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Negli ultimi giorni di giugno, il Fatto Quotidiano ha pubblicato alcuni articoli di inchiesta, a firma di Maria Maggiore e Alessandro Mantovani, su una questione che, come scrive lo stesso quotidiano, imbarazza non poco la giunta capitolina e il sindaco Roberto Gualtieri. In sintesi, la vicenda riguarda un immobile di pregio, l’ex Convento di Sant’Ambrogio, situato nel pieno centro di Roma, affidato in concessione a titolo gratuito dal Comune di Roma alla locale Comunità Ebraica per realizzarvi la sede del liceo “Renzo Levi”, istituto comprensivo privato. Al centro delle contestazioni – e di un ricorso al T.A.R. presentato da diverse associazioni – vi è la procedura seguita, vale a dire l’assegnazione diretta di un bene comune ad un privato, in assenza di qualunque bando o evidenza pubblica. Al momento del voto in Assemblea Capitolina, si sono espressi a favore i gruppi di maggioranza, con la sola eccezione dei Consiglieri di Roma Futura, Tiziana Biolghini e Giovanni Caudo, che si sono astenuti.
L’inchiesta di Maggiore e Mantovani rivela anche l’esistenza di sponsor israeliani dalla dubbia reputazione e dagli accertati legami con l’establishment politico e militare di Tel Aviv. Altro elemento urticante, in tutta questa faccenda, è l’appartenenza dell’Assessore al Patrimonio, Tobia Zevi, alla stessa Comunità Ebraica Romana (CER) assegnataria dell’immobile.
Le complicità con Israele che la giunta romana nega
Questa vicenda si affianca ad altre, che portano alla luce un inquietante intreccio fra la Giunta di Roberto Gualtieri, la maggioranza che la sostiene e interessi sia della CER sia israeliani in quanto tali, come il perdurante rapporto commerciale dell’azienda comunale FARMACAP con l’israeliana TEVA, i cui farmaci vengono regolarmente venduti nelle quasi cinquanta farmacie comunali romane, o la nebulosità dei rapporti fra l’ACEA e l’israeliana MEKOROT, azienda pubblica che si occupa della gestione delle acque, sottraendole ai Palestinesi, per non parlare della presenza massiva di investimenti immobiliari che fanno capo anche a soggetti israeliani, come nel caso della “rigenerazione” degli ex Mercati Generali dell’Ostiense, che dovrebbero diventare uno studentato di lusso e che sta provocando la rivolta dei cittadini della zona, che vorrebbero una riqualificazione in senso sociale e ambientale.
Dai municipi al Campidoglio e ritorno
Come ampiamente riportato su queste pagine, per l’interruzione dei rapporti fra Roma Capitale e lo Stato di Israele e le sue propaggini aziendali si sono pronunciati gli oltre 16.000 cittadini che hanno sottoscritto una Delibera di Iniziativa Popolare promossa dal comitato “Roma sa da che parte stare”, il cui iter procedurale è stato avviato e che dovrebbe approdare al voto dell’Assemblea Capitolina entro i prossimi quattro mesi. È importante sottolineare come 7 Municipi, fra i più popolosi della Capitale (comprendono ben oltre la maggioranza della popolazione romana) e tutti a maggioranza di centrosinistra, abbiano approvato mozioni che auspicano l’approvazione della Delibera Popolare da parte dell’Assemblea Capitolina.
Ha fatto eccezione il Municipio XIII, dove il 2 luglio la maggior parte dei consiglieri del PD ha votato insieme a quelli di Fratelli d’Italia, affossando la mozione e mettendo in serio imbarazzo la capogruppo dem, Angela Lidia Fanara, che aveva depositato lei stessa l’atto. Alcuni consiglieri hanno riferito di telefonate intercorse fra il Campidoglio e la presidenza PD del Municipio, che avrebbe poi impartito l’ordine di scuderia, al quale ha disciplinatamente obbedito la maggioranza dei consiglieri democratici, affiancando i loro voti a quelli dell’estrema destra. A titolo di cronaca, va detto che le proteste dei cittadini che assistevano al voto hanno portato alla sospensione della seduta.
I pronunciamenti dei Municipi mostrano comunque uno scollamento evidente fra la percezione della sensibilità sociale che hanno gli enti di prossimità, i più vicini al sentimento popolare, e l’amministrazione centrale, più attenta al rapporto con i poteri forti della città, fra i quali rientra a pieno titolo la CER, nonostante rappresenti sì e no un quarto dei cittadini ebrei romani. Nei Municipi hanno votato a favore del sostegno alla Delibera Popolare consiglieri del Partito Democratico, delle formazioni di sinistra ed anche di Azione, il partito centrista guidato da Carlo Calenda.
In Campidoglio, invece, il PD ha assunto un atteggiamento fortemente ostruzionistico, tentando maldestramente di smentire i dati incontrovertibili forniti da Roma sa da che parte stare e opponendo una serie di improbabili tecnicismi per sostenere come sia difficile portare la Delibera Popolare al voto dell’aula. Per esempio, nel “documento” (non firmato, su carta semplice, senza protocollo e senza data) fornito al comitato lo scorso 25 giugno, riguardo i rapporti fra FARMACAP e TEVA si fa riferimento ad un Regio Decreto del 1938 che impone ai farmacisti di somministrare i farmaci indicati dal medico curante… Peccato che nel 1938 non esistessero i farmaci equivalenti, altrimenti detti “generici”, cosa che rende quell’atto inadeguato e superato dalle norme stabilite più recentemente dall’AIFA, l’agenzia nazionale del Farmaco. E proprio i generici, facilmente sostituibili con quelli prodotti da altre aziende, costituiscono il core business di TEVA.
La Comunità ebraica romana rappresenta Israele ben più che gli ebrei romani
La figura centrale dei rapporti fra Roma Capitale, la CER ed entità israeliane è indubbiamente costituita dall’Assessore Tobia Zevi, oltre che dallo stesso sindaco Gualtieri. Zevi, ex presidente dell’Unione dei Giovani Ebrei Italiani, è cognato del giornalista David Parenzo, celebre macchietta del programma radiofonico trash “La zanzara”, sionista sfegatato.
Nell’ aprile 2020 Zevi si è presentato alle primarie del Centrosinistra per la scelta del candidato sindaco di Roma, arrivando sesto su sette candidati, ottenendo il 3,53%, pari a 1663 preferenze. Nonostante questa performance non proprio brillante, Gualtieri lo ha nominato assessore al patrimonio e alla casa, uno dei più importanti della Capitale.
I favori in odore di conflitto d’interessi concessi alla Comunità ebraica romana
Zevi è il simbolo del rapporto privilegiato esistente fra la CER, la giunta Gualtieri e gli esponenti del Partito Democratico in Campidoglio. Il Campidoglio appare letteralmente succube di una comunità che non rappresenta tanto gli interessi dei cittadini ebrei romani, quanto quelli del governo Netanyahu, caratterizzandosi come un’ambasciata parallela di Tel Aviv.
Lo scorso 1° luglio, dall’Assessorato di Tobia Zevi è stata diffusa quella che vorrebbe essere la risposta agli articoli del Fatto e ad altre obiezioni avanzate verso la concessione del palazzo dell’ex S Ambrogio alla CER. L’Assessorato definisce le polemiche “infondate”, spiegando che “l’edifico necessita di interventi di consolidamento, messa in sicurezza e ristrutturazione, per un valore stimato di circa 8,5 milioni di euro, che la Comunità ebraica di Roma sosterrà integralmente.
L’Assemblea Capitolina avrebbe quindi, sostiene Zevi, deliberato la concessione trentennale dell’immobile per finalità educative, in applicazione del Regolamento sul patrimonio indisponibile approvato con la deliberazione 104 del 2022. Non è pertanto corretto – sottolinea l’Assessorato – definire gratuita la concessione: “rapportando l’investimento previsto alla durata dell’affidamento, la Comunità sosterrà infatti un costo effettivo vicino ai 300.000 euro l’anno”.
La risposta dell’Assessorato di Tobia Zevi non appare affatto convincente. In primo luogo, gli anni di affidamento del palazzo alla CER previsti non sono 30, ma 30 più altri 20 rinnovabili automaticamente, quindi mezzo secolo. Da questa constatazione, si evince che il calcolo effettuato dagli uffici di Zevi sui costi effettivi sostenuti su base mensile dalla CER sia più che sovrastimato, perchè la spesa mensile raggiungerebbe più o meno i 17.000 euro e quella annuale sarebbe significativamente inferiore ai 300mila euro indicati. Ma soprattutto, il valore di mercato di un immobile molto grande, di pregio e in pieno centro storico di Roma è molto più elevato della cifra mensilizzata che dovrebbe sborsare la CER. Il costo mensile dell’affitto di un immobile come l’ex Sant’Ambrogio, infatti, può raggiungere i 180.000 euro, più di dieci volte quello che costerebbe alla CER nel caso ottenesse la concessione dell’edificio. Nel centro storico di Roma, con 17.000 euro al mese si può affittare una bottega o un ufficio, non certo un palazzo storico.

Quindi, se non di un “regalo”, come minimo si può legittimamente parlare di un grosso favore fatto dal Comune di Roma alla Comunità ebraica, soprattutto se si pensa che quei soldi non saranno entrate per il Comune, ma semplicemente il costo della ristrutturazione indispensabile per poter utilizzare l’immobile da parte della stessa CER.
Il problema politico, mentre è in corso un genocidio
A conclusione della loro inchiesta Maggiore e Mantovani sono costretti a scrivere che sia il Campidoglio che la comunità ebraica “(…) Aspettano il Tar, come se il problema fosse tutto lì. Come se i rapporti tra Roma Capitale e Israele non avessero scavato un solco nella sinistra e nella città”. E qui si apre il vero problema politico e uno scenario preoccupante in vista delle prossime elezioni comunali, perché il solco nella sinistra e nella città si allarga di giorno in giorno e, di qui al prossimo anno, potrebbe diventare incolmabile.
Roma sa da che parte stare non è solo uno slogan o il nome di un comitato. È un dato di fatto. Lo scorso autunno, gli scioperi generali indetti prima dai sindacati di base e poi anche dalla CGIL contro il genocidio e in solidarietà con la Global Sumud Flotilla hanno registrato un’adesione straordinaria ed ancora più straordinaria è stata la partecipazione alla manifestazione nazionale di ottobre, quando le strade di Roma sono state invase da più di un milione di persone, la maggior parte delle quali provenienti da tutti i quartieri della città. Ancora oggi, sebbene non si verifichino mobilitazioni tanto clamorose, l’indignazione e la collera verso lo Stato ebraico sono molto forti e in crescita, anche perché le conseguenze del genocidio e delle guerre scellerate portate avanti da Israele con l’avallo dell’alleato statunitense ormai colpiscono direttamente la nostra vita quotidiana. Israele continua ad occupare porzioni crescenti di territori altrui non solo a Gaza e in Cisgiordania, ma anche in Libano e in Siria, oltre a tentare continuamente di far saltare ogni possibile soluzione del conflitto con l’Iran, le cui ripercussioni abbiamo tutti modo di verificare ogni volta che facciamo la spesa o dobbiamo riempire il serbatoio dell’automobile.
A fronte di questa situazione, i dirigenti del PD capitolino si illudono se pensano che non vi saranno riflessi anche nelle scelte elettorali e farebbero bene a riflettere sul fatto che qualcuno più importante di loro ha perso le elezioni proprio per il suo rifiuto di condannare Israele e sostenere i diritti del popolo palestinese… È ampiamente dimostrato come l’atteggiamento dilatorio e sostanzialmente complice con Netanyahu di Joe Biden e Kamala Harris abbiano giocato un ruolo di primo piano nella perdita della Casa Bianca e questo dovrebbe far riflettere chi potrebbe perdere il Campidoglio.
Oltre che nella città nel suo insieme, il solco si approfondisce e si allarga anche nei rapporti politici a sinistra. Forze politiche come il Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi Sinistra, indispensabili per la costituzione del cosiddetto campo largo, come spiegheranno ai loro elettori che – dopo aver sostenuto le mobilitazioni contro il genocidio e la stessa Delibera Popolare – si prestano ad un’alleanza con chi non solo rifiuta di pronunciare la parola “genocidio” ma continua a sostenerlo e ad esserne complice?
Roma non è un comune qualsiasi, per quanto importante. È una città che, oltre ad essere la capitale d’Italia, ha una storia unica al mondo per la sua vocazione universalistica, prima capitale di un impero che abbracciava Europa, Africa ed Asia, poi come centro della cristianità, di una religione che ancora oggi conta nel mondo un miliardo e mezzo di fedeli. Una città che non può e non vuole essere complice del genocidio che si sta compiendo in quella che molti chiamano Terra Santa.
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CREDITI FOTO: Wikimedia Commons


1 commento
Il problema, ahimè, sta nel Pd. La concessione diretta di un bene pubblico, senza bando, non sta nè in cielo nè in terra. A chicchessia. Assomiglia, in piccolo, alla vicenda dello stadio San Siro (con bando – manifestazione di interesse – farlocco). Altro discorso l’incapacità di prendere posizione e di conseguenza fare atti concreti per quanto riguarda Israele. A Milano come a Roma. Al di là della barzelletta della sovrapposizione di antisionismo e antisemitismo, sui motivi reali ci sarebbe da indagare. Anche se molto è già evidente. Questa cosa tenuta insieme con la colla del Campo Largo è una bufala micidiale. Chi è veramente di sinistra è difficile transiga sui principi. A Milano i buffoni al potere si stanno inimicando tutta la cittadinanza attiva infilando una topica dietro l’altra, mentre continuano la svendita dei beni pubblici. E nel frattempo (nonostante il sacrosanto referendum) i ruoli apicali della magistratura si piegano alla convenienza, come già fece Brutti Liberati per Sala. Ora se possibile va pure peggio. Mala tempora currunt.
(Non è un contributo mio ma di una giornalista ben informata sui fatti dell’edilizia milanese)