ebraica, ed è stato da quest’ultima sconfessato –, sparava con una pistola ad aria compressa, da un motorino in corsa indossando un casco, contro due militanti antifascisti, riconoscibili dal fazzoletto dell’ANPI al collo. Lui si chiama Ethan Bondì, e in casa gli hanno trovato armi e bandiere di Israele. Loro si chiamano Rossana Gabrieli e Nicola Fasciano, e quando si sono visti puntare la pistola addosso hanno, ovviamente, creduto di morire.

Bondì è ora incarcerato per tentato omicidio. Il suo è stato un attentato terroristico: ha sparso terrore durante una manifestazione, sparato contro dei manifestanti antifascisti, nel giorno della Liberazione. Un terrore che ovviamente non finisce con l’episodio, ma si trascinerà nelle manifestazioni future, com’è normale.

Se c’è un problema in questo momento, nell’opinione pubblica, è che i toni della reazione a un evento di tale gravità sono stati e sono troppo bassi. Un attentato contro due antifascisti nel giorno della Liberazione dal nazifascismo dovrebbe essere uno scandalo nazionale che mette in allerta il Paese intero e sollecita intervento del Presidente della Repubblica, di quello del Consiglio dei Ministri e di tutta la prima fila delle istituzioni. Tanto più che l’attentato è stato condotto da una persona che ha in casa le bandiere di un altro Stato. Immaginiamoci se, invece che di Israele, si fosse trattato di un qualsiasi altro Paese.

Invece, qui si dice “abbassiamo i toni”. Una frase che, rivolta a chi protesta contro la violenza o le ingiustizie, è tipica delle organizzazioni disfunzionali; invece di alzarli contro chi usa la violenza, si lascia correre, non se ne deve parlare; è uno dei modi più classicamente patriarcali di continuare a preservare il potere dei violenti nelle realtà organizzate.

Un modo efficace: perché a fronte della gravità inaudita di quanto accaduto, i media principali, di fatto, stanno tenendo toni bassissimi.

Non c’è nessuno che stia sottolineando con la dovuta forza che la violenza del 25 aprile, giornata della Liberazione italiana, avvenuta contro manifestanti antifascisti, in forma di provocazione a Milano e di attentato terroristico a Roma, è l’espressione di un approccio ostile organizzato da parte di persone che, pur essendo cittadine della Repubblica italiana antifascista, sono di fatto asservite e assoldate ai dettami di una potenza estera, il cui governo è alleato esplicito dei movimenti fascisti internazionali. Le bandiere, tanto a Milano come a Roma, sono lì a testimoniarlo.

Una potenza estera alla quale è consentito tutto, dal rapimento di liberi cittadini in acque internazionali – che sta avvenendo proprio in queste ore nei confronti degli equipaggi della Global Sumud Flotilla – fino all’utilizzo di quelli che, non in modo molto chiaro, il giornalista Gad Lerner ha definito “nuclei paramilitari” sionisti che utilizzano la violenza rivendicando un diritto all’autodifesa, da chi? Non da persone che li attaccano, evidentemente, ma da manifestanti pacifici, da persone che protestano contro il genocidio, da liberi cittadini democratici.

Proprio come Israele vede una minaccia in chi naviga in acque internazionali per portare aiuti a Gaza, così le realtà sioniste in Italia vedono una minaccia in chi la pensa diversamente da loro, al punto che basta gridare un “Free Palestine” per scatenare un pestaggio, com’è accaduto al Liceo Caravillani a Roma mesi fa, un atto che non ha ancora trovato un colpevole.

La minaccia, per il sionismo, ha la più tribale delle fisionomie: chi non è con noi è contro di noi, e questa logica viene applicata all’intera impalcatura dello Stato italiano, fino al punto di cercare di inserirsi nel nostro sistema scolastico, universitario e di polizia, attraverso il futuro DDL Antisemitismo, per educare alla normale bontà del suprematismo sionista e alla sua libertà di agire come uno Stato nello Stato.

Di fronte a questa realtà di fatto, che arriva fino al punto di arrogarsi il diritto di colpire gli antifascisti perché non sufficientemente allineati a Israele, il problema non è decisamente quello di abbassare i toni, bensì di alzare il livello della consapevolezza, della preoccupazione e della reazione democratica. Quella che spesso da queste parti abbiamo chiamato israelizzazione della società è un processo in corso in modo accelerato, che oggi si è spinto fin dove nessuno mai aveva osato prima: attentare contro gli antifascisti, nel giorno della Liberazione.

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