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Mi chiamo Mayss. Da mille giorni vivo il genocidio del mio popolo a . Da mille giorni vivo in un ciclo inesorabile ed estenuante di terrore costante, distrazione mentale, immensa pressione psicologica e profonda perdita che mi divora l’anima. Sono arrivata al punto in cui non riesco più a definire perché vivo o quali siano i miei obiettivi. Il mio sogno più grande ora è semplicemente che la mia giornata trascorra in pace senza perdere altre persone care.

Da 1.000 giorni, il tempo a Gaza ha smesso di essere misurato in ore o mesi; viene invece calcolato in base al pesante tributo delle perdite, all’eco persistente dei bombardamenti aerei e agli spazi soffocanti tra la vita e la morte. Ciò che il mondo osserva da lontano come un politico prolungato o come statistiche sterili è, per noi, una realtà che respiriamo, nella quale lottiamo e nella quale moriamo mille volte ogni singolo giorno.

Oggi a Gaza la nostra popolazione è ammassata in meno del 30% del territorio in cui abitavamo mille giorni fa. Oggi viviamo sotto una politica calcolata di e fame sistematica, dove non esiste alcun rifugio sicuro da nessuna parte.

Immagini delle macerie del pronto soccorso dell'ospedale di Gaza Ahli Arab, bombardato nella notte fra il sabato e la domenica delle Palme. © Hamed Sbeata
Immagini delle macerie del pronto soccorso dell’ Ahli Arab, bombardato nella notte fra il sabato e la domenica delle Palme del 2025. © Hamed Sbeata

Questo genocidio non solo ci ha riportati al punto zero, ma ci ha spinti ben al di sotto di esso. Ho perso alcune persone della mia famiglia. Ho perso la nostra casa, la mia stanza che era il mio rifugio sicuro, abbiamo perso l’auto di mio padre, che era la principale e unica fonte di reddito della nostra famiglia. Oggi vivo come sfollata proprio di fronte alla mia casa bombardata, costretta a guardare le sue rovine e ad affrontare i miei ricordi in frantumi ogni singola mattina.

Il dolore non ha risparmiato nessun membro della mia famiglia. Mio padre, che soffre già di ipertensione cronica, ha subito un grave calo dell’udito a causa dei continui bombardamenti a tappeto, delle cortine di fuoco e delle terrificanti esplosioni, che gli hanno lasciato solo il 40% della capacità uditiva, per non parlare del pesante fardello dell’ansia costante per il nostro destino. Quanto a mia madre, la sua anima non è riuscita a sopportare il peso di un dolore così immenso; dopo aver tragicamente perso suo fratello, sua moglie, la loro figlia e poi la propria sorella, ha subito un trauma psicologico profondo e acuto dal quale non riesce ancora oggi a liberarsi né a superare, vivendo come un corpo senza anima.

Persino l’innocenza è stata schiacciata sotto le macerie.

La mia sorellina, che aveva solo due anni prima che iniziasse la guerra, è cresciuta e ha acquisito consapevolezza tra bombardamenti e sfollamenti — non all’asilo, né a scuola, né nella sicurezza di casa sua. Non ha mai conosciuto un solo giorno di stabilità o di serenità. Il terrore assoluto le ha causato un trauma profondo, rendendo il suo comportamento sempre più aggressivo: questa è la dolorosa realtà per tutti i di Gaza che sono invecchiati di un milione di anni prima del tempo. Molti di loro sono ora sparsi per le strade, a lavorare in piccole bancarelle per garantire un misero reddito alle loro famiglie. Bambini che, in molti tragici casi, hanno già perso entrambi i genitori.

Mi sono diplomata al liceo e ho portato avanti la mia passione iscrivendomi all’università, ma oggi sono prigioniera degli schermi, studio interamente online. Quanto desidero lezioni reali, in presenza; quanto bramo di vivere i normali dettagli di una studentessa universitaria che frequenta una lezione alle 8:00 del mattino. Ma come può succedere se la mia bellissima università è stata trasformata in un rifugio affollato, pieno di migliaia di sfollati, senzatetto e persone in lutto? Siamo stati privati persino del nostro diritto più fondamentale: quello di imparare e crescere.

La storia mia e della mia famiglia non è che uno specchio che riflette le vite di due milioni di persone a Gaza, tutte accomunate dalla stessa identica, minuziosa tragedia. Oggi, qui, i mezzi più semplici per sopravvivere si sono trasformati in estenuanti battaglie quotidiane. File interminabili di persone restano in piedi per lunghe, strazianti ore sotto il sole cocente o il freddo gelido, con in mano contenitori vuoti, in attesa di procurarsi una sola goccia di o di acqua per l’igiene di base.

La vita si è trasformata in un rituale estenuante alla ricerca di gas da cucina inesistente, costringendoci a fare affidamento esclusivamente sulla legna da ardere, che emette un fumo soffocante che lacera i polmoni di bambini e madri all’interno di tende logore; tende che sono diventate il nuovo volto della nostra città devastata, incapaci di offrire alcuna protezione né dal caldo estivo né dal freddo invernale.

Viviamo in un completamente contaminato e inadatto all’abitazione umana, dove le e le epidemie intestinali dilagano tra gli sfollati a causa della totale assenza di sistemi fognari e di una grave carenza di prodotti per l’igiene. Ciò avviene in un momento in cui le infrastrutture mediche e civili sono state sistematicamente distrutte, costringendo la maggior parte degli ospedali a chiudere i battenti. I feriti e i malati muoiono in silenzio a causa della mancanza di una singola dose di medicinale o di un letto d’ospedale disponibile, situazione aggravata dall’assedio soffocante imposto alla circolazione di persone e merci, che impedisce loro di recarsi all’estero per ricevere cure. Persino il ronzio costante degli Zanana (i droni) non abbandona mai il cielo nemmeno per un secondo, incidendo nella mente delle persone un rumore cronico e straziante e un profondo trauma psicologico, senza lasciare alcun sonno per curare la stanchezza né alcuna quiete per rassicurare i nostri cuori.

Abbiamo sopportato ripetuti sfollamenti forzati, una costante mancanza di una dimora fissa e una carestia che ha divorato i nostri corpi. Il periodo più buio di questi 1.000 giorni è stata la carestia; c’erano lunghe giornate in cui non avevo altro che una sola tazza d’acqua per sopravvivere, eppure ci si aspettava che restassi forte e resistessi. Non dimenticherò mai il giorno in cui sono crollata e sono svenuta in mezzo al mercato: il mio corpo non era solo malato, era completamente svuotato, senza più cibo da bruciare nemmeno per tenermi in piedi.

Dietro la mia storia e quelle delle nostre famiglie si celano le statistiche amare e terrificanti registrate dal Centro palestinese per i diritti umani (PCHR). L’assalto in corso, scrivono, ha provocato il martirio di 73.066 palestinesi (secondo le cifre ufficiali) e il ferimento di altri 173.514 dall’inizio dell’attacco, il . Persino gli annunci e le promesse di cessate il fuoco a livello internazionale di cui si vociferava il 10 ottobre 2025 non erano altro che inchiostro su carta; le politiche sistematiche di uccisione e distruzione sono proseguite, mietendo altre 1.053 vittime e ferendone altre 3.406, mentre i corpi di 786 vittime sono stati recuperati dalle macerie a seguito di vari attacchi. Nel loro insieme, queste politiche sistematiche soddisfano gli elementi costitutivi del crimine di genocidio ai sensi del diritto internazionale.

Oggi, mentre segniamo questo triste traguardo di 1.000 giorni di continua sofferenza e aggressione crescente, non chiediamo molto al mondo: solo di guardarci come esseri umani.

Oggi, mentre segniamo questo triste traguardo di 1.000 giorni di continua sofferenza e aggressione crescente, non chiediamo molto al mondo: solo di guardarci come esseri umani. Esseri umani che nutrono sogni silenziosi e hanno famiglie affettuose che sono state dilaniate. Scrivere queste righe non è solo una documentazione del dolore o un promemoria del profondo fallimento della internazionale nell’intraprendere azioni efficaci per fermare questi crimini; è un tentativo disperato di aggrapparsi alla vita. È un’affermazione del fatto che i dettagli della mia casa, il dolore della mia famiglia e la mia piccola storia non sono solo numeri passeggeri nei rapporti. Siamo storie vive che meritano di essere ascoltate, e meritiamo di vivere in pace.


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Autore

  • Mayss Mohammad

    Mayss al reem Mohammad Hussein è nata nel 2006 e vive a Gaza. Si concentra sullo scoprire le lotte dimenticate e le realtà quotidiane silenziose all'interno della Striscia, documentando le prospettive umane e sociali spesso trascurate dai media tradizionali.

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