domenica 26/04/2026, 1:43

    Su Tribune, il 14 dicembre 1945, George Orwell pubblica un articolo che passerà, così come l’evento da cui prende le mosse, alla storia della cronaca sportiva. Si tratta dell’incontro di calcio fra la Dinamo Mosca e l’Arsenal, uno dei match che la squadra russa giocò in quel periodo in Gran Bretagna, e che si caratterizzarono per un livello di acrimonia e ostilità fra squadre che faceva eco al raffreddamento dei rapporti internazionali già pienamente in corso fra Regno Unito e URSS dopo la temporanea alleanza antinazista. È ragionando su questi incontri che Orwell conia la famosa frase “la guerra senza gli spari”, per descrivere lo spirito sportivo nell’era dell’agonismo e del prestigio nazionalista.

    La rubrica Orwell è tradotta in italiano dalla traduttrice letteraria Anna Martini.


    Ora che la breve trasferta della Dinamo[1] è terminata, si può dire in pubblico quello che molte persone ragionevoli dicevano in privato, ancor prima che la squadra di calcio arrivasse. Ovvero, che lo sport è un’inesauribile fonte di ostilità, e che se questa visita ha avuto un qualche effetto sulle relazioni anglo-sovietiche, ha potuto soltanto peggiorarle leggermente.

    Neppure i giornali sono riusciti a nascondere il fatto che almeno due della quattro partite giocate hanno provocato forti malumori. Durante l’incontro con l’Arsenal, come mi ha riferito uno spettatore, un giocatore inglese e uno russo sono venuti alle mani e il pubblico ha fischiato l’arbitro. La partita di Glasgow, mi informa un altro, è stata un parapiglia fin dall’inizio. E poi c’è stata la polemica, tipica di quest’epoca nazionalistica, riguardo alla formazione della squadra dell’Arsenal. Era davvero una selezione nazionale inglese, come sostenevano i russi, o una semplice squadra di club, come sostenevano i britannici? E la Dinamo ha davvero interrotto bruscamente la tournée per non giocare contro una selezione nazionale inglese? Come sempre, a queste domande ognuno risponde a seconda delle sue predilezioni politiche. Non proprio tutti, però. È stato interessante osservare, quale esempio delle perverse passioni suscitate dal calcio, che il cronista sportivo del russofilo News Chronicle ha seguito la linea antirussa, affermando che l’Arsenal non era una selezione nazionale. Una polemica la cui eco risuonerà per anni nelle note dei libri di storia. Frattanto l’effetto della tournée della Dinamo, nella misura in cui ha sortito qualche effetto, sarà stato di creare nuovo malanimo in entrambe le parti.

    E come potrebbe essere altrimenti? Mi sorprende sempre sentir dire che lo sport crea amicizia tra le nazioni, e che se i popoli del mondo potessero incontrarsi su un campo da calcio o da cricket, non avrebbero nessuna voglia di incontrarsi su un campo di battaglia. Se anche non avessimo esempi concreti (le Olimpiadi del 1936, per esempio) che le competizioni sportive internazionali scatenano rancori frenetici, potremmo dedurlo dai principi generali.

    Quasi tutti gli sport praticati oggigiorno sono agonistici. Si gioca per vincere, e il gioco ha poco senso se non si fa tutto il possibile per vincere. In un campetto di paese, dove ti scegli una squadra e non c’è di mezzo il patriottismo locale, è possibile giocare per il semplice divertimento e per l’esercizio fisico; ma quando spunta la questione del prestigio, quando cominci a sentire che se tu e un gruppo più esteso non vincete, vi coprirete di vergogna, si destano gli istinti combattivi più feroci. Lo sa chiunque abbia fatto anche soltanto una partitella di calcio a scuola. A livello internazionale, lo sport è praticamente una simulazione di guerra. Ma non tanto è il comportamento dei giocatori ad essere significativo, quanto l’atteggiamento degli spettatori; e, dietro gli spettatori, quello delle nazioni che si scalmanano per queste competizioni assurde, e credono sinceramente – per brevi periodi, almeno – che correre, saltare e prendere a calci una palla siano prove di virtù nazionale.

    Perfino un gioco tranquillo come il cricket, che dovrebbe esprimere più grazia che forza, può causare forti malanimi, come abbiamo visto nel caso della polemica sul bodyline[2] e sul gioco troppo duro della squadra australiana che è stata ospite in Inghilterra nel 1921. Il calcio, sport in cui tutti si fanno male e per cui ogni nazione ha un proprio stile di gioco che agli stranieri sembra scorretto, è molto peggio. Peggiore di tutti è la boxe. Uno dei più orribili spettacoli al mondo è un incontro fra pugili bianchi e di colore davanti a un pubblico misto. Ma il pubblico della boxe è sempre disgustoso, e in particolare il comportamento delle donne è tale che, se non erro, l’esercito vieta loro di assistere agli incontri dei suoi atleti. Ad ogni modo, due o tre anni fa, quando la Home Guard e le truppe regolari hanno organizzato un torneo di pugilato, mi hanno messo di guardia all’ingresso della sala, con l’ordine di non lasciar entrare le donne.

    In Inghilterra, l’ossessione per lo sport non è uno scherzo, ma passioni ancora più violente si accendono nei paesi giovani, dove l’attività sportiva e il nazionalismo sono sviluppi recenti. In paesi come l’India o la Birmania, alle partite di calcio sono necessari robusti cordoni di polizia per impedire alla folla di invadere il campo. In Birmania, ho visto i sostenitori di una squadra sfondare lo sbarramento di polizia e intralciare il portiere avversario in un momento cruciale. La prima partita di calcio importante giocata in Spagna, una quindicina d’anni fa, terminò in un tumulto incontrollabile. Quando si destano forti sentimenti di rivalità, l’idea di giocare secondo le regole svanisce sempre. La gente vuole vedere una parte esaltata e l’altra umiliata, e dimentica che una vittoria ottenuta tramite l’inganno o l’intervento della folla è priva di senso. Anche quando gli spettatori non intervengono fisicamente, cercano di influenzare la partita incitando la propria squadra ed esasperando gli avversari con fischi e insulti. Lo sport serio non ha niente a che vedere con il fair play. È pervaso da odio, gelosia, vanagloria, disprezzo di ogni regola e piacere sadico di fronte alla violenza: in altre parole, è guerra senza gli spari.

    Invece di blaterare della innocente e salutare rivalità del campo di calcio e del grande contributo dei giochi olimpici all’unione fra i popoli, è più utile chiedersi come e perché sia nato questo moderno culto dello sport. Quasi tutte le attività sportive che oggi pratichiamo hanno origini antiche, ma tra l’epoca romana e il XIX secolo lo sport non sembra essere stato preso molto sul serio. Perfino nei collegi inglesi il culto dello sport ebbe inizio soltanto sul finire del secolo scorso. Il dottor Arnold, generalmente considerato il fondatore della moderna public school, lo considerava solo una perdita di tempo. Poi, soprattutto in Inghilterra e negli Stati Uniti, le discipline sportive divennero progressivamente attività fortemente finanziate, capaci di attirare enormi folle e di suscitare passioni feroci, e il contagio si diffuse da un paese all’altro. Ad essersi affermati sono soprattutto gli sport più violentemente combattivi, come il calcio e il pugilato. Non ci possono essere molti dubbi sul fatto che tutto ciò sia legato all’ascesa del nazionalismo, cioè alla stravagante abitudine moderna di identificarsi con grandi unità di potere e di vedere ogni cosa in termini di prestigio competitivo. Inoltre, è più probabile che gli sport organizzati si sviluppino nelle comunità urbane, dove l’essere umano medio conduce una vita sedentaria o almeno limitata nello spazio, e ha scarse occasioni di dedicarsi a un lavoro creativo. In una comunità rurale, un ragazzo o un giovane smaltisce molta energia in eccesso camminando, nuotando, tirando palle di neve, arrampicandosi sugli alberi, andando a cavallo e praticando vari sport crudeli verso gli animali, come la pesca, i combattimenti fra galli e la caccia ai ratti con i furetti. In una grande città, se si vuole dar sfogo alla forza fisica o agli impulsi sadici, bisogna indulgere in attività di gruppo. Le gare sono prese sul serio a Londra e a New York, come lo erano a Roma e a Bisanzio: si disputavano nel Medioevo, e probabilmente con molta brutalità fisica, ma non si mischiavano alla politica né erano causa di odii collettivi.

    Non ci possono essere molti dubbi sul fatto che tutto ciò sia legato all’ascesa del nazionalismo, cioè alla stravagante abitudine moderna di identificarsi con grandi unità di potere e di vedere ogni cosa in termini di prestigio competitivo.

    Se si volesse accrescere l’immensa riserva di ostilità che esiste in questo momento nel mondo, credo che il modo migliore sarebbe organizzare una serie di partite di calcio fra ebrei e arabi, tedeschi e cechi, indiani e britannici, russi e polacchi, italiani e jugoslavi, ciascuna davanti a un pubblico misto di centomila spettatori. Certo, non voglio affermare che lo sport sia una delle cause principali della rivalità tra nazioni; lo sport su vasta scala è esso stesso, credo, soltanto l’ennesimo effetto delle cause che hanno prodotto il nazionalismo. Comunque è vero che si peggiorano le cose, mandando in campo una squadra di undici uomini con l’etichetta di campioni nazionali a battersi contro una squadra avversaria, assecondando la sensazione che la nazione sconfitta “perderà la faccia”.

    Spero, quindi, che non daremo seguito alla visita della Dinamo mandando una squadra britannica in URSS. Se proprio dobbiamo, allora mandiamo una squadra di secondo piano, che sarà certamente battuta e che nessuno possa considerare rappresentativa dell’intera Gran Bretagna. Abbiamo già fin troppe preoccupazioni vere, e non c’è bisogno di crearne altre incoraggiando dei giovanotti a prendersi a calci sugli stinchi fra i ringhi di spettatori inferociti.


    [1] Dinamo Mosca, la prima squadra di calcio sovietica ospitata in Occidente. Questa trasferta in Gran Bretagna è un evento leggendario nella storia del calcio post-bellico. (NdT)

    [2] Tattica di lancio aggressiva, diretta verso il corpo del battitore, per intimidirlo e fargli male; pericolosa anche perché all’epoca si giocava senza il casco o altre protezioni. (NdT)

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