Gaza – Nel novembre 2023, gli autobus che trasportavano neonati prematuri dal valico di Rafah sono diventati testimoni di una delle tragedie umane più complesse dei tempi moderni. Un viaggio iniziato con pianti soffocati nel Complesso medico Al-Shifa durante il primo assedio militare, e terminato con il ritorno di corpi che erano partiti pesando solo pochi grammi, per ritrovarsi oggi nel mezzo di un dramma dell’identità: perché di questi bambini, a distanza di anni dalla loro evacuazione e nel mezzo del disastro totale che è stato ed è ancora il genocidio di Gaza, non è più possibile, in molti casi, risalire alla famiglia di provenienza.
La distruzione delle incubatrici di Al Shifa
In quelle notti buie all’interno di Al-Shifa, dove il carburante era esaurito e la linea di vita era stata interrotta, la morte era l’ospite più fedele. L’evacuazione urgente era una fuga dai bombardamenti, ma anche una missione critica per salvare vite umane, dopo il guasto delle incubatrici. La Mezzaluna Rossa palestinese aveva dichiarato che il piano era di evacuare 33 neonati prematuri, ma due cedettero al freddo prima che il viaggio iniziasse. Ciò che restava dei loro minuscoli respiri era protetto con mezzi primitivi; i medici avvolgevano i loro corpi fragili in fogli di alluminio nel disperato tentativo di mantenere la temperatura corporea, che scendeva ogni minuto a causa dell’interruzione di corrente. Grazie al coordinamento di emergenza guidato dall’OMS e dal CICR, furono trasportati in ambulanza all’Emirati Hospital di Rafah, e poi attraverso il valico di Rafah verso gli ospedali egiziani di Arish e del Cairo per cure intensive specializzate.
Famiglie spezzate
Durante quei lunghi mesi, le famiglie a Gaza hanno vissuto un altro tipo di inferno. A causa del blackout totale delle comunicazioni e del caos delle incursioni, una certezza letale attanagliava i cuori delle famiglie: i loro bambini erano morti. Molti credevano che l’assalto militare all’ospedale avesse ucciso tutti quelli nelle incubatrici. Alcune famiglie hanno persino celebrato funerali simbolici per i loro neonati, che avevano visto solo per pochi secondi, credendo che fossero ormai “uccelli in cielo”, ignare che i loro figli fossero diventati “neonati rifugiati” in un’altra terra.
Il valico che tiene lontani madri e figli
Tra queste storie c’è quella di una madre la cui prima figlia è stata martirizzata lo stesso giorno in cui è nata la seconda. Questa madre è rimasta gravemente ferita in un pesante bombardamento e ha subito interventi chirurgici d’urgenza all’ospedale Al-Shifa al suo ottavo mese di gravidanza. I medici hanno eseguito un taglio cesareo d’urgenza per salvare il feto. Quando l’esercito israeliano ha emesso gli ordini di evacuazione definitivi prima di assaltare il complesso, il personale medico ha dichiarato di non poter più proteggere i pazienti. La madre ferita si è spostata verso sud sotto la propria responsabilità, implorando di poter portare con sé la sua bambina, ma le condizioni critiche hanno impedito loro di essere trasferite insieme sotto il fuoco nemico. Alla fine ha trovato il nome di sua figlia su una lista di evacuazione verso l’Egitto, identificandola grazie al “braccialetto” di plastica dell’ospedale attorno al suo piccolo polso. La bambina ha completato le cure in Egitto e ora sta bene, ma la chiusura totale del valico di Rafah da parte dell’esercito israeliano, in vigore dal maggio 2024, si frappone tra lei e l’abbraccio di sua madre, poiché non esiste più alcun passaggio legale tra loro.
Linee familiari impossibili da ricostruire (perché Israele lo vieta)
Ma Gaza non concede mai una gioia completa. Oggi, mentre questi bambini vengono restituiti grazie al coordinamento congiunto tra l’OMS e le autorità egiziane, è emersa la tragedia dei “lignaggi intrecciati”. Al punto di consegna, un padre ha ricevuto suo figlio, credendo di essere l’unico sopravvissuto di una famiglia sterminata, solo per trovarsi di fronte a un altro dilemma: un bambino rivendicato da due padri. Entrambi possiedono documenti rilasciati nel caos della guerra e condividono resoconti identici delle nascite ad Al-Shifa prima dell’evacuazione caotica e non documentata.
In qualsiasi altro luogo, la questione si risolverebbe con una goccia di sangue tramite un test del DNA. Ma a Gaza i laboratori forensi sono stati rasi al suolo e Israele vieta l’ingresso dei reagenti chimici necessari, etichettandoli come materiali a “doppio uso”. La verità rimane sepolta nella medicina legale e tra cuori lacerati dal dubbio. La storia di questi bambini è un grido che mostra come la guerra possa rubare persino il senso di appartenenza, lasciando i genitori in amara confusione di fronte ai propri figli.
Mentre l’assedio blocca ogni strada verso la certezza, questi bambini rimangono sospesi in un cielo di possibilità. A Gaza, la guerra non solo lacera i corpi, ma lacera la verità scientifica stessa, lasciandoci inciampare in un labirinto infinito di amara attesa. Questo bambino intrappolato tra due genitori, e quella madre a cui è vietato abbracciare sua figlia, rimarranno testimoni viventi del fatto che il dolore in questa terra non finisce con i bombardamenti. Al contrario, si estende per perseguitarci nei nostri nomi, nel nostro sangue e persino nei lineamenti dei nostri figli cresciuti dietro il filo spinato.
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CREDITI FOTO: © Egypt’S State Information Center/Xinhua via ZUMA Press via ANSA

Mayss al reem Mohammad Hussein è nata nel 2006 e vive a Gaza. Si concentra sullo scoprire le lotte dimenticate e le realtà quotidiane silenziose all’interno della Striscia, documentando le prospettive umane e sociali spesso trascurate dai media tradizionali.

