Per la rivista “Partisan Review”, nel 1949, Orwell scrive questo lungo saggio sulla figura di Gandhi che rappresenta un ottimo compendio del suo approccio intellettuale: critico, scevro da ogni seduzione affina al culto della personalità, ma allo stesso tempo illuminato da onestà e sincera curiosità verso l’umano. Riconosce in Gandhi meriti politici, allo stesso tempo collocandosi a distanza da lui per numerosi aspetti, che sintetizza come “reazionari” nella figura del grande leader non-violento, in quanto connotati da una dimensione religiosa che scavalcava quella umanista. Il suo saggio è una lezione di critica da numerosi punti di vista, e riesce a riportare lo stesso Gandhi nella nostra contemporaneità, giacché molti dei nodi sollevati da Orwell in questo come in tanti altri suoi scritti riguardano pienamente il presente. È questo il motivo per cui lo traduciamo. La rubrica Orwell di Kritica è affidata alla cura e alla sapienza della traduttrice letteraria Anna Martini.
I santi andrebbero sempre giudicati colpevoli fino a prova contraria; ma il metro di giudizio, naturalmente, non è uguale per tutti. Nel caso di Gandhi, tendiamo a chiederci: fino a che punto era mosso dalla vanità – dalla coscienza di essere un vecchio modesto, nudo, seduto su una stuoia da preghiera e capace di far tremare imperi con la sola forza dello spirito – e fino a che punto è sceso a compromessi con i propri principi quando ha deciso di dedicarsi alla politica, che per sua natura è inseparabile dalla coercizione e dall’impostura? Per dare una risposta precisa bisognerebbe studiare molto a fondo le azioni e gli scritti di Gandhi, perché tutta la sua vita è stata una sorta di pellegrinaggio in cui ogni gesto aveva importanza. Ma questa autobiografia parziale, che s’interrompe negli anni Venti, è una solida prova a suo favore, tanto più perché riguarda quella che lui avrebbe definito la parte non rigenerata della sua vita, e ci ricorda che nel santo, o nel quasi-santo, c’era una persona assai acuta e capace, che avrebbe potuto – se l’avesse voluto – fare una brillante carriera da avvocato, da amministratore o forse anche da uomo d’affari.
Più o meno all’epoca in cui uscì l’autobiografia[1], ricordo di averne letto i primi capitoli malamente stampati su qualche giornale indiano[2]. Mi fecero una buona impressione, cosa che all’epoca non avrei potuto dire di Gandhi in persona. Le cose che si associavano a lui – il tessuto filato in casa[3], le “forze dell’anima” e il vegetarianismo – erano poco allettanti, e il suo programma medievalista era palesemente impraticabile in un paese arretrato, affamato e sovrappopolato. Era evidente, poi, che gli inglesi lo stavano usando, o credevano di usarlo. A rigor di termini, in quanto nazionalista, Gandhi era un nemico; ma dal momento che in ogni crisi si adoperava per impedire la violenza – il che, dal punto di vista inglese, equivaleva a impedire qualsiasi azione efficace – lo si poteva considerare “il nostro uomo”. In privato, talvolta, lo si ammetteva con cinismo. Analogo atteggiamento avevano i milionari indiani. Gandhi li sollecitava a pentirsi, e loro naturalmente lo preferivano ai socialisti e ai comunisti i quali, avendone l’occasione, i soldi glieli avrebbero tolti davvero. Calcoli di questo genere, alla lunga, non si sa quanto siano affidabili; come dice Gandhi stesso: “in fin dei conti, l’ingannatore inganna solo se stesso”; ma in ogni caso, se quasi sempre l’hanno trattato con riguardo, è anche perché lo consideravano utile. I conservatori inglesi si sono arrabbiati sul serio con lui solo quando, come nel 1942, la sua non violenza si è di fatto rivolta contro un conquistatore diverso da loro.
Ma anche allora, capivo che i funzionari britannici che parlavano di lui con un misto di divertimento e disapprovazione, a loro modo provavano per lui una simpatia e un’ammirazione sincere. Nessuno mai ha insinuato che fosse corrotto, o volgarmente ambizioso, o che fosse mosso da paura o malignità. Nel giudicare un uomo come Gandhi, si tende ad applicare istintivamente criteri elevati, e così certe sue virtù sono passate quasi inosservate. Per esempio, anche dall’autobiografia risulta chiaro che era dotato di uno straordinario coraggio fisico naturale: lo ha poi bene illustrato la sua morte, perché una figura pubblica che attribuisse alla propria pelle un qualche valore si sarebbe fatta sorvegliare meglio. Sembra poi sia stato immune da quella maniacale diffidenza che, come dice bene E. M. Forster in Passaggio in India, è un tipico vizio indiano, come l’ipocrisia per gli inglesi. Gandhi era certamente abbastanza acuto da riconoscere la disonestà, ma pare che, ovunque possibile, credesse alla buona fede altrui e alla possibilità di appellarsi sempre alla loro natura migliore. Veniva da una famiglia povera del ceto medio, la sua vita s’era avviata in condizioni piuttosto sfavorevoli e l’aspetto fisico era poco imponente; ma non per questo era afflitto da invidia né da un senso di inferiorità. Il pregiudizio razziale, quando lo conobbe nella sua forma peggiore in Sudafrica, sembra piuttosto averlo stupito. Anche quando combatteva quella che di fatto era una guerra razziale, non pensava alle persone in termini di razza o di rango. Il governatore di una provincia, un milionario del cotone, un coolie dravida mezzo morto di fame, un soldato semplice britannico: tutti erano ugualmente umani, a tutti ci si accostava allo stesso modo. È significativo che a Gandhi, anche nelle circostanze peggiori – come in Sudafrica, quando si rendeva impopolare in quanto paladino della comunità indiana – non mancassero amici europei.
L’autobiografia, scritta in brevi capitoli da pubblicare a puntate sul giornale, non è un capolavoro letterario, ma ancor più colpisce per l’ovvietà degli argomenti. Va ben ricordato che Gandhi era partito con le normali ambizioni di un giovane studente indiano, adottando poi le sue opinioni estremiste solo per gradi, e in alcuni casi con una certa riluttanza. È interessante apprendere che c’è stato un tempo in cui indossò la tuba, prese lezioni di ballo, studiò il francese e il latino, salì in cima alla torre Eiffel e tentò anche di imparare a suonare il violino, tutto con l’idea di assimilare fino in fondo la civiltà europea. Non è stato uno di quei santi segnati fin dall’infanzia da una carità fenomenale, né uno di quelli dell’altro genere, che si sono ritirati dal mondo dopo aver vissuto nella più totale dissolutezza. Rende piena confessione dei suoi peccati di gioventù, ma in realtà non c’è molto da confessare. Sul frontespizio del libro c’è una fotografia dei beni posseduti da Gandhi all’epoca della sua morte. Si potrebbero acquistare in blocco per cinque o sei sterline, e i peccati di quell’uomo, perlomeno i peccati della carne, se raccolti in un unico mucchietto farebbero la stessa figura. Qualche sigaretta, qualche boccone di carne, qualche anna[4] rubata alla cameriera da bambino, due visite a un bordello (in entrambe le occasioni ne uscì “senza aver fatto nulla”), una tentazione scampata per un soffio con la sua padrona di casa a Plymouth, uno scoppio d’ira: qui si esaurisce l’intera collezione. Fin quasi dall’infanzia, egli mostra una serietà profonda, un’attitudine etica più che religiosa; ma fin verso i trent’anni non ha un orientamento ben definito. Il suo esordio in qualcosa di simile a una vita pubblica avvenne nel segno del vegetarianismo. Sotto le sue qualità meno comuni, si sentono sempre i solidi uomini d’affari del ceto medio che erano i suoi antenati. Si sente che, anche dopo aver abbandonato le ambizioni personali, dev’essere stato un avvocato energico e pieno di risorse, oltre che un organizzatore politico realistico, attento a contenere le spese, abile nel gestire i comitati e infaticabile cacciatore di sottoscrizioni. Aveva un carattere straordinariamente composito, ma era quasi impossibile trovarci tracce di cattiveria, e anche i suoi peggiori nemici ammetterebbero, credo, che era un uomo interessante e insolito, che arricchiva il mondo col solo fatto di esser vivo. Se fosse anche un uomo amabile, e se i suoi insegnamenti possano avere senso per chi non accetta le credenze religiose su cui si fondano, di questo non ho mai avuto la certezza.
Le amicizie intime, dice Gandhi, sono pericolose perché “gli amici reagiscono reciprocamente” e la fedeltà a un amico può portare a commettere iniquità. Questo è indiscutibile. Inoltre, se bisogna amare Dio, o amare l’umanità intera, non si può anteporre un singolo individuo agli altri. Anche questo è vero, e segna il punto in cui l’idea umanistica e quella religiosa diventano inconciliabili. Per una persona normale, amare non significa niente se non amare qualcuno più degli altri.
In anni recenti si è cominciato a parlare di Gandhi come se non soltanto nutrisse simpatie per la sinistra occidentale ma ne fosse parte integrante. In particolare gli anarchici e i pacifisti se lo sono intestato, concentrandosi soltanto sulla sua opposizione al centralismo e alla violenza di stato e ignorando la vena ultraterrena e antiumanista delle sue dottrine. Ma dovremmo, credo, renderci conto che gli insegnamenti di Gandhi non si possono conciliare con l’idea che l’Uomo sia la misura di tutte le cose, e che il nostro compito sia di rendere la vita degna di essere vissuta su questa terra, che è l’unica terra che abbiamo. Sono insegnamenti che hanno senso soltanto partendo dal presupposto che Dio esista e che il mondo degli oggetti concreti sia un’illusione da rifuggire. Vale la pena di riflettere sulla disciplina che Gandhi si imponeva e che – anche se magari non pretendeva che ognuno dei suoi seguaci la osservasse alla lettera – considerava indispensabile, se si voleva servire Dio o l’umanità. Innanzitutto non si dovrebbe mangiare carne né, se possibile, alcun alimento di origine animale. (Gandhi stesso, per riguardo alla propria salute, dovette transigere sul latte, ma pare che l’abbia sentito come un cedimento.) Niente alcol né tabacco, niente spezie o condimenti, neppure di origine vegetale, poiché il cibo non si dovrebbe assumere per il piacere di mangiare ma unicamente per conservare le forze. In secondo luogo, se possibile, bisognerebbe astenersi dai rapporti sessuali. Se un rapporto sessuale deve esserci, dovrebbe essere al solo scopo di generare figli e, si presume, molto di rado. Lo stesso Gandhi, a trentasei anni, fece il voto di brahmacharya, vale a dire non soltanto assoluta castità, ma eliminazione del desiderio sessuale. Pare sia una condizione difficile da raggiungere senza una dieta speciale e frequenti digiuni. Uno dei pericoli legati al consumo di latte è che tende a stimolare il desiderio sessuale. Infine – e questo è il punto cruciale – colui che ricerca il bene non deve avere amici intimi né amori esclusivi.
Le amicizie intime, dice Gandhi, sono pericolose perché “gli amici reagiscono reciprocamente” e la fedeltà a un amico può portare a commettere iniquità. Questo è indiscutibile. Inoltre, se bisogna amare Dio, o amare l’umanità intera, non si può anteporre un singolo individuo agli altri. Anche questo è vero, e segna il punto in cui l’idea umanistica e quella religiosa diventano inconciliabili. Per una persona normale, amare non significa niente se non amare qualcuno più degli altri. L’autobiografia non chiarisce se Gandhi davvero trattasse senza riguardi la moglie e i figli; a ogni modo, in tre occasioni sarebbe stato disposto a lasciar morire sua moglie o uno dei suoi figli piuttosto che somministrare loro i cibi di origine animale prescritti dal medico. È vero che alla minacciata morte non si è arrivati, e anche che Gandhi – con una buona dose di pressione morale nella direzione opposta, come si può arguire – ha sempre concesso al paziente la scelta di restare in vita al prezzo di un peccato; tuttavia, se la decisione fosse spettata a lui solo, avrebbe proibito di cibarsi di animali, qualunque fosse il rischio. Deve esserci, afferma, qualche limite a ciò che si è disposti a fare per restare vivi, e il limite cade ben al di qua del brodo di pollo. Un nobile pensiero, forse, ma, nel senso che generalmente credo si dia a questa parola, disumano. L’essenza dell’umano non è la ricerca della perfezione; è essere disposti, a volte, a commettere peccati per lealtà, non spingere l’ascetismo al punto da rendere impossibile un rapporto di amicizia, essere pronti infine a essere sconfitti e spezzati dalla vita: prezzo inevitabile da pagare quando si concentra il proprio amore su altri individui umani. Certamente alcol, tabacco e simili sono cose che un santo deve evitare, ma anche la santità è qualcosa che gli esseri umani devono evitare. A questo esiste un’ovvia obiezione, ma bisognerebbe stare attenti a esprimerla. In quest’epoca affollata di seguaci dello yoga, si dà troppo facilmente per scontato che il non attaccamento sia non solo migliore di una piena accettazione della vita terrena, ma che l’uomo comune lo rigetti soltanto perché è troppo difficile: in altre parole, che l’essere umano medio sia un santo fallito. C’è da dubitare che questo sia vero. Molte persone sinceramente non desiderano essere sante, ed è probabile che, tra quanti aspirano alla santità o la raggiungono, alcuni non abbiano mai sentito una gran tentazione di essere umani. Potendo risalire alle radici psicologiche di questa idea, si troverebbe, credo, che la principale motivazione del non attaccamento è un desiderio di fuga dal dolore del vivere, e soprattutto dall’amore, che – sessuale o non sessuale – è una gran fatica. Ma non è necessario, qui, dibattere se sia “più elevato” l’ideale ultraterreno o quello umanistico. Il punto è che sono incompatibili. Bisogna scegliere tra Dio e Uomo, e tutti i “radicali” e i “progressisti”, dal più blando liberale al più estremo anarchico, hanno di fatto scelto l’Uomo.
Si può provare, come me, una sorta di avversione estetica per Gandhi; si possono respingere le pretese di santità avanzate in suo favore – lui, per inciso, non ha mai espresso simili pretese –, si può anche respingere la santità come ideale, e avere quindi la sensazione che gli intenti fondamentali di Gandhi fossero antiumani e reazionari: ma considerato semplicemente come politico, e paragonato alle altre principali figure politiche del nostro tempo, che odore pulito è riuscito a lasciare dietro di sé!
Comunque, il pacifismo di Gandhi si può in certa misura separare dagli altri suoi insegnamenti. La sua motivazione era religiosa, ma egli sosteneva anche che fosse una tecnica ben definita, un metodo, capace di produrre i risultati politici desiderati. La posizione di Gandhi era diversa da quella della maggior parte dei pacifisti occidentali. La satyāgraha, che si sviluppò inizialmente in Sudafrica, era una sorta di guerra non violenta, un modo di sconfiggere il nemico senza ferirlo e senza sentire né suscitare odio. Si manifestava con la disobbedienza civile, gli scioperi, lo sdraiarsi davanti ai treni, sopportare le cariche della polizia senza fuggire e senza reagire, e così via. Gandhi non approvava la traduzione di satyāgraha con “resistenza passiva”: pare che in gujarati questa parola significhi “fermezza nella verità”. In gioventù Gandhi prestò servizio nell’esercito britannico come barelliere nella guerra boera, e fu pronto a rifarlo anche nella guerra del 1914-18. Anche dopo aver completamente ripudiato la violenza, fu abbastanza onesto da capire che in guerra, di solito, bisogna schierarsi da una delle parti. Non prese – certo, non poteva, dato che la sua vita politica ruotava tutta intorno a una lotta per l’indipendenza nazionale – la posizione sterile e disonesta di fingere che in ogni guerra le due parti siano identiche e che non faccia differenza quale delle due vinca. E non si specializzò, come la maggior parte dei pacifisti occidentali, nell’arte di evitare le domande scomode. In relazione all’ultima guerra, una domanda alla quale ogni pacifista ha avuto il chiaro obbligo di rispondere era: “E gli ebrei? Sei disposto a vederli sterminare? In caso contrario, come conti di salvarli senza ricorrere alla guerra?”. Devo dire che non ho mai sentito, da nessun pacifista occidentale, una risposta onesta a questa domanda, però di risposte evasive ne ho sentite moltissime, solitamente del tipo “E tu allora?”. Guarda caso, a Gandhi fu posta una domanda simile nel 1938, e la sua risposta si può leggere in Gandhi and Stalin di Louis Fischer[5]. Stando a Fischer, Gandhi sosteneva che gli ebrei tedeschi avrebbero dovuto suicidarsi collettivamente, il che “avrebbe scosso il mondo e il popolo tedesco di fronte alla violenza di Hitler”. Dopo la guerra si giustificò così: gli ebrei erano stati uccisi comunque, tanto valeva che la loro morte fosse carica di significato. Si ha l’impressione che questa idea abbia sbalordito persino un suo fervido ammiratore come Fischer, ma Gandhi era semplicemente sincero. Se non sei pronto a togliere la vita, spesso devi esser pronto ad accettare che delle vite vadano perdute in altri modi. Quando, nel 1942, invitò alla resistenza non violenta contro un’invasione giapponese, fu pronto ad ammettere che avrebbe potuto costare diversi milioni di morti.
Al contempo, vi è ragione di pensare che Gandhi, dopotutto nato nel 1869, non comprendesse la natura del totalitarismo e vedesse ogni cosa in funzione della propria lotta contro il governo britannico. Il punto importante, qui, non è tanto che gli inglesi lo trattavano con indulgenza, quanto che egli riusciva sempre a ottenere pubblicità. Come si vede dalla frase citata sopra, credeva nello “scuotere il mondo”, e ci si può riuscire soltanto se il mondo ha occasione di sapere che cosa stai facendo. È difficile immaginare come i metodi gandhiani si possano applicare in un paese dove gli oppositori del regime svaniscono nel cuore della notte, senza che se ne sappia più nulla. Senza una stampa libera e il diritto di riunione, è impossibile non soltanto appellarsi all’opinione esterna, ma anche creare un movimento di massa, o perfino far conoscere all’avversario le proprie intenzioni. Esiste un Gandhi in Russia, in questo momento? E se sì, che cosa sta ottenendo? Le masse russe potrebbero praticare la disobbedienza civile se a ciascuno venisse in mente la stessa idea nello stesso momento; e anche in quel caso, a giudicare dalla storia della carestia ucraina, non cambierebbe nulla. Ma ammettiamo che la resistenza non violenta possa essere efficace contro il proprio governo, o contro una potenza occupante: seppure fosse, come la si mette in pratica a un livello internazionale? Le varie dichiarazioni contraddittorie di Gandhi sull’ultima guerra sembrano indicare che avvertisse questa difficoltà. Il pacifismo, applicato alla politica estera, o smette di essere pacifista o diventa appeasement. Inoltre, l’assunto che ha funzionato benissimo per Gandhi nei rapporti con i singoli individui, secondo cui tutti gli esseri umani sono in qualche misura disponibili e capaci di reagire a un gesto generoso, deve essere messo seriamente in discussione. Non è necessariamente vero, per esempio, quando si ha a che fare con i pazzi. Allora la domanda diventa: chi è sano di mente? Hitler era sano di mente? E non è possibile che un’intera cultura sia folle secondo i criteri di un’altra? E poi, nella misura in cui si possono sondare i sentimenti di intere nazioni, esiste un qualche nesso evidente fra un atto di generosità e una reazione amichevole? La gratitudine è un fattore della politica internazionale?
Su queste e altre domande affini occorre discutere, e con urgenza, nei pochi anni che ci restano prima che qualcuno prema il pulsante e i razzi prendano il volo. Non siamo certi che la civiltà possa sopportare un’altra grande guerra, ed è perlomeno concepibile che la via d’uscita passi per la non violenza. Il merito di Gandhi è che sarebbe stato pronto a riflettere onestamente sul genere di domande che ho qui sollevato; e probabilmente le ha davvero affrontate quasi tutte, in uno o l’altro dei suoi innumerevoli articoli di giornale. Di lui si può avere la sensazione che non capisse molte cose, ma non che avesse paura di dire o di pensare qualcosa. Non sono mai riuscito a provare una gran simpatia per Gandhi, ma non sono sicuro che avesse torto come pensatore politico, nella sostanza, e non credo che la sua vita sia stata un fallimento. È curioso che, quando è stato assassinato, molti dei suoi più fervidi ammiratori abbiano esclamato addolorati che era vissuto quel tanto da veder andare in rovina l’opera della sua vita, perché l’India era impegnata in una guerra civile che era sempre stata prevista come effetto collaterale del passaggio di potere. Ma Gandhi non aveva dedicato la vita a cercare di appianare la rivalità tra indù e musulmani. Il suo principale obiettivo politico, la fine pacifica del dominio britannico, era stato in fin dei conti raggiunto. Come al solito, i fatti pertinenti si mettono reciprocamente di traverso. D’altro canto, gli inglesi davvero hanno lasciato l’India senza combattere, evento che pochissimi osservatori avrebbero previsto fino a circa un anno prima che accadesse. D’altro canto, a farlo è stato un governo laburista, mentre un governo conservatore, soprattutto un governo guidato da Churchill, avrebbe di sicuro agito diversamente. Ma se, nel 1945, in Gran Bretagna un ampio settore di opinione pubblica era ormai favorevole all’indipendenza indiana, fino a che punto questo si doveva all’influenza personale di Gandhi? E se, come potrebbe accadere, India e Gran Bretagna stabiliranno infine un rapporto dignitoso e amichevole, sarà anche perché Gandhi, portando avanti la sua lotta con ostinazione e senza odio, ha disinfettato l’aria politica? La sua statura è dimostrata dal fatto stesso che si pensi a simili domande. Si può provare, come me, una sorta di avversione estetica per Gandhi; si possono respingere le pretese di santità avanzate in suo favore – lui, per inciso, non ha mai espresso simili pretese –, si può anche respingere la santità come ideale, e avere quindi la sensazione che gli intenti fondamentali di Gandhi fossero antiumani e reazionari: ma considerato semplicemente come politico, e paragonato alle altre principali figure politiche del nostro tempo, che odore pulito è riuscito a lasciare dietro di sé!
[1] M.K. Gandhi, La storia dei miei esperimenti col la verità, tradotto dal gujarātī da Mahadev Desai. (NdA)
[2] Probabilmente Orwell allude al 1925. L’autobiografia citata, infatti, uscì prima a puntate: Gandhi cominciò a pubblicarla il 29 novembre 1925 su Navajivan e la serializzazione andò avanti fino al 1929. In volume, invece, la prima edizione uscì in due tomi, nel 1927 e nel 1929. (NdT)
[3] Home-spun cloth: qui Orwell si riferisce al khadi, un filato semplice e grezzo. Si dice che Gandhi esortasse gli indiani a usarlo per vestirsi; era il simbolo della produzione interna e della resistenza dell’India, da opporre ai tessuti occidentali “colonialisti”. (NdT)
[4] Anna: unità monetaria equivalente a 1/16 di rupia (in uso fino al 1957). (NdT)
[5] Louis Fisher, Gandhi and Stalin, 1947. Il saggio non risulta pubblicato in traduzione italiana. (NdT)
© per la traduzione: Anna Martini/Kritica. Tutti i testi di Orwell, a eccezione della sua corrispondenza privata, sono liberi dal diritto d’autore. La riproduzione di questa traduzione è consentita solo per metà articolo, citando all’inizio la fonte (testata e nome della traduttrice) e inserendo il link.
Inserisci Kritica fra le tue preferenze in Google.

Pseudonimo di Eric Arthur Blair (1903-1950). Nato in India da una famiglia di funzionari britannici della borghesia medio-bassa, morì di tubercolosi a soli 46 anni. Scrittore, giornalista, saggista letterario e politico, i suoi scritti hanno puntellato il secolo di utopie e distopie in cui ha vissuto grazie a un acume critico e a un coraggio ideale fuori da ogni dottrina e dogma, alla ricerca di verità intellettuale.

