La recente visita a Berlino del presidente siriano ad interim Ahmad al-Sharaa, che ha avuto colloqui con il presidente tedesco Frank Walter Steinmeier, il cancelliere Friedrich Merz e il ministro degli Esteri Johann Wadephul, è stata accompagnata da notizie e smentite sull’ipotesi di accordi per rimandare in Patria i rifugiati.
Per i siriani in Germania l’esilio non è mai stato veramente uno stare, ma un sostare, una condizione temporanea di sospensione, con la minaccia costante da parte dei partiti xenofobi, di essere rimandati indietro. Prima l’accoglienza tra le polemiche, ora le polemiche sui cosiddetti “rimpatri volontari”, dove la volontà sembra essere solo quella di chi parla di remigrazione.
Nonostante le smentite ufficiali di accordi bilaterali in materia, tra le famiglie siriane che dal 2011 abitano nel cuore dell’Europa del nord la preoccupazione resta alta. Non si tratta solo dell’ipotesi di cambiare di nuovo Paese, casa, lavoro, abitudini e frequentazioni, ma anche dell’incognita sul dove andare, considerando che buona parte della Siria è ridotta in macerie, con povertà e insicurezza diffusi.
Chi è sopravvissuto, è stato accolto. Fino a quando?
C’è poi un ulteriore elemento, legato all’identità e al sentire di coloro che dovrebbero partire dalla Germania. Per gli adulti si tratterebbe di un ritorno, ma per i più giovani e i bambini, nati o cresciuti in diaspora, la Siria rappresenta una terrà sconosciuta, di cui molti non parlano nemmeno la lingua. Un luogo a loro estraneo, il cui nome è spesso associato alla sofferenza e al dolore e per questo respingente.
Ora a essere respinti, invece, potrebbero essere proprio loro, insieme ai genitori che per arrivare in Germania hanno attraversato tra tante difficoltà la rotta balcanica o il Mediterraneo. Durante la guerra, in particolare nel 2015, le porte del Paese europeo sono state aperte ai siriani in fuga da al Assad e dal Daesh/Isis, e quella volta nessuno inviò loro mezzi per affrontare gli oltre 3mila chilometri che separano Damasco da Berlino.
Fu un’accoglienza in odore di selezione naturale, dove al traguardo arrivavano solo i più forti e i meglio organizzati. Gli unici che si sentono in salvo oggi sono i circa 160mila siriani naturalizzati tedeschi, stando alle stime del Migration and Home Affairs. Per tutti gli altri, che pure in Germania si sono ben integrati, imparando la lingua e lavorando, la permanenza è pesantemente messa in discussione.
“Kil aile suriya elha hada fi al ghorbe, min Turkya ila Almanya”: “Ogni famiglia siriana ha qualcuno in diaspora, dalla Turchia alla Germania”, si dice ormai da anni, come a dire che ormai un pezzo di Siria è fuori dalla Siria. In Germania sarebbero circa un milione i siriani, con un’età media di venticinque anni, il 37% sono minori e il 40% donne. La grande maggioranza è entrata come richiedente asilo; il tasso di riconoscimento per i siriani è stato altissimo, intorno al 99%, spesso con protezione sussidiaria.
Secondo l’Institute for Employment Research – IAB il tasso di occupazione dei siriani raggiunge circa il 61% (73% uomini, 29% donne); circa il 75% degli occupati lavora in mansioni qualificate, ma spesso al di sotto del proprio livello di formazione. Molti sono impiegati in sanità e assistenza, logistica, ristorazione, edilizia, servizi sociali e cura alla persona. Circa il 62% dei siriani con lavoro soggetto a contribuzione è in occupazioni considerate “sistemicamente rilevanti” (sanità, assistenza, trasporti, logistica), contro il 48% dei lavoratori tedeschi, sempre secondo il Migration and Home Affairs.
Dopo la caduta di Bashar al Assad, l’8 dicembre 2024, solo una minima parte dei rifugiati siriani ha lasciato la Germania. Secondo il Ministero dell’Interno tedesco, citato da Deutsche Welle DW, solo 1.337 siriani sono rientrati in Siria attraverso programmi ufficiali di ritorno volontario organizzati dal governo tedesco, tra gennaio e luglio 2025. Anche il Syrian Observer parla di solo 1.867 rientri supportati dal governo nei primi nove mesi del 2025. Un’inchiesta della principale emittente tedesca, la ARD stima che il numero reale dei rientri, includendo chi è tornato senza passare dai programmi statali, sia più vicino a 4.000. Alcuni “rumors” circolati prima dell’arrivo di al-Sharaa a Berlino parlavano di un obiettivo politico congiunto di favorire l’80% dei ritorni, obiettivo che evidentemente si scontra con la realtà.
La visita di al Sharaa
Nelle cronache tedesche — in particolare quelle di Tagesschau, ZDF e Der Spiegel — la visita del nuovo presidente siriano è stata descritta come un momento di “cauto disgelo” dopo anni di stallo diplomatico.
È stato evidenziato come Berlino abbia scelto un protocollo sobrio, quasi misurato, per evitare di trasmettere l’idea di un riconoscimento politico pieno e immediato alle nuove, discusse, autorità damascene. Il presidente siriano ad interim è stato ricevuto al Bellevue e poi alla Cancelleria, dove il colloquio con il governo tedesco si è concentrato su tre assi, sicurezza regionale, ricostruzione e naturalmente sul futuro dei siriani in Germania. Il governo federale ha chiesto garanzie concrete sul rispetto dei diritti umani e sulla fine delle pratiche arbitrarie che hanno segnato gli anni del conflitto, mentre il presidente siriano ha insistito sulla necessità di riaprire canali economici e di avviare un processo di rientro volontario e graduale dei rifugiati.
Merz si fa scudo con Al Sharaa?
Quest’ultima dichiarazione ha generato preoccupazioni e polemiche. Dalla stampa siriana, in particolare i siti di informazione come al Araby al‑Jadeed ad al‑Sharq al‑Awsat, fino a testate indipendenti come Enab Baladi, la visita è stata letta soprattutto come un tentativo del presidente del governo transitorio di consolidare la propria legittimità internazionale, presentando la Germania come un partner strategico, non solo per la ricostruzione, ma anche per la riforma amministrativa e giudiziaria, avviando una fase che, nelle sue parole, dovrebbe essere fondata su trasparenza, decentralizzazione e reintegrazione delle competenze della diaspora. Al-Sharaa ha rivolto un invito ai connazionali a “non abbandonare il Paese nel momento della rinascita”. Mentre il cancelliere Friedrich Merz ha dichiarato che Germania e Siria stanno “lavorando congiuntamente” per permettere il ritorno di una parte significativa dei siriani, al-Sharaa ha auspicato un modello che consenta ai siriani di contribuire alla ricostruzione del Paese senza perdere del tutto il legame con la vita costruita in Germania, evocando forme di mobilità temporanea, doppia residenza, rientri scaglionati.
Inizialmente erano circolate voci su una affermazione, attribuita dal cancelliere Merz ad al-Sharaa, in cui lo stesso avrebbe espresso il desiderio di rimpatriare l’80% dei siriani, ma quest’ultimo ha smentito di aver pronunciato queste parole. Il momento più carico di significato, secondo i media internazionali, è stato l’incontro con la comunità siriana a Berlino, un evento molto partecipato, ma attraversato da tensioni sottili, con una parte della diaspora che ha accolto il presidente con curiosità e speranza, e un’altra con freddezza e scetticismo. Non sono mancati momenti di aperta contestazione.
Alcune associazioni siriane, tuttavia, hanno espresso timori per un possibile allentamento delle tutele, e hanno ricordato come la Siria resti un Paese fragile, dove mancano scuole e ospedali agibili, con istituzioni ancora in via di ricostruzione e con aree dove la sicurezza non è garantita, in particolare per le cosiddette “minoranze”.
Associazioni tedesche come Pro Asyl, storica ONG tedesca per i diritti dei rifugiati, ma anche Amnesty International Germania e Human Rights Watch sono critiche verso l’idea della “remigrazione” come progetto politico e sottolineano che la Siria è ancora attraversata da tensioni ed episodi di sangue.
Una diaspora che ha continuato a operare per il Paese
Molti attivisti, ex oppositori, giornalisti, disertori, minoranze religiose o etniche temono arresti, rappresaglie o discriminazioni anche sotto il nuovo governo, di cui molti non si fidano per la sua genesi e l’appartenenza di molti suoi membri, a partire dallo stesso al-Sharaa, al movimento dell’HTS, considerato terroristico solo fino a pochi mesi fa. Per altri, invece, accorsi a migliaia alla Porta di Brandeburgo con bandiere e musica, in un clima di festa che non è passato inosservato, la leadership post al-Assad rappresenta una speranza e un’occasione di rinascita per “la Siria senza al Assad”.
Di certo la diaspora non vuole essere trattata come una massa da “riassorbire”, ma come un soggetto politico e civile che ha maturato una propria voce e una propria visione del futuro siriano, contribuendo significativamente anche alla lotta civile contro il regime di al Assad.
Va ricordato, infatti, che tra i siriani in Germania ci sono figure come l’avvocato per i diritti umani Anwar al Bunni, che in Germania, primo Paese al mondo, ha fatto processare ex funzionati del regime siriano per crimini contro l’umanità. Il processo di Coblenza, che ha portato alla condanna di Anwar Raslan, ex colonnello dell’intelligence siriana, ha fatto storia.
Se al Bunni ha portato la giustizia nelle aule dei tribunali, Wafa Mustafa ha portato la memoria nelle strade. Insieme ad altri famigliari di persone scomparse forzatamente in Siria, la giornalista e attivista ha scritto dalla Germania una delle pagine più importanti nella lotta all’oblio e al silenzio che il regime siriano aveva imposto sulle persone scomparse forzatamente.
Guardando la Germania attraverso gli occhi della diaspora siriana, a distanza di oltre quattordici anni si scopre un Paese che non è stato e non è solo rifugio, ma anche laboratorio politico, archivio della memoria, tribunale della giustizia, officina culturale, un approdo dove la Siria ha continuato e continua a vivere come progetto politico e culturale, non solo come luogo della memoria, del dolore e della nostalgia.
I siriani in Germania hanno creato associazioni che sono diventate anche luoghi di cura e diritto, che offrono assistenza legale, supporto psicologico, mediazione linguistica, orientamento lavorativo. In Germania i siriani hanno avviato, con il sostegno di attivisti e associazioni tedesche, spazi di confronto e libertà che in Siria non avevano mai avuto.
L’esortazione del cancelliere Merz “Nella nuovo Siria, create spazio per tutte le siriane e tutti i siriani, indipendentemente dalla loro religione, appartenenza etnica o genere” non può suonare come un invito ad andarsene a quelle famiglie che pure hanno contribuito negli ultimi anni alla crescita della Germania, non solo dal punto di vista economico, ma anche come laboratorio di cittadinanza e ricostruzione del dialogo politico e culturale. Deve suonare, semmai, come un monito ad anteporre i diritti umani a ogni altra logica.
Alcuni analisti economici, inoltre, sottolineano che un’ipotetica partenza di massa dei siriani, che sono mediamente più giovani della popolazione tedesca, ridurrebbe la base attiva in un Paese segnato dall’invecchiamento demografico e che si perderebbe una quota significativa di lavoratori in settori che la manodopera locale non vuole più coprire, come la logistica, l’edilizia ecc. Per questo tra gli economisti si esorta a pensare a un ritorno graduale e volontario, non a un rimpatrio, legando i rientri ad effettivi progetti di cooperazione e ricostruzione, che creino nuovi ponti tra la Siria e la Germania, in cui la diaspora abbia un ruolo da protagonista.
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