Mentre migliaia di musulmani si trovano in questi giorni in Arabia Saudita per compiere il pellegrinaggio dell’Hajj, i musulmani di Gaza sono stati privati ancora una volta della possibilità di partire – e di adempiere così a uno dei cinque pilastri dell’Islam – poiché Israele controlla i movimenti al valico di Rafah.
Questa nuova privazione si aggiunge alla lunga serie di difficoltà e distruzione subite da Gaza e causate da Israele dall’ottobre 2023; anno dopo anno, ai musulmani di Gaza viene impedito il pellegrinaggio dell’Hajj, costringendoli invece a guardarlo da lontano. Un’occupazione militare si frappone tra loro e il loro viaggio sacro che potrebbe avvenire solo una volta nella vita.
Il valico di Rafah è l’unica via d’accesso al mondo esterno per i palestinesi di Gaza e, sebbene sia stato parzialmente riaperto, Israele continua a controllarlo e a imporre restrizioni alla circolazione.
L’Hajj è un pellegrinaggio sacro che ogni musulmano è tenuto a compiere una volta nella vita, se ne ha la possibilità fisica ed economica. Si svolge una volta all’anno ed è immediatamente seguito dai festeggiamenti dell’Eid al-Adha.
I musulmani viaggiano da ogni parte del mondo verso La Mecca, in Arabia Saudita, per compiere i rituali dell’Hajj. Per i musulmani di Gaza, tuttavia, l’Hajj sembra impossibile quest’anno. Il fragile cessate il fuoco, la chiusura dei confini, gli sfollamenti e le gravi difficoltà finanziarie hanno lasciato molte famiglie a lottare per procurarsi anche solo i pasti quotidiani.
Un adempimento da sempre escludente
Sebbene l’Hajj sembri ora impossibile per i musulmani di Gaza, è sempre stato difficile da sostenere a causa dei suoi costi elevati. A Gaza, il costo dell’Hajj supera spesso i 4.000-6.000 dollari a persona, a causa delle complesse modalità di viaggio, della registrazione, dell’alloggio, dei visti rilasciati e del trasferimento da Gaza all’Egitto, dato che Gaza non dispone di aeroporti. I pellegrini viaggiano in autobus fino all’Egitto e poi in aereo verso l’Arabia Saudita, il che rende i prezzi dell’Hajj significativamente più alti rispetto a quelli di altri pellegrini in tutto il mondo.
“Mi ci sono voluti cinque anni per mettere da parte i soldi per l’Hajj”, ha detto Salwa Akila, una donna di 65 anni di Gaza. “Poi è scoppiata la guerra e ho speso i soldi per il trasferimento e il cibo”, ha aggiunto
I nomi di Salwa e di suo marito erano nella lista dell’Hajj del 2024. Salwa e suo marito hanno trascorso anni a immaginare il momento in cui si sarebbero trovati davanti alla Kaaba, invece stanno soffrendo a causa del trasferimento da un luogo all’altro dopo aver perso la loro casa durante la guerra.
La loro storia non è unica, ce ne sono migliaia simili. Molti musulmani a Gaza passano la vita cercando di risparmiare la somma necessaria per l’Hajj. Ci vogliono anni per raggiungere l’importo e iscriversi al viaggio dei sogni.
Oltre ai pellegrini a cui è stato negato il viaggio, anche coloro che lavoravano come fornitori di servizi per l’Hajj e l’Umrah a Gaza stanno affrontando una grave perdita dei mezzi di sussistenza. Queste persone e aziende un tempo supportavano i pellegrini organizzando i viaggi, offrendo guida e fornendo assistenza in ogni aspetto del percorso. Ora, le loro aziende sono state distrutte o hanno subito gravi danni economici.
La recente guerra di Israele a Gaza ha trasformato l’Hajj da un obbligo spirituale a un sogno sempre più irraggiungibile.
Una mia amica ha recentemente condiviso delle foto di pellegrini che si stavano radunando per iniziare i rituali alla Mecca, indossando le uniformi dell’Hajj, tra gioia, lacrime e anime pronte a visitare la casa di Dio. “Spero che presto tocchi a noi”, ha scritto.
Per molti a Gaza, questi momenti sono ricordi commoventi e dolorosi di ciò che non possono fare da tre anni. I musulmani di Gaza sono fisicamente e mentalmente esausti, hanno perso quasi tutti i loro diritti a causa della guerra genocida. Questo divieto porta loro un senso di impotenza e di fallimento nei confronti del loro impegno religioso.
Per loro, il viaggio dell’Hajj non è un viaggio turistico, ma un’esperienza profondamente spirituale per le loro anime.
Visitare La Mecca è sempre stato definito un viaggio di rinnovamento, devozione e guarigione dal dolore. Questo è esattamente ciò che i musulmani di Gaza hanno perso ora, e ciò di cui hanno bisogno più che mai nella loro vita.
Israele non priva solo i palestinesi di cibo, medicine e sicurezza. Li priva anche delle esperienze che restituiscono dignità, speranza e guarigione emotiva dopo la guerra. Anche la possibilità di un rinnovamento spirituale è bloccata da confini chiusi e restrizioni, costringendo molti a Gaza a seguire uno dei momenti più sacri dell’Islam solo attraverso gli schermi.
Con il passare del tempo, molti anziani che hanno a lungo sognato di visitare la Mecca sono ora fisicamente incapaci di compiere il viaggio. Molti vivono con condizioni di salute che richiedono cure costanti e l’Hajj non è più sicuro per loro. Un viaggio che potrebbe avvenire solo una volta nella vita, Israele lo rende impossibile per loro ogni anno che passa.
Chi sta fuori potrebbe percepire questa crisi come meno urgente del crollo dell’economia, del sistema sanitario allo sfascio o del blocco delle forniture alimentari. Eppure, per noi musulmani di Gaza, consideriamo questa questione un diritto fondamentale: tutti i musulmani hanno il diritto di viaggiare e di recarsi in buona fede alla casa di Dio alla Mecca.
I musulmani di Gaza non chiedono denaro, cibo o aiuti materiali. Chiedono qualcosa di più basilare e normale: una porta aperta, una partenza sicura e il ritorno a casa, solo per adempiere a un pilastro sacro della fede islamica.
Altri rituali religiosi negati
Oltre a vedersi negata l’opportunità di compiere l’Hajj, ai musulmani di Gaza è stato negato per il terzo anno consecutivo uno dei rituali religiosi più importanti dell’Eid al-Adha: il sacrificio degli animali. Questa tradizione, profondamente legata sia all’Eid al-Adha che allo spirito dell’Hajj, è diventata sempre più impossibile da praticare nelle attuali condizioni a Gaza, a causa della grave carenza e delle restrizioni sulle merci in entrata nella Striscia. L’Eid al-Adha non viene più celebrato appieno, poiché la guerra, lo sfollamento, la distruzione e il crollo totale dell’economia portano tutte le famiglie a non pensare più di praticare le proprie credenze religiose. Purtroppo.
Con il passare degli anni, l’elenco di coloro che ancora attendono si assottiglia. Per molti, l’opportunità è diventata impossibile, e per altri la morte arriva prima, portando via la possibilità prima ancora che possano coglierla.
Tuttavia, nonostante le difficili circostanze, molti musulmani palestinesi a Gaza continuano a risparmiare quel poco di denaro che possono, aggrappandosi alla speranza di poter compiere l’Hajj o l’Umrah nella prossima stagione: i miei genitori sono tra quelle persone inarrestabili.
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CREDITI FOTO: Bilal Randeree, Flickr – CC BY-NC-SA 2.0

Scrittrice palestinese, si è trasferita in Italia per completare la sua laurea in lingue. I suoi articoli sono stati pubblicati su The Intercept, Al Jazeera English, TRT World, Drop Site News, The Independent, Truthout, PRISM e altre piattaforme. Si concentra su questioni sociali, resilienza, identità e speranza nel contesto della guerra e dell’occupazione.

