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Pubblichiamo la seconda parte delle Note sul nazionalismo, il lungo saggio scritto da George Orwell per la rivista britannica Polemic nel 1945, sul finire della Seconda guerra mondiale. Mentre nella prima parte dava una spiegazione generale della sua concezione di nazionalismo, in questa seconda parte del saggio Orwell si sofferma su alcuni esempi dello stesso approccio, volutamente estremizzandoli, per poi tornare nuovamente sui caratteri generali e su come essi si ritrovino in tutti gli intellettuali del tempo.
L’invito che facciamo ai lettori è quello di cogliere i numerosi indizi di quel tipo di pensiero polarizzato che oggi stesso ritroviamo, esploso, nel dibattito pubblico. Una interessante differenza è che mentre Orwell, nella sua epoca, si riferiva esplicitamente al mondo intellettuale, distinto e lontano dalla gente comune, oggi di questo dibattito e dei suoi stessi vizi qui raccontanti partecipa pienamente, per quanto in forme spurie e spesso intossicate, la stessa gente comune, grazie all’utilizzo dei social media. Siamo, dunque, tutti intellighenzia, secondo come Orwell la intende. Perciò, tutti soggetti a prenderci le nostre responsabilità, e a saper valutare i rischi delle deviazioni nazionalistiche del nostro pensiero. Interessanti anche gli accenti sulla questione ebraica, antisemita e palestinese, opportunamente distinte fra loro. A dimostrazione di come per lo meno in Gran Bretagna la Palestina – protettorato britannico all’epoca – fosse un tema caldo e cruciale ben prima della nascita dello Stato d’Israele, come ben racconta il film Palestine 36.
Il primo paragrafo di questa seconda parte è lo stesso che concludeva la prima, lo riportiamo per rendere più fluida la ripresa della lettura. La traduzione è come sempre dell’esperta, talentuosa e rigorosa traduttrice letteraria Anna Martini.
Il nazionalismo come si manifesta nell’intellighenzia inglese
Ho esaminato come meglio potevo gli abiti mentali comuni a tutte le forme di nazionalismo. Ora veniamo a classificare queste forme, ma è chiaro che non si può fare in modo esauriente. Il nazionalismo è una materia sconfinata. Il mondo è tormentato da illusioni e odii innumerevoli, che si intrecciano in modi assai complessi, e alcuni tra i più sinistri non hanno ancora invaso la coscienza europea. In queste pagine mi occupo del nazionalismo come si manifesta tra l’intellighenzia inglese. Tra loro, molto più che tra gli inglesi comuni, esso non si mescola con il patriottismo, quindi lo si può studiare allo stato puro. Nelle prossime righe elencherò le varietà di nazionalismo che oggi godono di maggior seguito presso gli intellettuali inglesi, commentate come sembra opportuno. Per praticità useremo le tre definizioni: positivo, traslato e negativo, ma ci sono varietà che rientrano in più di una categoria.
Nazionalismo positivo
1. Neoconservatorismo. Ne troviamo esempi in persone quali Lord Elton, A. P. Herbert, G. M. Young, il professor Pickthorn, nella letteratura del Tory Reform Committee e in riviste come la New English Review e Nineteenth Century and After. La vera forza motrice del neoconservatorismo, che gli conferisce carattere nazionalistico e lo differenzia dal normale conservatorismo, è il desiderio di negare che la potenza e l’influenza britanniche si sono ridotte. Anche quelli abbastanza realisti da vedere che la posizione militare britannica non è più quella di un tempo, tendono ad affermare che le “idee inglesi” (non meglio definite, in genere) devono dominare il mondo. Tutti i neo-Tory sono antirussi, ma a volte l’accento è principalmente sull’antiamericanismo. Significativo è che questa scuola di pensiero sembra guadagnare consensi presso intellettuali piuttosto giovani, a volte ex comunisti, che hanno attraversato il consueto processo di disillusione per restare poi delusi anche di questa. L’anglofobo che all’improvviso diventa violentemente filobritannico è figura piuttosto comune. Scrittori che illustrano questa tendenza sono F. A. Voigt, Malcolm Muggeridge, Evelyn Waugh, Hugh Kingsmill, e un’evoluzione psicologica di questo tipo si può osservare anche in T. S. Eliot, Wyndham Lewis e vari loro seguaci.
2. Nazionalismo celtico. I nazionalismi gallese, irlandese e scozzese presentano qualche differenza, ma l’orientamento anti-inglese è il medesimo. I membri di tutti e tre i movimenti si sono opposti alla guerra continuando a definirsi filorussi, e la frangia più folle è riuscita persino a essere filorussa e filonazista al tempo stesso. Ma il nazionalismo celtico non equivale all’anglofobia. La sua forza motrice è la fede nella grandezza passata e futura dei popoli celtici, ed è fortemente venato di razzismo. I Celti sono creduti spiritualmente superiori ai Sassoni – più semplici, più creativi, meno volgari, meno snob, ecc. – ma sotto la superficie c’è la solita brama di potere. Sintomo ne è per esempio l’illusione che l’Eire, la Scozia o anche il Galles possano preservare la loro indipendenza senza aiuto e non debbano nulla alla protezione britannica. Tra gli scrittori, buoni esempi di questa scuola di pensiero sono Hugh McDiarmid e Sean O’Casey. Non c’è scrittore irlandese moderno, nemmeno della statura di Yeats o di Joyce, che sia del tutto esente da tracce di nazionalismo.
3. Sionismo. Ha le consuete caratteristiche di un movimento nazionalista, ma la sua variante americana sembra essere più violenta e maligna di quella britannica. Lo classifico come nazionalismo diretto e non traslato, poiché attecchisce quasi esclusivamente tra gli ebrei stessi. In Inghilterra, per varie ragioni piuttosto incongrue, sulla questione palestinese l’intellighenzia è perlopiù filoebraica, ma di sentimenti tiepidi. Anche tutti gli inglesi dabbene sono filoebraici, nel senso che disapprovano la persecuzione nazista. Ma una vera lealtà nazionalistica, o la fede nell’innata superiorità degli ebrei, sono rarità tra i gentili.
Nazionalismo traslato
1. Comunismo
2. Cattolicesimo politico
3. Sentimento razziale. Il vecchio atteggiamento sprezzante verso gli “indigeni” si è molto indebolito in Inghilterra, e varie teorie pseudoscientifiche che insistevano sulla superiorità della razza bianca sono state abbandonate.[7] Tra gli intellettuali, il sentimento razziale si manifesta soltanto nella forma traslata, ovvero come fede nella superiorità innata delle razze di colore. È una tendenza sempre più comune nelle classi colte inglesi, derivante forse più da masochismo e frustrazione sessuale che da contatti con movimenti nazionalisti orientali e negri. Anche chi non ha particolarmente a cuore la questione razziale può subire la potente influenza dello snobismo e dell’imitazione. Quasi tutti gli intellettuali inglesi troverebbero scandalosa l’affermazione che le razze bianche sono superiori a quelle di colore, mentre l’affermazione opposta apparirebbe ineccepibile anche a chi non si trovasse d’accordo. La simpatia nazionalistica per le razze di colore si mescola, di solito, con le credenze sulla superiorità della loro vita sessuale: c’è tutta una mitologia segreta sulla prestanza sessuale dei negri.
4. Sentimento di classe. Tra gli intellettuali di classe alta e media, si riscontra solo nella forma traslata, cioè come convinzione della superiorità del proletariato. Anche in questo caso, nell’ambito dell’intellighenzia, l’opinione pubblica esercita una pressione irresistibile. La fedeltà nazionalistica al proletariato, e il più feroce odio teorico verso la borghesia, possono coesistere – e spesso accade – con un ordinario snobismo nella vita quotidiana.
5. Pacifismo. I pacifisti sono quasi tutti membri di oscure sette religiose o semplicemente filantropi che rifiutano l’idea di togliere la vita e preferiscono non spingere il loro pensiero oltre questo punto. Ma esiste una minoranza di intellettuali pacifisti le cui motivazioni reali, benché inconfessate, sembrano essere l’odio per la democrazia occidentale e l’ammirazione per il totalitarismo. La propaganda pacifista in genere si riduce ad affermare che le due parti sono ugualmente cattive, ma se si esaminano con attenzione gli scritti dei più giovani intellettuali pacifisti, si scopre che non esprimono affatto una disapprovazione imparziale, bensì diretta quasi interamente contro la Gran Bretagna e gli Stati Uniti. Inoltre, di regola, non condannano la violenza in sé, ma soltanto la violenza usata in difesa dei paesi occidentali. I russi, a differenza dei britannici, non sono biasimati quando si difendono militarmente, e in effetti tutta la propaganda pacifista di questo genere evita di menzionare la Russia o la Cina. Ancora una volta, non si sostiene che gli indiani dovrebbero ripudiare la violenza nella loro lotta contro i britannici. Nella letteratura pacifista abbondano osservazioni ambigue che, se significano qualcosa, sembrano significare che statisti come Hitler sono preferibili a quelli come Churchill, e che forse la violenza è scusabile se è sufficientemente violenta. Dopo la caduta della Francia, i pacifisti francesi, di fronte a una vera scelta che i loro colleghi inglesi non hanno dovuto compiere, si sono perlopiù schierati con i nazisti, e in Inghilterra sembra esserci stata qualche piccola sovrapposizione tra i membri della Peace Pledge Union e le camicie nere. Ci sono scrittori pacifisti che hanno tessuto le lodi di Carlyle, uno degli intellettuali padri del fascismo. Tutto considerato è difficile non sentire che il pacifismo, così come si manifesta in un certo settore dell’intellighenzia, si ispiri segretamente a un’ammirazione per il potere e per la crudeltà vincente. Si è commesso l’errore di attribuire a Hitler questa emozione, ma poi la si è traslata senza problemi.
Nazionalismo negativo
1. Anglofobia. All’interno dell’intellighenzia, un atteggiamento ironico e lievemente ostile nei confronti della Gran Bretagna è pressoché obbligatorio, ma in molti casi non è un’emozione simulata. Durante la guerra si è manifestata nel disfattismo dell’intellighenzia, che ha continuato a persistere a lungo, dopo che era diventato evidente che le potenze dell’Asse non potevano vincere. Molti hanno esibito il loro compiacimento alla caduta di Singapore o quando gli inglesi sono stati scacciati dalla Grecia, e grande è stata la riluttanza a credere alle buone notizie, per esempio el Alamein, o il numero di aerei tedeschi abbattuti nella battaglia d’Inghilterra. Gli intellettuali inglesi di sinistra non volevano, naturalmente, che i tedeschi o i giapponesi vincessero davvero la guerra, ma molti di loro non hanno potuto evitare un certo godimento nel vedere il proprio paese umiliato, e desideravano sentire che la vittoria finale sarebbe spettata alla Russia, o forse all’America, e non alla Gran Bretagna. In politica estera, molti intellettuali seguono il principio secondo cui qualunque fazione sostenuta dalla Gran Bretagna debba essere nel torto. Di conseguenza, l’opinione “illuminata” è molto spesso un’immagine speculare della politica conservatrice. L’anglofobia è sempre suscettibile di rovesciamento; da qui lo spettacolo piuttosto comune del pacifista di una guerra che diventa bellicista in quella successiva.
2. Antisemitismo. Attualmente se ne trovano poche tracce, dal momento che la persecuzione nazista ha reso inevitabile per qualunque essere pensante prendere le parti degli ebrei contro i loro oppressori. Chiunque sia abbastanza colto da aver sentito la parola “antisemitismo”, naturalmente se ne dichiara immune, e qualunque accenno antiebraico viene eliminato con cura da ogni tipo di scritto. In realtà l’antisemitismo pare diffusissimo, anche tra gli intellettuali, e la generale congiura del silenzio contribuisce probabilmente a esacerbarlo. Le persone con idee di sinistra non ne sono esenti, e a volte il loro atteggiamento è condizionato dal fatto che molti trotskisti e anarchici sono ebrei. Ma l’antisemitismo è più naturale per persone di tendenza conservatrice, che attribuiscono agli ebrei la colpa di indebolire il morale nazionale e di annacquare la cultura nazionale. I neo-Tory e i cattolici politici sono sempre soggetti a soccombere all’antisemitismo, almeno saltuariamente.
3. Trotskismo. Parola che si usa in senso molto ampio, a comprendere anarchici, socialdemocratici e anche liberali. Qui la uso per intendere un marxista dottrinario la cui principale motivazione è l’ostilità al regime staliniano. Il trotskismo si può studiare meglio su oscuri opuscoli o giornali come il Socialist Appeal piuttosto che nell’opera di Trotsky stesso, il quale non era affatto uomo di un’unica idea. Sebbene in certi luoghi, per esempio gli Stati Uniti, il trotskismo sia capace di attrarre un discreto numero di seguaci e organizzarsi in un movimento con un piccolo führer tutto suo, esso è di ispirazione essenzialmente negativa. Il trotskista è contro Stalin esattamente come il comunista è pro Stalin e, come quasi tutti i comunisti, non desidera tanto modificare il mondo esterno quanto sentire che la battaglia per il prestigio volge a suo favore. In ogni caso c’è la medesima ossessione per un unico argomento, la stessa incapacità di formarsi un’opinione autenticamente razionale sulla base delle probabilità. Il fatto che i trotskisti siano ovunque una minoranza perseguitata, e che l’accusa che normalmente gli viene rivolta, cioè di collaborare con i fascisti, è assolutamente falsa, crea un’impressione che il trotskismo sia intellettualmente e moralmente superiore al comunismo; ma non sembra esserci una grande differenza. I trotskisti più tipici, comunque, sono ex comunisti, e al trotskismo non si arriva se non passando per movimenti di sinistra. Nessun comunista, a meno che non sia abituato da anni a stare al guinzaglio del suo partito, è immune dal rischio di cadere improvvisamente nel trotskismo. Il fenomeno opposto non sembra verificarsi con la stessa frequenza, benché non se ne veda il motivo.
Nella classificazione da me qui tentata, può sembrare che spesso abbia esagerato o semplificato troppo, o abbia fatto supposizioni infondate, tralasciando le motivazioni più normali e rispettabili. Non ho potuto evitarlo, poiché in questo saggio cerco di isolare e individuare tendenze presenti in ognuno di noi, che sviano il nostro pensiero, pur senza necessariamente manifestarsi allo stato puro o essere continuamente attive. È importante, a questo punto, correggere il quadro eccessivamente semplificato che sono stato costretto a tracciare. Primo: non si ha alcun diritto di presumere che chiunque, o che qualsiasi intellettuale, subisca il contagio del nazionalismo. Secondo: il nazionalismo può essere discontinuo e limitato. A un uomo intelligente può succedere di soccombere, in parte, a un’idea che lo attrae ma che egli sa essere assurda, e può passare molto tempo senza pensarci, tornandoci su in momenti di rabbia o sentimentalismo, o quando è certo che non ci siano di mezzo questioni importanti. Terzo: un credo nazionalistico si può adottare in buona fede partendo da motivazioni non nazionalistiche. Quarto: diversi tipi di nazionalismo, anche quelli che si annullano a vicenda, possono coesistere nella stessa persona.
Ho sempre ripetuto: “Il nazionalista fa questo, fa quest’altro”, ricorrendo a scopo illustrativo a un tipo di nazionalista estremo e non del tutto sano di mente, che non conosce neutralità e nulla gli interessa se non la lotta per il potere. Persone del genere sono in realtà piuttosto comuni, ma non vale la pena di sprecarci tempo e fatica. Nella vita reale Lord Elton, D. N. Pritt, Lady Houston, Ezra Pound, Lord Vansittart, Padre Coughlin e tutti gli altri membri di quella tetra combriccola vanno combattuti, ma le loro carenze intellettuali non hanno certo bisogno di essere sottolineate. La monomania non è interessante, e il fatto che nessun nazionalista del genere più bigotto sia in grado di scrivere un libro che dopo qualche anno sembri ancora degno di esser letto ha un certo effetto deodorante. Ma avendo ammesso che il nazionalismo non ha trionfato ovunque, che ancora esistono persone il cui giudizio non è alla mercé dei loro desideri, rimane il fatto che i problemi più pressanti – India, Polonia, Palestina, la guerra civile spagnola, i processi di Mosca, i negri americani, il patto russo-tedesco e via dicendo – non si possono discutere su un piano di ragionevolezza, o perlomeno non succede mai.
Gli Elton, i Pritt e i Coughlin — ciascuno un’enorme bocca che sbraita all’infinito la stessa menzogna— sono ovviamente casi estremi, ma ci inganniamo se non ci rendiamo conto che, quando abbassiamo la guardia, tutti possiamo assomigliargli. Basta che si tocchi una certa corda, che si pesti questo o quel callo —un callo, forse, di cui neppure si sospettava l’esistenza — e anche la persona più equanime e di indole più mite si trasformerà all’improvviso in un partigiano feroce, ansioso unicamente di “battere” l’avversario e indifferente alla quantità di menzogne che racconta o di errori logici che commette nel farlo. Quando David Lloyd George, che era stato un oppositore della seconda guerra boera, dichiarò alla Camera dei Comuni che i bollettini britannici, nell’insieme, attestavano l’uccisione di un numero di boeri superiore all’intera popolazione boera, risulta che Arthur Balfour si alzò in piedi gridando: “Canaglia!”. Pochissimi si salvano da sviste di questo genere. Il negro trattato sgarbatamente da una donna bianca, l’inglese che sente un americano criticare l’Inghilterra senza cognizione, l’apologeta del cattolicesimo a cui venga ricordata l’Armada spagnola: tutti reagiranno più o meno allo stesso modo. Basta punzecchiare il nervo del nazionalismo e ogni decenza intellettuale può svanire, il passato si può alterare e i fatti più evidenti si possono negare. Se si cova in qualche angolo della mente un sentimento nazionalistico di odio o di lealtà, certi fatti, benché in un certo senso si sappiano autentici, diventano inammissibili. Eccone qualche esempio. Elenco qui di seguito cinque tipi di nazionalista, e per ciascuno un fatto che quel tipo non può accettare, neppure nei pensieri più reconditi:
Tory britannico: la Gran Bretagna uscirà da questa guerra con meno potere e prestigio.
Comunista: senza l’aiuto della Gran Bretagna e degli Stati Uniti, la Russia sarebbe stata sconfitta dalla Germania.
Nazionalista irlandese: l’Eire può restare indipendente soltanto grazie alla protezione britannica.
Trotskista: il regime staliniano è accettato dalle masse russe.
Pacifista: coloro che “abiurano” la violenza possono farlo soltanto perché altri la praticano al posto loro.
Tutti questi fatti sono di un’evidenza indecente, quando non ci sono di mezzo le emozioni; ma per i tipi che ho elencato, sono anche intollerabili, perciò devono essere negati, e sulla negazione si edificano teorie false. Torno allo sconcertante fallimento delle previsioni militari nella guerra attuale. È giusto, credo, affermare che l’intellighenzia si è sbagliata riguardo all’andamento della guerra più della gente comune, e che i sentimenti partigiani l’hanno spinta fuori strada. L’intellettuale medio di sinistra credeva, per esempio, che la guerra fosse persa nel 1940, che i tedeschi avrebbero senz’altro invaso l’Egitto nel 1942, che i giapponesi non sarebbero mai stati cacciati dalle terre che avevano conquistato e che l’offensiva aerea anglo-americana non stava facendo la minima impressione alla Germania. Poteva credere a tutto ciò perché l’odio per la classe dirigente britannica gli impediva di ammettere che i piani britannici potessero funzionare. Non c’è limite alle follie che si possono digerire sotto l’influsso di sentimenti di questo tipo. Ho sentito affermare con sicurezza, per esempio, che le truppe americane erano state portate in Europa non per combattere i tedeschi, ma per soffocare una rivoluzione inglese. Bisogna esser parte dell’intellighenzia per credere a cose del genere: l’uomo comune non sarebbe mai tanto sciocco. Quando Hitler invase la Russia, i funzionari del M.O.I. [Ministry of Information, ministero britannico incaricato della propaganda e dell’informazione durante la Seconda guerra mondiale. (NdT)] diffusero un comunicato “a titolo informativo” secondo cui ci si poteva aspettare la caduta della Russia entro sei settimane. D’altro canto, i comunisti vedevano ogni fase della guerra come una vittoria russa, anche quando i russi erano stati respinti fin quasi al Mar Caspio e avevano perso diversi milioni di prigionieri. Inutile insistere con gli esempi. Il punto è che, non appena entrano in gioco paura, odio, gelosia e culto del potere, il senso della realtà si stravolge. E, come ho già osservato, si disarticola anche il senso del giusto e dell’ingiusto. Non esiste crimine, neppure uno, che non si possa condonare quando è la “nostra” parte a commetterlo. Anche se non neghiamo che il crimine sia avvenuto, anche se sappiamo che è l’identico crimine che in un’altra occasione abbiamo condannato, anche se ammettiamo, sul piano intellettuale, che è ingiustificato – comunque non riusciamo a sentirlo sbagliato. C’è in ballo la lealtà, quindi la pietà non funziona più.
La ragione dell’ascesa e della diffusione del nazionalismo è una questione troppo vasta per affrontarla qui. Basti dire che, nelle forme in cui si manifesta tra gli intellettuali inglesi, è un riflesso deformato delle spaventose battaglie che si svolgono realmente nel mondo esterno, e che le sue peggiori follie sono state rese possibili dal collasso del patriottismo e della fede religiosa. Seguendo fino in fondo questa linea di pensiero, si rischia di deviare verso una certa forma di conservatorismo, o verso il quietismo politico. Si può ragionevolmente sostenere, per esempio – e credo sia vero – che il patriottismo sia un vaccino contro il nazionalismo, la monarchia un argine contro la dittatura e la religione organizzata un argine contro la superstizione. Oppure, ancora, si può sostenere che un punto di vista imparziale non sia possibile, che tutte le fedi e tutte le cause implichino le stesse menzogne, follie e barbarie; argomento spesso addotto per tenersi del tutto fuori dalla politica. Io non lo accetto, se non altro perché nel mondo moderno nessuno che possa definirsi un intellettuale può tenersi fuori dalla politica, nel senso di non interessarsene affatto. Penso che ci si debba impegnare in politica – intendendo la parola in senso ampio – e che si debbano avere delle preferenze: ovvero, bisogna riconoscere che certe cause sono oggettivamente migliori di altre, anche quando sostenute con mezzi ugualmente indegni. Quanto agli amori e agli odi nazionalistici di cui ho parlato, sono parte del carattere di quasi tutti noi, piaccia o no. Non so se sia possibile liberarsene, ma credo si possa sforzarsi di opporvisi, e che sia essenzialmente uno sforzo morale. È anzitutto questione di scoprire ciò che siamo davvero, quali siano davvero i nostri sentimenti, e quindi tener conto dell’inevitabile distorsione. Se odi e temi la Russia, se sei geloso della ricchezza e del potere dell’America, se disprezzi gli ebrei, se provi un senso di inferiorità nei confronti della classe dirigente britannica, non puoi liberarti di questi sentimenti solo riflettendoci su. Ma almeno puoi riconoscere di averli in te, e impedirgli di contaminare i tuoi processi mentali. Gli impulsi emotivi, che sono ineludibili e forse persino necessari all’azione politica, dovrebbero poter coesistere con l’accettazione della realtà. Ma questo, lo ripeto, richiede uno sforzo morale, e la letteratura inglese contemporanea, sempre che possa ancora dirsi viva rispetto alle questioni fondamentali del nostro tempo, mostra quanto pochi di noi siano pronti a compierlo.
[7] Un buon esempio è la superstizione del colpo di sole. Fino a poco tempo fa si credeva che le razze bianche fossero molto più soggette a insolazione rispetto a quelle di colore e che non fosse sicuro per un uomo bianco camminare sotto il sole tropicale senza un casco coloniale. Non c’era alcuna prova a sostegno di questa teoria, ma serviva allo scopo di accentuare la differenza tra gli “indigeni” e gli europei. Durante la guerra attuale, questa teoria è stata abbandonata, in sordina, e interi eserciti fanno manovre nei tropici senza caschi. Finché la superstizione del colpo di sole è sopravvissuta, i medici inglesi in India sembrano averci creduto fermamente quanto i profani.


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