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Amman, Giordania – “Corsi di cucito, yoga, cucina: questo ci lasciano fare. Ma di politica, o di Palestina, meglio non parlarne”. Reduce da oltre un anno e mezzo di censure e autocensure, S.* racconta così quanto resta possibile fare in quello che è ancora considerato ad Amman un riferimento per attivismo, solidarietà e cultura critica. Nel centro da lui fondato dopo le cosiddette “primavere arabe”, le attività sono sempre state seguite con attenzione dai servizi segreti. “Ma dal 7 ottobre [2023, ndr] tutto è cambiato: i già piccoli spazi di libertà si sono ridotti, e le guerre tra Iran, Israele e USA hanno aggravato le cose.”
Secondo S. la popolazione è stanca: alle sirene antimissile non fa quasi più caso, e di fronte ai recenti attacchi iraniani, questa volta diretti contro la Giordania, aumentano preoccupazione e frustrazione. Il controllo della società, però, continua a far sembrare che tutto vada bene.
La stabilità “a tutti i costi”
Seppure semplificando, già da sole queste parole di S. aiuterebbero a riassumere il clima generale che si respira in Giordania negli ultimi tre anni, o forse oltre. Nonostante non viva una vera e propria guerra dal biennio 1970-71, il regno hashemita resta al centro di un’area segnata da conflitti e crisi, che tuttavia rimangono lontani grazie a un modello incentrato sulla “stabilità”. Sul piano interno, il modello si regge su un forte controllo della società temperato da aperture calibrate sul contesto regionale; sul piano esterno, invece, su una diplomazia pragmatica con tutti, anche con quelli che sulla carta sarebbero ‘peggior nemici’.
“La Giordania è un Paese piccolo e debole. Non ha grandi risorse naturali, né una considerevole forza militare. Non può permettersi di tagliare i ponti con nessuno”, ricorda il giornalista palestinese Daoud Kuttab, di base ad Amman. “Economicamente e militarmente dipende fortemente dagli aiuti di Stati Uniti, come in passato dalla Gran Bretagna, e mantiene rapporti positivi sia con Israele, con Siria, Iraq e Iran”.
Cascami del colonialismo
Per comprendere questa fragilità può aiutare ritracciare le origini e il percorso storico del regno. Figlio di un mandato britannico sui territori dell’ex-Impero Ottomano, lo Stato giordano si ritrovò a gestire l’area ad est del fiume Giordano sin dal 1921, prendendo il nome di Transgiordania, nonostante l’impegno assunto da Londra nei confronti degli hashemiti prevedesse la creazione un “grande Stato arabo”. Come noto, gli accordi furono rinnegati dal consesso Sykes-Picot tra Francia e Gran Bretagna e la dichiarazione Balfour, che diedero il via alla creazione di un focolare ebraico in Palestina, oltre alla nascita degli stati di Libano, Siria, Iraq e, per l’appunto, il regno di Giordania, il quale assunse tale nome alla scadenza del mandato britannico nel 1946.
Allora, la casa hashemita assunse il controllo anche della parte occidentale del fiume Giordano, amministrandola fino alla sua occupazione nel 1967, e mantenendo la gestione degli affari civili palestinesi fino al 1988 (anno del cosiddetto “disimpegno giordano dalla West Bank”).
La Giordania dopo il 7 ottobre 2023
Quest’ultimo dettaglio è spesso poco noto, ma resta importante per capire quanto la storia della Giordania sia connessa a quella della Palestina e di Israele, con cui i primi contatti risalgono al 1947 e sono proseguiti in gran segreto tra incontri e accordi, fino al trattato di pace firmato tra i due Paesi nel 1994. Ed è su questa base che si può leggere la situazione giordana attuale.
Avendo concesso la cittadinanza a gran parte dei rifugiati delle guerre del 1948 e 1967 dalla Palestina, nel regno circa il 70% della popolazione è di origine palestinese (mentre circa 2,4 milioni di palestinesi mantengono lo status di rifugiato e dipendono ancora dall’UNRWA). Dopo il 7 ottobre, non sorprende quindi che in Giordania ci siano state alcune delle più grandi manifestazioni di solidarietà con la Palestina della regione.
Le proteste hanno colpito anche interessi economici legati agli USA: il movimento BDS locale ha guidato una campagna di boicottaggio senza precedenti, contribuendo alla chiusura di diverse filiali di Starbucks e McDonald’s e alla cessazione totale dei negozi Carrefour nel Paese. Ma il dissenso si è rivolto anche contro il governo.
Guidato dal re Abdullah II, a livello diplomatico l’esecutivo ha mantenuto una politica di ferma condanna del genocidio perpetrato da Israele e continua tutt’oggi a facilitare l’accesso degli aiuti a Gaza. Tuttavia, i rapporti economici e politici con Tel Aviv (e Washington) sono rimasti intatti.
Così, la Giordania è riuscita a rimanere fuori dalla guerra regionale, ma con un ruolo decisivo per gli alleati: nel 2024 ha contribuito a superare il blocco commerciale nel Mar Rosso provocato dagli attacchi degli Houthi yemeniti e la sua aviazione continua ancora oggi a intercettare missili e droni iraniani diretti verso Israele.
La popolazione è sempre più repressa
A livello interno, ciò si è tradotto in una repressione crescente. La legge sui crimini online, già esistente prima del 7 ottobre ma applicata con maggiore intensità successivamente, ha ampliato il potere discrezionale di polizia, esercito e servizi segreti e portato all’arresto di oltre 2mila attivisti e giornalisti. Si è aggiunta la messa al bando della Fratellanza Musulmana, capace di mobilitare partiti e popolazione in solidarietà con la Palestina e contro il governo.
Oltre alle pressioni dei Paesi del Golfo, la decisione è arrivata pochi mesi dopo la visita di Abdullah II a Washington, dove Donald Trump lo aveva sollecitato ad accogliere palestinesi da Gaza, mentre manteneva congelati i circa 1,65 miliardi di dollari annuali in aiuti civili e militari, fondamentali per lo Stato giordano; fondi prontamente sbloccati dopo che Amman ha reso illegale la Fratellanza Musulmana. Ne è derivato un costante esercizio di equilibrismo politico sempre più difficile tra alleanze occidentali, un’economia esposta all’instabilità regionale e una popolazione a cui viene garantita sicurezza al prezzo di libertà sempre più ristrette. Un equilibrio che però la guerra tra USA, Israele e Iran sta mettendo duramente alla prova.
Di chi ha paura Amman
“Sulla base della nostra responsabilità nazionale, chiediamo il ritiro di tutte le forze straniere dal territorio giordano”. Così, lo scorso 30 luglio, oltre 130 personalità culturali, accademiche, politiche e tribali hanno lanciato un appello urgente al governo, chiedendo di “revocare l’accordo militare stipulato con gli Stati Uniti” e di sottoporlo al Parlamento.
In un contesto in cui la libertà d’espressione è fortemente limitata, un simile appello ha una portata simbolica significativa. Soprattutto, perché arriva dopo una serie di attacchi iraniani diretti sul territorio giordano dalla metà di luglio: è una novità rispetto al 2024 e al 2025, quando Amman presentava le intercettazioni come uno “scudo” per difendere il territorio nazionale, anche se i missili erano diretti contro Israele. “Gli attacchi hanno però riportato nel dibattito pubblico la questione della presenza militare americana”, sottolinea Kuttab. “Mentre i media internazionali parlano apertamente di “basi statunitensi”, il governo giordano evita ufficialmente questa definizione, in contrasto con lo stesso Trump, che ha parlato di attacchi iraniani “contro le nostre basi”.
Al centro della lettera c’è proprio l’accordo di cooperazione militare del 2021, tuttora non pubblico, che consente la presenza di oltre 3mila soldati e mezzi statunitensi e l’utilizzo della base Muwaffaq Salti, nella provincia desertica di Azraq, proprio dove si sono concentrati gli attacchi iraniani che hanno provocato a luglio la morte di tre soldati USA e danneggiato infrastrutture militari il 30 agosto. Teheran, dal canto suo, ha anche ringraziato la popolazione giordana per il presunto aiuto nell’identificazione delle forze USA. “Con questi attacchi, sorprendenti per precisione ed efficacia, e che probabilmente sono stati possibili grazie al supporto logistico e militare di Russia e Cina, Teheran prova a fare pressioni psicologiche su Amman, ben consapevole che l’opinione pubblica è divisa”, spiega l’analista politico giordano Osama Al-Sharif. “Una parte condanna l’Iran per la violazione della sovranità, anche se c’è consapevolezza diffusa che gli attacchi sono contro siti USA. Ma un’altra li vede come l’unica opposizione contro Israele, percepita come la minaccia principale per tutta la regione”.
Secondo Al-Sharif, dunque, la vera preoccupazione di Amman è dall’altra parte del Giordano. Oltre alla distruzione di Gaza, l’espansione israeliana in Cisgiordania, la violenza dei coloni e il soffocamento dell’economia palestinese rappresentano una minaccia diretta per il regno. Soprattutto mentre negli ambienti di Tel Aviv, oltre al “sogno” del “Grande Israele”, è tornata in auge negli ultimi anni anche la retorica della Giordania come “patria alternativa”. È un’idea di vecchia data della destra israeliana, secondo cui i palestinesi dovrebbero essere espulsi tutti in Giordania. E tocca un nervo scoperto: evoca il ricordo del “Settembre Nero” del 1970, ovvero della sanguinosa guerra civile tra le milizie palestinesi dell’Olp e l’esercito giordano (oltre 4mila morti tra ambo le parti), che segnò profondamente i rapporti tra giordani e giordano-palestinesi da allora. Anche oggi il rischio di un nuovo afflusso dalla Cisgiordania è concreto, e da mesi qualcosa si muove già, senza possibilità di controllo, dato che circa un milione di palestinesi possiede la cittadinanza giordana e si sposta lentamente verso est, superando il confine. Un nuovo arrivo di massa altererebbe la composizione demografica del Paese, oltre a innescare una gravissima crisi umanitaria, in un Paese che ospita già circa 1 milione di rifugiati tra siriani, iracheni, yemeniti, sudanesi ed eritrei (oltre ai già citati 2,4 milioni di palestinesi).
Subalternità nei confronti di Israele
Nei confronti di Israele, infine, Amman ha margini di manovra limitati anche su due questioni cruciali. La prima è l’acqua: Israele fornisce ogni anno alla Giordania 100 milioni di metri cubi, ma il governo Netanyahu ha deciso di sospendere la cooperazione prevista dal trattato di pace, in risposta alla crescente retorica “anti-israeliana” di Amman. La seconda riguarda la custodia giordana del complesso della moschea di Al-Aqsa a Gerusalemme. Secondo notizie non smentite, Washington e Tel Aviv starebbero lavorando a una modifica dello status quo e a un nuovo accordo più vicino agli interessi israeliani. Per la monarchia hashemita, perdere questo ruolo diplomatico sarebbe un ulteriore colpo e potrebbe avere ripercussioni sull’equilibrio regionale.
Per questo, conclude Al-Sharif, gli attuali attacchi iraniani sono in realtà una preoccupazione minore rispetto alle minacce che arrivano dall’altra sponda del Giordano, da Tel Aviv e anche dallo storico alleato USA. Washington, con le sue politiche, sta infatti facendo capire quale alleato sceglierebbe nel caso in cui Israele voglia davvero portare avanti l’idea “messianica” israeliana del “Grande Israele”.
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CREDITI FOTO: Stefano Nanni







