La Global Sumud Flotilla, insieme a iniziative come la Freedom Flotilla e alle Thousand Matleens to Gaza, rappresenta uno dei più importanti sforzi internazionali volti a rompere il blocco imposto sulla Striscia di Gaza e a fornire aiuti umanitari, in un contesto di aggravamento senza precedenti della crisi iniziata nel 2023. In questo momento sono in viaggio verso Gaza e qualche decina di imbarcazioni, con a bordo centinaia di attivisti internazionali, è già stata intercettata da Israele nonostante si trovassero ancora in piene acque internazionali, molto vicino a quelle di Cipro e greche.
Aspettare la Flotilla da Gaza
Essendo originaria di Gaza e testimone dei precedenti tentativi marittimi di raggiungerci, la partenza della Flotilla per me non è una semplice notizia. Ogni volta che sentiamo parlare di navi che salpano verso di noi, un silenzioso senso di speranza si fa strada, anche quando conosciamo la portata delle sfide che potrebbero affrontare. Questa speranza non riguarda solo l’arrivo degli aiuti, ma l’idea che qualcuno pensi a noi, agisca per noi, rifiutandosi di lasciarci soli. A Gaza, le cose più semplici possono fare una differenza profonda: un messaggio, un gesto o anche solo un tentativo di raggiungerci possono significare tutto per un popolo che vive da tempo sotto pressione costante. Nonostante tutto, il sentimento più forte rimane questo: che la solidarietà non è solo parole, ma azioni che si possono vedere e sentire. E questo basta a dare alla gente qui qualcosa a cui aggrapparsi, anche se è una piccola speranza che cresce con ogni nuovo tentativo.
Osama Hammouda, un medico di Gaza, lo conferma: per lui la flottiglia marittima riveste un notevole valore umanitario e morale per la popolazione della Striscia di Gaza, soprattutto alla luce del peggioramento delle condizioni sanitarie e della carenza di risorse mediche. Sottolinea che qualsiasi iniziativa volta a rompere l’isolamento imposto a Gaza rappresenta un chiaro messaggio di sostegno ai civili, trasmettendo la sensazione che la loro sofferenza non sia isolata dal resto del mondo, ma che stia invece ricevendo una crescente solidarietà e attenzione internazionale.
Anche il giornalista Ammar Al-Masri considera la flottiglia marittima come un importante passo simbolico che riporta Gaza sotto i riflettori dei media globali. Ha spiegato che tali iniziative non si limitano alla sola assistenza umanitaria, ma aiutano anche a mobilitare l’opinione pubblica e a mantenere la causa palestinese presente nelle discussioni internazionali, sottolineando che la voce di Gaza ha sempre bisogno di nuove piattaforme per trasmettere al mondo le sofferenze della popolazione.
Chi sono i naviganti della Flotilla?
Secondo i dati disponibili, questo movimento comprende più di 50 imbarcazioni civili, con la partecipazione di migliaia di attivisti provenienti da oltre 44 paesi in tutto il mondo, tra cui medici, giornalisti e parlamentari, nel tentativo di generare una crescente pressione internazionale e attirare l’attenzione sulle condizioni catastrofiche all’interno dell’enclave. In varie fasi, decine di navi si sono radunate nel Mar Mediterraneo in preparazione della navigazione verso Gaza, mentre iniziative regionali, come la “Flottiglia Maghreb Sumud”, hanno contribuito con ulteriori imbarcazioni: nove navi sono partite dalla Tunisia come parte di una flotta più ampia che supera le 40 imbarcazioni. Nonostante la natura civile e umanitaria di questi convogli, essi hanno subito ripetuti intercettamenti in mare, con diverse imbarcazioni fermate, a cui è stato impedito di raggiungere la loro destinazione, mentre altre hanno continuato a navigare fino a poche decine di miglia nautiche dalla costa di Gaza, tra notevoli rischi per la sicurezza. Questi sforzi arrivano in un momento in cui le stime indicano un grave deterioramento delle condizioni umanitarie a Gaza, compreso l’aggravarsi della carenza di cibo e carburante e l’aumento degli indicatori di carestia, rendendo queste flottiglie – nonostante le sfide – un simbolo dei continui tentativi internazionali di rompere l’isolamento e far luce sulle sofferenze dei civili.
Doroz e Lucas
Mentre si preparano a una nuova partenza, parlo con due attivisti Doroz afferma che la sua decisione di unirsi a questa missione non è stata il risultato di un pensiero fugace, ma piuttosto il culmine di innumerevoli scene e immagini che non poteva più ignorare, fino a quando ha raggiunto un punto in cui rimanere in silenzio non era più un’opzione. “C’era una forte sensazione interiore che dovevo fare qualcosa di concreto, anche se ciò significava lasciarmi tutto alle spalle”, spiega, sottolineando che questo viaggio non è un’avventura, ma una presa di posizione morale. Sebbene ammetta di provare paura, specialmente per via delle ripetute notizie di navi intercettate, afferma che questa paura non l’ha paralizzata, ma ha invece rafforzato il suo impegno. «La considero una parte naturale dell’esperienza e cerco di trarre forza dallo scopo più grande». Parlando delle sfide, osserva che la parte più difficile non sono state solo le condizioni pratiche a bordo, ma anche la costante pressione psicologica, lo stato di attesa e l’incertezza su ciò che potrebbe accadere da un momento all’altro. Tuttavia, Doroz sottolinea che anche se venissero fermati o impediti di raggiungere Gaza, non lo vedrebbe come un fallimento, ma piuttosto come una prova dell’importanza di ciò che stanno cercando di fare: «Il solo tentativo di arrivare è un messaggio in sé. Se venissimo fermati, ciò esporrebbe ancora di più la realtà al mondo». Aggiunge che il suo messaggio principale attraverso questa partecipazione è quello di rompere il silenzio internazionale e affermare che ci sono ancora persone in tutto il mondo che si rifiutano di accettare questa realtà. Conclude con un messaggio alla popolazione di Gaza: «Se potessi dire una cosa a qualcuno lì in questo momento, sarebbe: non siete soli… ci sono persone che pensano a voi, che rischiano per voi e che cercano di raggiungervi in ogni modo possibile».
Lucas Bennett racconta che la sua decisione di unirsi alla missione è stata guidata meno dal coraggio e più da un crescente senso di impotenza che portava con sé da anni. «Seguivo tutto da lontano e, col tempo, quella sensazione di impotenza è diventata più pesante della paura stessa», dice, sottolineando che un momento particolare – vedere i bambini alla ricerca di acqua – è stato sufficiente a spingerlo all’azione. Contrariamente a quanto alcuni potrebbero aspettarsi, Lucas spiega che la sua paura non riguardava solo la possibilità di essere intercettato, ma anche l’ignoto. “La vera paura è non sapere come andranno a finire le cose, eppure andare avanti comunque”, aggiunge, spiegando che affronta la situazione concentrandosi sui piccoli dettagli quotidiani che gli danno un senso di stabilità.
Per quanto riguarda le sfide, sottolinea la tensione tra determinazione e attesa: «Sei pronto a fare qualcosa di significativo, eppure sei bloccato in uno spazio tra il movimento e la stasi», oltre alle condizioni di vita limitate a bordo. Nonostante ciò, ritiene che qualsiasi ostacolo che potrebbero affrontare non significherebbe una sconfitta, ma riaprirebbe invece questioni cruciali per il mondo. «Se veniamo fermati, non significa che abbiamo perso: significa che c’è una storia che deve essere raccontata ancora di più». Lucas sottolinea che la sua partecipazione non riguarda solo la consegna di aiuti, ma anche il ricordare alle persone che la solidarietà può essere un atto tangibile, non solo un sentimento passeggero. Nel suo messaggio a Gaza, sceglie parole semplici ma sincere: “Forse non abbiamo molto da offrire, ma stiamo cercando di essere presenti… E a volte, il semplice fatto di essere presenti è una forma di resistenza contro l’essere dimenticati.”
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CREDITI FOTO: Wikimedia Commons – La Global Sumud Flotilla a Siracusa, 3 settembre 2025.

Traduttrice e scrittrice di Gaza. Collabora con diverse riviste fra cui Kritica e il manifesto.

