Tra le tante storie che, se l’umanità ha un futuro, sembreranno presto troppo nere per essere vere, c’è quella di Avraham Zarviv. Il genocidio di Gaza seguito ai massacri del 7 ottobre è stato uno spaventoso aggregatore di crimini e criminali. Decine se non centinaia di migliaia di civili ammazzati, migliaia se non decine di migliaia di edifici distrutti. Non è semplice distruggere tutto, tanto che già nell’agosto 2024 Federico Rampini sul Corriere della Sera si preoccupava per le forze armate israeliane “molto provate dopo nove mesi di intervento a Gaza”. Ma l’apprensione era fuori luogo. Gli israeliani ce l’hanno fatta a resistere un altro anno e mezzo, e anche ora che non si bombarda più come prima continuano ad avanzare, distruggere, piallare. Edificio dopo edificio, strada dopo strada, maceria dopo maceria, procedono verso quello che è sempre stato l’obiettivo di questa campagna di sterminio scambiata per guerra di autodifesa: la terra nuda, la sabbia, possibilmente così contaminata da non permettere la ricrescita di una civiltà umana per decenni o secoli a venire.
Avraham Zarviv è un acclamato protagonista di questo scempio. In Israele è conosciuto come il “demolitore di Jabalia”, dal nome della cittadina nel nord della Striscia (formalmente un campo profughi), di cui l’esercito israeliano non ha lasciato pietra su pietra. Zarviv non si è perso un solo giorno di guerra. Dall’ottobre 2023 ha lasciato la sua casa nell’insediamento illegale di Beit El, nel cuore della Cisgiordania, i suoi sei figli, il suo ruolo di giudice del tribunale rabbinico di Tel Aviv, per partecipare come riservista all’assedio, lo sterminio, il genocidio di Gaza. Tra i suoi commilitoni c’è chi si è distinto per la rapacità con cui ha saccheggiato case palestinesi, chi si è fatto ritrarre indossando biancheria intima di donne sfollate se non massacrate, chi ha fatto saltare isolati interi dedicandone l’annientamento alla fidanzata, alla mamma o al figlio appena nato, chi ha promosso il proprio esercizio commerciale posando accanto ai cadaveri di civili appena giustiziati. Anche Zarviv ci ha tenuto a farsi immortalare con mitra e anfibi mentre profana una scuola elementare con un sorriso da ebete e la scritta “Tribunale rabbinico di Khan Younis”. Ma la sua fama è dovuta al rapporto simbiotico col bulldozer Caterpillar D9, tanto caro agli israeliani da meritarsi l’appellativo Doobi (orsacchiotto) e un posto d’onore nel Museo dei corpi blindati dell’esercito a Latrum. Effettivamente c’è di che esserne fieri: sono decenni che il D9 spiana case palestinesi. Migliaia di case palestinesi. Nel marzo 2003 la giovane attivista americana Rachel Corrie cercava di proteggerne una proprio a Gaza, ma il bulldozer scelse di spianare a morte anche lei.
C’è un bel filmato di Avraham Zarviv, tutto allegro, mentre alla guida del suo Caterpillar D9 demolisce quel che resta di Khan Younis. Ma c’è soprattutto un bel filmato di Zarviv, tutto allegro, mentre nello studio della tv commerciale Channel 14 racconta dei lunghi, entusiasmanti mesi passati a radere al suolo Gaza. A un certo punto il conduttore gli chiede quanti edifici sia riuscito a distruggere. Zarviv risponde compiaciuto “una media di cinquanta alla settimana”. Scatta l’applauso dello studio, lui ringrazia, ma poi ci tiene ad aggiungere che non erano semplici casette ma edifici di cinque o sette piani.
Nel Paese che difende e celebra gli stupratori di prigionieri palestinesi, non ci si può stupire che Zarviv sia diventato una star, e zarviv addirittura un nuovo verbo che infesterà a lungo la lingua ebraica col significato di “radere al suolo”. Gaza va distrutta e chi la distrugge va celebrato. Non per nulla secondo il 76 per cento degli ebrei israeliani, a Gaza non ci sono innocenti. Né donne, né vecchi, né quei bambini che, come dice una vecchiaccia intervistata per strada a Tel Aviv, “da grandi diventeranno comunque arabi”. Ma questa è l’opinione pubblica. Le istituzioni invece. Le istituzioni invece hanno deciso di affidare a Zarviv l’accensione di una delle dodici torce che, nella cerimonia solenne del Giorno dell’Indipendenza il prossimo 21 aprile, ribadiranno l’eterna unità delle dodici tribù di Israele.
La possibilità di accendere una torcia in diretta radiotelevisiva nel Giorno dell’Indipendenza è un onore che Israele riserva ai migliori tra i suoi cittadini. Dodici all’anno, tra chi si è distinto per chiari meriti scientifici, artistici, economici o sociali. Ve l’immaginate il dialogo tra le glorie di questa gloriosa nazione? “E tu cos’hai fatto per il bene di Israele?” “Io ho raso al suolo Jabalia”.
Sì, Zarviv figura tra i dodici eletti della 78ma edizione del Giorno dell’Indipendenza: secondo il quotidiano Haaretz “la scelta di Avraham Zarviv segna il collasso morale di Israele”; secondo la ministra dei Trasporti Miri Regev, responsabile della cerimonia e fedele compagna di partito di Benjamin Netanyahu, la scelta di rabbi Avraham Zarviv premia invece “un chiaro esempio di profonda dedizione per il popolo di Israele, per la Torah di Israele e per la terra di Israele”.
In questi due anni, chi non abbia sigillato occhi e orecchie ha assistito alla discesa dell’esercito, dello Stato e della società israeliana in un abisso da cui non si capisce come e quando potrà riprendersi. Poche cose come la lettura parallela delle dichiarazioni di Zarviv e delle motivazioni dell’onore accordatogli per il Giorno dell’Indipendenza, rendono l’idea dello sprofondo morale in cui è precipitato questo Paese cui ci legano infiniti rapporti economici, politici, culturali, storici, militari. Dice Zarviv davanti ai taccuini e alle telecamere: “È difficile capire cosa vuol dire distruggere edifici di cinque, sei o sette piani uno dopo l’altro. È una competenza che abbiamo acquisito sul campo perdendo tanti mezzi. Ma oggi a Rafah e Jabalia gli arabi non hanno più nulla dove tornare. Abbiamo distrutto tutto, Jabalia semplicemente non c’è più”.
Dice la ministra, conferendo l’onore della torcia all’energumeno di cui sopra: “Nel tempo pieno di insidie che ci troviamo ad affrontare, rabbi Zarviv ha continuato a lavorare per temprare lo spirito, approfondire le radici e arricchire di azioni concrete il nostro rinnovamento”.
Continua Zarviv, esaltato dagli applausi del pubblico del programma televisivo “I patrioti”: “Hanno migliaia di morti che nessuno seppellisce e vengono divorati da cani e gatti. Non hanno nulla dove tornare, e migliaia di famiglie hanno perso tutto, non hanno più neppure una carta d’identità, neppure una fotografia della loro infanzia. Hanno perso assolutamente tutto, non sanno più nemmeno dov’erano collocate le loro case”.
Il grande giornalista Gideon Levy spiega tanta esibita crudeltà con la triade suprematismo, vittimismo e razzismo che ormai domina la società israeliana. La ministra Miri Regev la spiega invece con le straordinarie doti civiche di Zarviv: “Rappresenta una generazione che rifiuta di sottrarsi alle proprie responsabilità, che sceglie di portarne il peso e continua a costruire, piena di fede nel futuro. Nella figura di Avraham Zarviv celebriamo gli uomini e le donne del sionismo religioso che sanno unire una vita nella Torah al fattivo sacrificio per lo Stato”.
Il 21 aprile questo galantuomo accenderà una delle torce che celebrano la raggiunta indipendenza statuale del popolo ebraico. Al suo fianco non ci sarà l’attrice Hana Laszlo, già Palma d’oro al festival di Cannes, cui pure era stato accordato l’onore dell’accensione. Si è infatti scoperto che mesi fa Laszlo aveva posto la sua firma in calce a un appello per mettere fine all’“orrore di Gaza”. L’ondata di proteste popolari per l’intollerabile insulto alle forze armate l’hanno portata a rinunciare.
Per Zarviv invece poche proteste. Il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich twitta giulivo che la torcia premia “un vero studioso della Torah”, che “eleva lo spirito dei nostri soldati instillando forza e speranza”.
È l’estremismo che si fa senso comune. In questo riferimento alla speranza, i lettori di Kritica sapranno riconoscere la tragica eco della distopia di George Orwell.
I lettori del Corriere della Sera, invece, avrebbero di che riflettere. Nell’editoriale di fine anno del dicembre 2024, Ernesto Galli della Loggia si esibiva in una sperticata lode di Israele e della sua guerra, che al tempo aveva già provocato quasi cinquantamila vittime, tra cui almeno quindicimila bambini. Galli della Loggia scriveva che, a differenza del nostro Occidente rammollito e decadente, Israele si ostina a “tenere accesa la fiaccola della speranza”. Ecco, l’esimio editorialista sarà felice di sapere che il prossimo 21 aprile la speranza di Israele si rinnova anche grazie alla torcia accesa da Avraham Zarviv, meglio conosciuto come il “demolitore di Jabalia”.
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Raffaele Oriani (Trieste, 1965), giornalista, è stato caporedattore del mensile Reset, redattore di Iodonna-Corriere della Sera e per 12 anni collaboratore del Venerdì di Repubblica da cui si è allontanato in dissenso rispetto alla copertura dello sterminio di Gaza da parte del gruppo Repubblica. Tra i suoi libri: A nord. Volti e storie dal tetto d’Europa (Editori Riuniti, 2000), I cinesi non muoiono mai (Chiarelettere, 2009), Gaza, la scorta mediatica (People editore, 2024), Hassan e il genocidio (People editore, 2025), Il popolo meraviglioso (People editore, 2025).
