mercoledì 15/04/2026, 20:53

Tramonta dopo 16 anni l’epoca di Fidesz e di Viktor Orbán in Ungheria. Molti osservatori della politica si chiedono se la sconfitta elettorale dell’eroe dei sovranisti sia uno spartiacque per l’Europa, e forse per l’intero fronte euro-atlantico. Il partito Tisza (Rispetto e libertà) di Péter Magyar, di centro-destra, ha incamerato liberali e sinistra, troppo deboli per correre da soli, e ha conquistato 138 seggi su 199: una maggioranza assoluta, ben oltre le più rosee previsioni, che consentirà a Tisza di governare i due terzi del Parlamento senza chiedere aiuto all’opposizione di destra ed estrema destra. Non accadeva dal 2010 – dalla rivoluzione alle urne che portò al potere Orbán – che un partito politico registrasse una vittoria così schiacciante.

Chi è Magyar

Giubilo a Bruxelles e tra i liberali di centrosinistra, con messaggi di congratulazioni anche da Barack Obama e Hillary Clinton, poiché l’Ungheria governata dall’ex liberale anticomunista Orbán con un mix di politiche protezioniste e paranoiche era diventata una fonte costante di esasperazione, in primis per il rapporto speciale con il Cremlino e poi per i suoi veti contro le armi a Kyiv. Magyar è perciò caricato da un’enorme responsabilità: smantellare la presa dell’orbanismo sulle istituzioni, restituire coesione all’Unione Europea nella guerra in Ucraina e far dimenticare i tratti illiberali del suo predecessore.

In effetti, Magyar ha sempre condannato senza esitazione l’espansionismo russo e l’eccessiva influenza di Vladimir Putin in Ungheria, così come ha difeso il diritto dell’Ucraina a cedere il meno territorio possibile. Ha poi garantito di voler riallacciare i rapporti con i partner Ue e di mettere in soffitta il veto sistematico in seno al Consiglio. Ma ha anche spiegato in tutta tranquillità che l’Ungheria si opporrà all’invio di armi all’Ucraina e a qualsiasi contributo finanziario ungherese nei 90 miliardi di euro di prestiti a Kyiv che saranno sbloccati. Dal punto di vista energetico, non va dimenticato che l’Ungheria dipende quasi interamente dalla Russia, con quote di circa il 90 per cento sul greggio e l’80 per cento sul gas, e Magyar ha fatto capire di voler negoziare con la Russia piuttosto che immolarsi per la causa. Del resto, lo stesso embargo europeo sul gas russo è stato tardivo e tuttora fa acqua da tutte le parti.

Magyar può essere descritto come un uomo d’ordine, un transfuga interno al sistema Fidesz piuttosto che una figura di rottura totale. Ha fatto una campagna elettorale piuttosto tipica per il mondo ex socialista, definita dalla lotta alla corruzione a tutti i livelli e dalla promessa di ridare all’Ungheria un ruolo più rilevante nell’Ue, ma senza alcuno slancio di tipo federalista europeo e tantomeno internazionalista.

Su Gaza e Israele (di quest’ultimo si dichiara alleato convinto) Magyar è silente o appiattito sulla linea securitaria e conformista dei Baltici, i quali non mostrano neanche quella linea d’ombra e disagio comparsa, ad esempio, nel governo Meloni riguardo all’escalation degli ultimi mesi in Libano, ancor più che in Iran. Ma va anche notato come Magyar abbia promesso di riaderire alla Corte penale internazionale dopo che l’Assemblea nazionale aveva votato per l’uscita l’anno scorso, e non è detto che la caduta di Orbán non possa indebolire uno dei più costanti scudi interni dell’Ue per l’impunità israeliana.

I temi caldi delle elezioni

«L’ostilità verso Israele e Netanyahu in Ungheria è più diffusa di quanto sembri, ma resta una questione decisamente secondaria nel Paese», racconta via email Csaba Toth, giornalista freelance che studia il nazionalismo sovranista. «Ma c’è un aspetto importante: il governo ha represso duramente le proteste filopalestinesi, mentre il nuovo potrebbe essere più permissivo sulla libertà di manifestazione. Questo è probabilmente l’unico cambiamento concreto per quel fronte, ma sufficiente per iniziare a rianimarsi, anche perché diversi gruppi attivi esistono già».

Se all’estero il voto è stato letto come uno scontro tra liberalismo europeo e autoritarismo, alcuni contatti che sentiamo al telefono (e desiderano rimanere anonimi), 32 e 44 anni, esponenti di un settore sociale attento ai diritti civili e con il pallino dell’Europa, ci tengono a ribadire la salienza dei temi domestici: inflazione galoppante, salari da fame e una Budapest sempre più inaccessibile. A questo poi si aggiungono lamentele sulla svendita degli asset pubblici ai russi e sulla mano mariuola di Fidesz che si sarebbe appropriata di fondi europei e statali per redistribuirli a una cerchia di amici. Per queste persone, l’Europa vuol dire efficienza, trasparenza, meccanismi di controllo e nuove opportunità di carriera.

Il declino sovranista?

Messa insieme alla débâcle iraniana di Trump-Netanyahu, ai sondaggi pessimi per il capo della Casa Bianca e al flop referendario di Meloni, la sconfitta di Orbán sembra dunque fotografare la progressiva tossicità del marchio sovranista sponsorizzato da Trump e dai MAGA, e una certa stanchezza diffusa verso i suoi esponenti, laddove lo si è sperimentato.

Trump, in fondo, è stato un ottimo amplificatore che ha dato visibilità, linguaggio e immaginario a una costellazione di partiti europei medio-piccoli. Ma quando si è trattato di spostare davvero voti (in Romania, in Germania e appunto in Ungheria) l’effetto, in questa ultima fase, si è rivelato debole. E questo ha conseguenze anche ai margini dell’Europa che conta: il presidente serbo Aleksandar Vučić, ricorda la giornalista Lily Lynch, aveva investito su Orbán come cerniera, come canale privilegiato verso Washington, e ora si ritrova solo.

Oggi ci troviamo in una stagione trumpiana nata come rivolta, che rischia di chiudersi in Europa con una sostanziale disillusione. Le élite europeiste tengono, ma non convincono, e non godono di base popolare: il discorso reazionario apparentemente anti-sistema, al contrario, gode ancora di ottima salute. In Gran Bretagna il partito di estrema destra euroscettico Reform UK di Nigel Farage è primo nei sondaggi. Così come gli islamofobi filo-israeliani di AfD in Germania e i lepenisti in Francia. In Italia Meloni sta prendendo le distanze da Trump come tanti altri sovranisti, ma è ben lontana da un crollo verticale di consensi, almeno secondo i sondaggi. Lo stesso leader di Tisza non è un liberal progressista, bensì un nazionalista di destra che nel giorno della vittoria si è addobbato in abiti tradizionali e circondato di bandiere tricolori senza neppure una dell’UE; più duro sull’immigrazione persino di Orbán e classico tipo da «tolleranza zero» sul crimine. Nessun ripensamento ci sarà sulla messa al bando della sigla Antifa, e le stesse sorti degli attivisti sotto processo come Maja T. non sembrano, per ora, destinate a cambiare.

Un avvicinamento reciproco

Secondo Aris Roussinos, ex reporter di sinistra e oggi firma conservatrice di UnHerd, l’Ungheria passerà da una forma di conservatorismo personalistico a un’altra, ma con un orientamento ideologico e in politica estera più potabile per la Commissione di von der Leyen, il che sarà cruciale probabilmente per sbloccare i fondi Ue finora congelati.

Per anni Orbán è stato trattato come una specie di santo patrono del sovranismo reazionario globale: la prova che si poteva governare contro tutto ciò che veniva percepito come deriva liberale e farsi confermare alle urne, nonostante le pressioni della troika. 

Inizialmente, il suo sistema non coincideva affatto con l’estrema destra di matrice trumpiana, più iconoclasta che rivoluzionaria, spesso più interessata a trasgredire i codici e produrre meme grotteschi che a costruire qualcosa di duraturo. Fidesz, almeno nella sua fase ascendente, era un’idea di Stato oltre lo shitposting e la propaganda. Politiche familiari espansive, una certa idea di welfare di massa e soprattutto la costruzione di un’organizzazione sociale diffusa, non solo mobilitazioni episodiche. Un tentativo, se vogliamo, di dare alla destra una base sociale stabile, quasi novecentesca, ma aggiornata.

Nel tempo, però, anche Fidesz ha iniziato ad assomigliare ai suoi accoliti del sovranismo globale. Ha continuato a indebolire e colonizzare le istituzioni, dando argomenti alle opposizioni che hanno segnalato l’erosione democratica, ma ha progressivamente perso ciò che lo distingueva: quella componente di intervento economico e organizzazione di massa che gli aveva dato radicamento sociale.

La sconfitta di Orbán ha implicazioni che vanno oltre la piccola Ungheria. Negli ultimi anni alcuni analisti hanno chiamato “post-liberalismo” un po’ di cose molto diverse tra loro, ma soprattutto una: il tentativo, più o meno coordinato, di costruire un’alternativa culturale al ceto riflessivo liberale senza passare davvero dalla fatica di immaginarla. A Budapest, Viktor Orbán aveva provato a fare proprio questo: non solo governare, ma anche produrre un ecosistema a base di think tank, riviste, fondazioni, borse di studio. Una piccola industria culturale del pensiero reazionario, con i suoi intellettuali organici a volte provenienti dalla destra-destra (si pensi ai saggisti Yoram Hazony e Adrian Vermeule, o tra gli italiani Francesco Giubilei) ma in molti casi con un curriculum di sovranisti di sinistra (come il sociologo Frank Furedi o l’editore romano Thomas Fazi). L’idea era quella di trasformare l’Ungheria in un laboratorio di emancipazione dal “politicamente corretto” e dalle ossessioni dell’inclusività, mentre l’Europa sarebbe affogata nel liberalismo “globalista”.

Budapest è stata vista da ampi segmenti del nazional-conservatorismo globale come un’isola felice, pulita, ordinata, sicura, senza troppi elementi umani percepiti come incongrui: in larga maggioranza bianca, soprattutto, e – un po’ come l’Ucraina o Israele, per motivi a volte diversi, a volte identici – tutto ciò che l’Occidente dovrebbe essere e non è. Una variazione del mito spartano, della società compatta e omogenea che si oppone alle orde orientali.

Nella pratica, il post-liberalismo ha funzionato egregiamente come critica e rifiuto, ma molto meno come progetto. E in questo somiglia parecchio alla grammatica politica della retorica pubblica di Putin, capace di individuare le contraddizioni dell’Occidente, accompagnata però da un’offerta alternativa vaga o poco seducente.

La vittoria di Magyar va vista come un adattamento del liberalismo e dell’europeismo all’interesse nazionale ungherese e a un certo discorso pubblico egemone, piuttosto che il contrario. Alcuni principi dell’orbanismo e della rivolta sovranista, nel corso di questi ultimi quindici anni, sono nel frattempo diventati senso comune anche al centro e persino nel centro-sinistra: in particolare, il rigetto delle promesse più ottimistiche sull’immigrazione e del Mercato Unico e la disponibilità a contrastarle facendo ricorso alla brutale violenza o alleanze sempre più amorali, nel segno dell’egoismo rivendicato è ormai prese in ogni casa politica. Con la sconfitta di Fidesz si è dimostrato che c’è ancora un respiro democratico capace di chiudere un ciclo politico autoritario che si credeva intoccabile. Ma il voto dello scorso fine settimana non racconta tanto un riavvicinamento dell’Ungheria all’Europa, quanto piuttosto fotografa tutto il percorso compiuto dall’Europa, nel frattempo, per avvicinarsi all’Ungheria.

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