Nelle prime ore del 15 aprile 2011 Vittorio Arrigoni, per tutti “Vik”, veniva trovato morto a Gaza, era stato sequestrato pochi giorni prima da un gruppo salafita. Attivista dell’International Solidarity Movement in Palestina, cronista, il “Restiamo umani” con cui concludeva i suoi racconti da Gaza è diventato un motto per milioni di persone, un invito gentile a resistere alla disumanizzazione.
La sua amica Anna Maria Selini, giornalista freelance esperta di Palestina, ha scritto per Altreconomia, appena uscito, il libro “Caro Vik ti scrivo”, una raccolta di lettere indirizzate ad Arrigoni nel corso di anni di viaggi, missioni di lavoro nei diversi luoghi della Palestina e non solo, con nel cuore la battaglia per l’autodeterminazione di un popolo martoriato e mai sconfitto.
Pubblichiamo un estratto del libro, la lettera scritta da Anna Maria Selini a Vik il 28 ottobre 2003.
28 ottobre 2023
Ho ricontattato alcuni dei protagonisti del mio podcast “Oslo 30”, perché abbiamo deciso di produrre una puntata extra. Ho pensato che fosse necessario capire come stessero vivendo questo momento, cioè l’attacco del 7 ottobre e la risposta militare israeliana, l’operazione “Spade di ferro”, ancora in corso, contro Hamas e la Striscia di Gaza.
Ed è stato strano, perché le persone che mi avevano parlato di pace e della necessità di negoziare non sembravano più le stesse. I loro toni si sono inaspriti, le spinte al dialogo si sono azzerate.
Ho intitolato il nuovo episodio “Restiamo umani” e l’ho aperto con una tua citazione:
Credo che l’opinione pubblica mondiale dovrebbe prendersi carico di supportare i palestinesi in questa forma di loro lotta civile, nonviolenta, sperando che più persone prendano coscienza di quello che è stato il massacro qui a Gaza, e che questo permetta che un massacro del genere non si possa più ripetere in futuro. Far sì che i feriti a morte siano in qualche modo salvaguardati, se in futuro qualcosa del genere verrà progettato e messo in atto, da qualsiasi esercito.
Me lo dicevi nel 2009, a Gaza city, dopo l’operazione israeliana “Piombo fuso”. Quello che ti auguravi non solo non si è avverato, ma si è ripetuto il contrario. E con maggiore violenza e crudeltà. Da una parte e dall’altra.
La rappresaglia israeliana continua a essere durissima: per i primi 15 giorni la Striscia è stata sottoposta non solo a bombardamenti continui, ma a un embargo totale e sono state tagliate acqua, elettricità, cibo e benzina. “Combattiamo contro degli animali umani e agiamo di conseguenza” ha detto il ministro della Difesa israeliano, Yoav Gallant,
51 annunciando l’assedio totale, due giorni dopo il 7 ottobre. Al momento sono circa 6mila le vittime palestinesi, un terzo delle quali sono bambini. Il 40% degli edifici di Gaza è stato raso al suolo e un milione di persone, cioè quasi la metà degli abitanti, ha dovuto lasciare il Nord per rifugiarsi, tra i bombardamenti, a Sud, senza sapere se potrà mai tornare indietro.
“Credo che non abbiamo altro modo per bandire la leadership di Hamas – mi ha detto Yossi Beilin, come ricorderai, tra i fautori degli Accordi di Oslo –. Sono molto preoccupato per i civili palestinesi, certo. Purtroppo nessuno ha ancora inventato un modo per evitare che i civili soffrano”.
Gli ho chiesto se non pensi che ci sia un legame tra l’attacco di Hamas e la situazione nei Territori palestinesi occupati, cioè gli insediamenti in costante crescita, gli attacchi sempre più violenti dei coloni in Cisgiordania, le provocazioni sulla Spianata delle moschee e tutto quello che Beilin conosce bene. Ma è stato categorico: “No, non c’entra. Hamas non vuole uno Stato palestinese. Hamas è l’Isis e come tale sogna un impero islamico. Non sono nazionalisti palestinesi”. Confesso che mi ha stupito un ragionamento del genere da Beilin, ma forse ha ragione Hiba Husseini, la legale palestinese che ha lavorato con lui fin da Oslo. “Non possiamo elaborare adesso, sta ancora succedendo – mi ha detto al telefono –. Sottoporre i bambini, le donne, gli anziani e i civili ad attacchi violenti non è accettabile, ma questo vale in entrambe le direzioni, anche le vite dei palestinesi contano”. Sul parallelo tra Hamas e l’Isis, Hiba Husseini non è d’accordo e nemmeno io. “Non accetto che siano equiparati in termini di ideologia. L’Isis non voleva liberare il suo popolo. È solo un gruppo di individui arrabbiati e vendicativi, che agiscono in nome di un Islam militante, dando all’Islam una pessima reputazione. Vogliono solo uccidere: Hamas no, resiste all’occupazione sul campo e in modo violento, sì, ma non sono uguali”.
Ma l’equazione più pesante è quella che è stata fatta tra Hamas e tutti i palestinesi della Striscia: per questo, per il governo israeliano eliminare il movimento islamico coincide, in parte o del tutto, con eliminare un gran numero di palestinesi. Era già successo con l’operazione “Piombo fuso”, tu stesso lo avevi denunciato, ma questa volta la violenza sta superando ogni limite: in certi giorni sono state uccise quasi mille persone in 24 ore.
Un po’ come se negli anni Ottanta – ho detto nel podcast – per debellare la mafia, con le dovute proporzioni, fosse stata bombardata Palermo o l’intera Sicilia.
“Non tutti gli abitanti di Gaza sono di Hamas e qui ti assicuro che c’è tanta gente che non ha niente a che fare con loro e non li vuole più” mi ha detto Sami Abuomar. Non so se l’hai conosciuto, Vik, lui sa bene chi sei, anche perché lavora nel centro che ti è stato dedicato a Gaza city, il “Centro italiano di scambio culturale Vik”.
Sami mi ha fatto da fixer quando sono tornata a fare il documentario proprio su di te. Parla perfettamente italiano ed è diventato una delle fonti più consultate dalle nostre testate. Il giorno prima che sentissi Beilin, a Gaza è stato colpito l’ospedale al-Ahli e sembra che siano morte centinaia di persone, tra i ricoverati e chi vi aveva trovato riparo. Da subito c’è stato un rimpallo di responsabilità e la notizia ha incendiato le piazze del mondo arabo, provocando anche un attentato e la morte di due svedesi a Bruxelles.
Beilin si dice certo che non sia colpa degli israeliani. “Questa non è stata una reazione di Israele – mi ha detto – sono d’accordo con te che il mondo lo abbia recepito come se fosse tale, ma è stato il Jihad islamico, che ha fallito il lancio di razzi contro Israele. Israele non farebbe una cosa del genere, all’improvviso bombardare un ospedale. Voglio dire, se l’Idf sapesse che importanti esponenti palestinesi e di Hamas si nascondono lì, avvertirebbe prima. Non è possibile che sorprenda i malati nei loro letti. Quello non è Israele e Israele non lo ha mai fatto”.
Come può esserne così sicuro? ho insistito. “Sono sicuro che Israele non farebbe quello che ha fatto Hamas. Israele fa cose cattive, non c’è dubbio, ma c’è un limite e uno dei limiti è uccidere persone in ospedale”.
Gli ospedali di Gaza, secondo la Mezzaluna rossa, hanno ricevuto ordini di evacuazione, anche con un preavviso di poche ore, sebbene contenessero centinaia, in alcuni casi migliaia di persone, tra pazienti e rifugiati.
Ma non si tratta di stabilire le responsabilità, ci vorrà del tempo per questo. Qui c’è dell’altro: c’è il non credere mai al fronte opposto, c’è l’arroccarsi nella propria narrazione e propaganda, perché è il cemento dell’identità nazionale anche per persone come Beilin, che hanno tutti gli strumenti e la conoscenza per valutare criticamente la realtà. “Siamo società traumatizzate. Noi palestinesi non possiamo sopportare un’altra Nakba – mi ha detto Husseini – e loro hanno sentito il dolore dell’Olocausto e lo portano ancora dentro. Ecco perché le reazioni sono così negative e neghiamo i reciproci sentimenti, fino al non vederci l’un l’altro. Ed è per questo che è diventata anche una guerra di propaganda e di narrazioni, non solo un conflitto politico e violento”.
E a proposito di narrazioni, sono già una quarantina gli operatori dell’informazione palestinesi – giornaliste, giornalisti, cameraman, fotografi e così via – che hanno perso la vita a Gaza dal 7 ottobre. Sta succedendo ancora, Vik, come nel 2009, quando arrivai per la prima volta nella Striscia, proprio per raccontare la “guerra all’informazione”.


