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Spazio di Kritica
Archivio: Anna Martini
Orwell riflette sulla giustizia post-bellica e vede la colpevolizzazione collettiva come una scappatoia moralista che prelude a nuovi crimini.
Il primo libro di Orwell, Senza un soldo a Parigi e Londra, è un racconto personale delle condizioni di vita nelle due metropoli negli anni ’30.
In una riflessione letteraria che spazia fra Dickens, Swift, Huxley, Orwell si interroga sul rapporto dei socialisti con utopie e felicità.
Nel capitolo 3 de “La fattoria degli animali”, Orwell racconta la suddivisione del lavoro fra gli animali e l’inizio delle differenziazioni.
Nel 1944, in un articolo su Tribune, George Orwell prende ad esempio Ezra Pound per riflettere sul nesso fra opera e artista.
Orwell analizza con sguardo critico e non indulgente l’opera di Koestler, il cui percorso fu costellato di importanti contraddizioni.
“Il punto è che la relativa libertà di cui godiamo dipende dall’opinione pubblica. La legge non garantisce protezione.”
In questa seconda parte delle Note sul nazionalismo, Orwell riflette su come l’intellighenzia britannica ne interpreti numerose forme e vizi.
1945. Per “Contemporary Jewish Record” Orwell riflette, senza moralismi, sulla persistenza dell’antisemitismo come forma di nazionalismo.
La forma mentis che sostiene il nazionalismo, scrive George Orwell nel 1945, è comune a molti più movimenti di quanto non si creda.
