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Dopo 986 giorni di trepidante attesa e angoscia prolungata, Gaza ha assistito a quello che i media internazionali e le organizzazioni per i diritti umani hanno descritto come forse il “più grande funerale di massa della storia palestinese moderna”. Sotto il sole cocente di agosto, migliaia di persone si sono radunate nel cuore della città di Gaza per dare l’ultimo saluto alle salme di 112 vittime, per lo più appartenenti alle famiglie Abu Sharea e Al-Hussaina, uccise in un orribile massacro perpetrato dai raid aerei israeliani il 22 novembre 2023, nel quartiere di Sabra.
Questo solenne corteo ha fatto eco in tutto il mondo, trasformandosi da una semplice cerimonia di addio per le salme recuperate dopo quasi tre anni in un documento vivente di condanna. Ha messo in luce l’immensa catastrofe umanitaria e ambientale che sta travolgendo la Striscia, poiché il corteo funebre si è snodato direttamente tra le macerie delle case distrutte, guidato da ambulanze e veicoli della Protezione Civile, con le salme avvolte in sudari e bandiere palestinesi per essere sepolte nel cimitero di Al-Maamadani.
Al centro di questa scena straziante, la tragedia è stata messa a nudo dalle testimonianze dei parenti che hanno sopportato l’amarezza della perdita e dell’incertezza. Omar Al-Hussaina, che ha perso tutta la sua famiglia nel massacro, ha espresso il proprio dolore affermando che tutti i suoi parenti sono stati uccisi in quell’unico evento; a lui è stato impedito di dirgli addio o di conoscerne la sorte per tre anni, per poi seppellire resti di cui non riusciva nemmeno più a riconoscere i lineamenti.
In un discorso commovente rivolto alla folla, il mukhtar della famiglia, Fattouh Abu Sharea, ha dato voce alle domande strazianti che tormentano centinaia di famiglie in lutto, chiedendo al mondo per quale crimine questi bambini e queste donne siano stati sterminati dopo aver cercato rifugio in un’unica casa, solo per essere colpiti da nove missili altamente distruttivi.
Sotto la superficie, la portata di un genocidio
I dati sul campo e la documentazione forense riflettono una portata senza precedenti della tragedia a seguito del bombardamento del quartiere di Sabra e del più ampio assalto a Gaza. La ricerca dei dispersi si è trasformata da un’operazione di soccorso urgente in un prolungato calvario medico e umanitario. Le radici del massacro di Sabra risalgono all’intenso bombardamento che ha preso di mira un rione residenziale densamente popolato, dove centinaia di persone avevano cercato rifugio nelle case di Fathi Abu Sharea e dell’ex ministro Mofeed Al-Hussaina. Tonnellate di missili ad alto potenziale esplosivo hanno raso al suolo l’edificio, seppellendo oltre 308 palestinesi sotto le sue macerie, tra cui 44 bambini sotto i sedici anni, 37 donne e più di 10 persone con disabilità, mentre intense onde d’urto termiche hanno incenerito e mescolato i resti umani con il cemento frantumato.
In tutta la Striscia di Gaza, le squadre della Protezione Civile hanno impiegato oltre 500 ore durante la fase iniziale di recupero per ispezionare 54 abitazioni distrutte, riuscendo a recuperare 333 salme, mentre 226 corpi sono rimasti registrati come dispersi a causa dell’impossibilità di penetrare nelle lastre di cemento crollate. Solo nel sito di Sabra, i recuperi hanno raggiunto i 112 corpi e resti dopo aver dedicato più di 136 ore di lavoro manuale; tuttavia, circa 157 corpi rimangono intrappolati in strati sotterranei profondi, inaccessibili senza l’uso di macchinari pesanti. Queste statistiche si aggiungono al bilancio più ampio della devastazione di Gaza: decine di migliaia di morti e altrettanti feriti — di cui oltre il 70% sono donne e bambini — insieme alla distruzione di oltre il 90% delle infrastrutture civili, delle aree residenziali e delle strutture sanitarie di Gaza, nonché alla distruzione totale delle sue infrastrutture sportive, che ha causato la morte di 1.013 atleti e funzionari sportivi.
Il blocco degli strumenti ingegneristici e le testimonianze delle squadre di soccorso
Il blocco sistematico degli strumenti ingegneristici deciso da Israele, che non li lascia entrare nella Striscia, rappresenta l’ostacolo principale che le squadre di soccorso e della Protezione Civile devono affrontare a Gaza, poiché le severe restrizioni sul campo impediscono il recupero dignitoso di migliaia di corpi dispersi.
Il blocco impone un divieto totale di macchinari pesanti, tra cui escavatori idraulici, gru, taglia-calcestruzzo e attrezzature specializzate per la rimozione delle macerie, costringendo il personale di soccorso a sgomberare milioni di tonnellate di cemento armato a mani nude, con pale e picconi.
Questa grave carenza non solo prolunga le sofferenze delle famiglie in lutto e rischia di trasformare le strutture crollate in fosse comuni permanenti, ma espone anche gli operatori di soccorso a gravi pericoli fisici derivanti dal cemento instabile e fatiscente, aggravando al contempo i rischi ambientali e sanitari a causa dell’accelerazione del processo di decomposizione nelle zone residenziali.
Affrontando questa situazione di stallo operativo, il portavoce della Protezione Civile Mahmoud Bassal ha sottolineato l’immensa responsabilità e l’impotenza provate sul campo, osservando che le squadre si trovano di fronte a un funerale storico chiedendosi perché siano stati uccisi bambini e donne innocenti, pur rimanendo impossibilitate a recuperare 157 salme nella sola Sabra a causa del divieto di utilizzare escavatori e taglierine idrauliche.
Il colonnello Mohammad Abu Dan ha evidenziato i pericoli tecnici affrontati durante gli scavi manuali, affermando che le squadre incontrano gravi rischi fisici e instabilità strutturale, avvertendo che il protrarsi del divieto di utilizzo di macchinari pesanti trasforma questi siti in fosse comuni permanenti e rappresenta una crisi ingegneristica che minaccia sia i soccorritori che i residenti.
A integrazione di questi resoconti sul campo, Amani Al-Nawaqa, portavoce del Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR), ha sottolineato la fondamentale dimensione dei diritti umani, osservando che migliaia di famiglie vivono in una straziante incertezza da oltre due anni e affermando che la ricerca dei dispersi e il recupero dei corpi per una sepoltura dignitosa costituiscono un diritto essenziale per le famiglie e una necessità umanitaria urgente al centro del diritto internazionale.
Dimensioni della catastrofe e prospettive giuridiche
Le prove materiali rivelano che la tragedia va ben oltre il recupero dei corpi, mettendo in luce impatti a lungo termine in tutta Gaza. A livello psicologico, centinaia di famiglie soffrono di Disturbo da Stress Post-Traumatico Complesso (C-PTSD) a causa del fatto di vivere accanto alle rovine delle loro case distrutte, sapendo che i resti dei propri figli giacciono intrappolati sotto di esse.
Inoltre, le documentazioni sul campo dimostrano che i decessi sono proseguiti anche dopo i cessate il fuoco annunciati e i periodi di tregua, poiché le continue violazioni sul campo, il crollo di edifici instabili e gli ordigni inesplosi hanno causato la morte di oltre 1.250 persone in più e il ferimento di oltre 4.110 altre persone a seguito degli accordi formali. Questa distruzione su vasta scala riflette una cancellazione sistematica dei pilastri istituzionali e comunitari, esemplificata dalla distruzione totale di tutte le strutture sportive e dalla perdita di oltre un migliaio di figure del mondo dello sport, a sottolineare lo smantellamento delle fondamenta sociali e culturali.
Analizzando queste realtà da una prospettiva giuridica, il dott. Rami Abdu, presidente dell’Euro-Med Human Rights Monitor, ha sottolineato le gravi implicazioni delle armi utilizzate, affermando che la completa vaporizzazione dei corpi delle vittime sotto un intenso bombardamento termico costituisce un indicatore raccapricciante dei crimini commessi, con il funerale di Sabra che ha messo a nudo la vera portata delle violazioni giuridiche e umanitarie contro civili indifesi.
Offrendo una prospettiva politica e storica più ampia, il dottor Mustafa Barghouti della Palestinian National Initiative ha posto l’accento sulla responsabilità e sull’identità nazionale, affermando che questo corteo storico incarna la portata senza precedenti del genocidio e sostenendo che negare ai martiri una sepoltura dignitosa obbliga la comunità internazionale e il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite a intervenire con urgenza, a rimuovere le macerie e a restituire dignità al popolo palestinese.
Dignità umana e richiesta di giustizia
Lo storico funerale di massa nel quartiere di Sabra a Gaza è un profondo grido umano e giuridico che esorta la comunità internazionale a porre fine alla catastrofe silenziosa che attanaglia la Striscia. Il protrarsi della sepoltura di migliaia di salme sotto strati di cemento armato, unita al rifiuto di fornire attrezzature tecniche e macchinari pesanti, rappresenta una violazione diretta della dignità umana e delle convenzioni internazionali che garantiscono il diritto a una sepoltura dignitosa e il diritto delle famiglie a trovare pace. La tragedia delle famiglie Abu Sharea e Al-Hussaina impone alle istituzioni internazionali e ai media l’obbligo morale di esercitare pressioni affinché venga revocato il blocco ingegneristico, consentendo l’immediato ingresso delle attrezzature necessarie per recuperare i dispersi, garantire ai martiri una sepoltura dignitosa e perseguire la giustizia e l’assunzione di responsabilità per le vittime di questa tragedia storica.
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CREDITI FOTO: © Salah Hashem/ZUMA Wire

