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– Lascia che ti faccia una domanda: come mai non ti vedo mai mangiare?
– Mi piace morire di fame. Mantiene alta la paura. (dal film “Il Cacciatore”, 1978)
Nel rapporto con ciò che lo circonda e con l’Altro, secondo lo scrittore e reporter polacco Ryszard Kapuściński, l’uomo ha da sempre tre scelte: aprire un dialogo, sottrarsi, magari dopo aver eretto un muro, fargli la guerra. Per assurdo, delle tre opzioni, la prima appare la più difficile, la seconda la più facile, la terza quella sempre più praticata. Se aprire un dialogo necessita di una buona dose di elasticità mentale, fuggire il mondo o provare a distruggere quello dell’Altro, con tutto il suo carico di diversità, insopportabile al proprio, più o meno manifesto, narcisismo, potrebbe richiedere aiuti esterni: è qui che si innesta il rapporto plurisecolare fra guerra e droghe.
Łukasz Kamienski, autore del bestseller Shooting Up. A Short History of Drugs and War (2017), non ha dubbi affermando che nella storia, le droghe sono inseparabili dalle guerre con lo scopo di ispirare i guerrieri/soldati nella lotta, di renderli migliori, di aiutarli a vincere il dolore. Secondo lo studioso polacco, la droga, poi, è usata spesso, anche per combattere la noia e il senso di alienazione di un conflitto logorante.
Guerre antiche e moderne
Gli opliti greci cercavano vigore nel vino, gli eroi omerici lenivano il dolore con infusi d’oppio, i vichinghi fomentavano il furore con i funghetti. La storia è davvero generosa di esempi relativi al connubio tra sostanze e combattimenti e, dunque, come non citare anche i guerrieri Incas assidui consumatori di foglie di coca, i soldati affetti da morfinismo della guerra civile americana, gli apparentemente irreprensibili soldati della Wehrmacht dediti allo speed e alle anfetamine?
È proprio con la Seconda guerra mondiale che le sostanze psicotrope imboccano la strada dei laboratori chimici per poi essere inviate con discrezione al fronte, evitando il rischio di inficiare idee, irragionevoli e paranoiche, di superiorità fondata sulla razza.
Barbiturici, cocaina, oppioidi e antidolorifici, metanfetamina (Pervitin), steroidi vari arricchivano l’armamentario del Cancelliere tedesco Adolf Hitler e di tanti dei suoi sottoposti, su tutti i morfinomani Hermann Goöring e Joseph Goebbels.
La conquista della Polonia nel 1939 porta con qualche probabilità anche la firma del pervitin, una specie di crystal meth, utile a ridurre stanchezza, stress, provocando euforia e spinta all’assalto, alla combattività e alla brutalità.
Un anno dopo, l’esercito tedesco ordinò 35 milioni delle stesse pillole, in previsione dell’offensiva in Francia. Quando, nel corso del tempo, cominciarono a scarseggiare a fronte di una domanda sempre più pressante, molti soldati della Wehrmacht, ormai affetti da una vera e propria dipendenza cominciarono a farsele spedire dalle famiglie in Germania, dove era assai facile riuscire a reperirle.
Non di meno le truppe alleate vantavano anche loro primi ministri, generali e soldati semplici abusatori e/o veri e propri dipendenti da sostanze psicotrope.
Forse, senza la benzedrina, Sir Bernard Law Montgomery, generale delle truppe britanniche, non avrebbe espugnato El Alamein.
Il Vietnam come frontiera dell’assunzione di massa
Dalla guerra di Corea (1950-1953) a quella del Vietnam (1955-1975), l’odore del napalm e dei suoi devastanti effetti ha avuto necessità dell’assunzione di alcune sostanze da parte di una buona quota di soldati. Nel sud est asiatico l’eroina era purissima e soprattutto economica e facilmente reperibile. Si stima che circa metà delle truppe ne abbia fatto uso, sviluppando nel 19-20% degli stessi una dipendenza patologica dagli oppioidi che ha esacerbato, di ritorno dalle aree di guerra, la sindrome post-traumatica da stress (PTSD).
Nel caso specifico, studi condotti sui reduci, soprattutto da Lee Robins nel 1973 (The Vietnam Drug User Returns) e, poco più tardi, da Norman Zinberg (Drug, set and setting, 1984), hanno alimentato la percezione di una condizione strettamente legata alle contingenze e al contesto, rispetto alla quale ha giocato un ruolo importante la differenza tra ciò che era accettato in guerra e ciò che, per contro, era fortemente osteggiato in patria.
Oggi, gli eserciti continuano a prendere ufficialmente posizioni di contrasto rispetto all’uso di sostanze, ma i soldati, di rientro dalle zone di guerra – in Afghanistan, nell’incidente di Tarnak farm del 2002, un pilota americano di F-16, che per errore uccise quattro soldati canadesi, fu trovato positivo all’anfetamina – continuano a raccontare di uso di analgesici oppioidi (vedi Modafinil), Adderall –farmaco stimolante del sistema nervoso centrale a base di sali di anfetamina e destroanfetamina, in grado di aumentare i livelli di dopamina e noradrenalina nel cervello, migliorando l’attenzione e la veglia –, cocaina, bevande energetiche, integratori e anabolizzanti, senza dimenticare il legale e sponsorizzatissimo alcol (Kamienski, 2017).
Più di recente l’attacco terroristico perpetrato a danno della popolazione di Israele del 7 ottobre 2023 e la risposta militare che ne è conseguita con il coinvolgimento di migliaia di persone, ha riacceso i riflettori su un territorio e su una droga non nuova, ma comunque poco conosciuta: il captagon. Alcune fonti israeliane, non confermate, hanno infatti riportato che i miliziani che hanno partecipato all’assalto del 7 ottobre fossero sotto effetto di captagon.
Si tratta della variante illegale di una potente sostanza psicostimolante come la fenetillina, sintetizzata per la prima volta nella Germania dell’Ovest nel 1961 e commercializzata liberamente fino al 1986, quando è stata classificata come sostanza psicotropa.
Il captagon fra mito e realtà
Il captagon, secondo il Comitato Nazionale per il Controllo delle Droghe delle Nazioni Unite, è la sostanza psicoattiva più diffusa nella penisola araba, con una consolidata e ancora attuale leadership nella produzione in laboratorio da parte della Siria, che ha vissuto un picco in particolare durante gli ultimi anni del regime di Assad, che di fatto ha trasformato il suo Paese in un narco-stato.
È diffusa l’opinione che i miliziani dei gruppi fondamentalisti di stampo jihadista – su tutti lo Stato Islamico dell’Iraq e della Siria (ISIS), dal 2014 Stato Islamico (IS) – facciano uso di captagon, anche detto la droga della Jihad, sebbene l’uso della sostanza da parte dei combattenti jihadisti non sia mai stato realmente comprovato da fatti né da evidenze. Nel rapporto Captagon trafficking and the role of Europe del 2023 si legge infatti: «non ci sono stati suggerimenti sull’uso di captagon da parte dei terroristi che hanno compiuto gli attacchi all’aeroporto e alla metropolitana di Bruxelles il 22 marzo 2016, né l’uso di captagon è stato direttamente implicato in attacchi in altri paesi europei (…) di conseguenza, le affermazioni secondo le quali il captagon sarebbe ‘la droga dei terroristi’ non sono state provate, almeno non in relazione allo Stato Islamico».
Maggiore vigilanza ed euforia, eliminazione della sensazione di stanchezza, alterazione della capacità di giudizio con conseguente perdita dell’inibizione, riduzione della percezione del dolore, della fatica e della fame, sono solo alcuni degli effetti desiderabili del captagon, sostanza di sintesi simil-anfetamina, a base di cloridrato di fenetillina – Abu Hilalain, in arabo – combinata con altri stimolanti, tra i quali, di frequente, la caffeina.
Se il captagon è stato ed è tuttora spesso usato come droga del divertimento notturno dei ragazzi benestanti, ad oggi resta uno psicostimolante particolarmente utilizzato anche nei contesti di guerra, provocando nel tempo disturbi del sonno e dell’umore, allucinazioni, insufficienza cardiaca, psicosi, danni irreversibili al sistema nervoso, dipendenza fisica e psicologica.
Quanto si chiede alle droghe in guerra è accrescere la resistenza al dolore fisico (e non solo) e alla fatica, reggere la privazione del sonno, di cibo e acqua per implementare le prestazioni fisiche nelle operazioni militari.
Plusvalenze sono il mettere a tacere morale e etica, assecondare gli ordini senza opporsi agli stessi, sfruttare il cedimento della coscienza nei prigionieri, piegandone la resistenza a non fornire elementi circa segreti militari e tattici (vedi uso della mescalina, nel corso della Seconda guerra mondiale utilizzata come siero della verità) o creando negli stessi disorientamento, alterazione dello stato di coscienza, allucinazioni (vedi LSD) al fine di facilitarne la resa in specifiche operazioni belliche.
Non di meno, le droghe utilizzate nelle guerre sono da considerarsi anche strumenti di controllo delle proprie truppe, chiamate a condividere in maniera incondizionata le ragioni di una abnegazione/devozione che contempla anche la possibilità di perdere la vita.
La propria verità come unica verità possibile.
Nel dopoguerra, poi, c’è spazio per altre droghe, con l’intento di provare ad alleviare il disturbo da stress post-traumatico (PTSD) che, spesso, si incista nella difficoltà nel distinguere tra guerra e crimini di guerra.
Il 18 aprile 2026, il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha autorizzato la somministrazione di psicostimolanti con proprietà psichedeliche (vedi ibogaina), ai militari affetti da disturbo da stress post-traumatico. La giornalista francese Dominique Nora Voyage, nel testo Voyage dans les médecines psychédéliques (Grasset, 2025) ha dichiarato che protocolli basati sulla psilocibina, derivato di funghi con potere allucinogeno e dissociativo, vengono condotti su piccola scala a Nîmes e Parigi.
Israeliani, una droga chiamata militarizzazione coloniale
Il professor Shaul Lev-Ran, cofondatore e attuale direttore del Centro israeliano per le dipendenze (ICA), stima che tra il 30% e il 50% degli israeliani (10 milioni di abitanti, inclusi 500.000 riservisti) sia sotto l’effetto di sostanze che creano dipendenza, con un aumento del 25% negli ultimi tre anni.
Il tasso di consumo di oppioidi in Israele tra il 2012 e il 2015 è risultato il più elevato tra i paesi dell’OCSE (OCSE, 2019). Un’analisi dei dati dell’International Narcotics Control Board (INCB) ha rilevato che, da allora, la situazione è ulteriormente peggiorata. Il consumo di fentanyl in Israele ha continuato a crescere e, nel 2020, il Paese è diventato per la prima volta il primo al mondo per consumo di oppioidi soggetti a prescrizione (Nadav Davidovitch, Yannai Kranzler, Oren Miron, Taub Center, basato su Miron et al., 2021).
Fino al 2011, Israele presentava un tasso relativamente basso di consumo di oppioidi su prescrizione, dovuto al limitato utilizzo di oppioidi forti (definiti come morfina o più potenti) quali ossicodone e fentanil. All’epoca, Israele si affidava invece ad alternative agli oppioidi e a oppioidi più deboli come il propoxifene e la codeina.
Successivamente, Israele ha vietato l’uso del propoxifene a causa di rari effetti collaterali cardiologici ad alte dosi e, nel 2014, ha imposto limiti all’uso della codeina. In questi anni, si è registrato un aumento nell’uso dei potenti oppioidi ossicodone e fentanil e, dal 2014, si è verificato un forte incremento nell’uso di quest’ultimo.
A causa delle forti pressioni esercitate da medici e pazienti, nel 2024, Israele, dopo venti anni dall’autorizzazione all’uso terapeutico della cannabis, ha ulteriormente ammorbidito la normativa in merito.
Ad aprile 2026, il numero di israeliani in possesso di una licenza per la cannabis terapeutica si attestava intorno ai 135.000 o 140.000 pazienti, confermando Israele come uno dei paesi con il più alto tasso di consumo pro capite al mondo.
Soldati usa e getta
Sul fronte del conflitto russo-ucraino, la mancanza di rotazione dal servizio alla linea del fronte sembra essere causa aggiuntiva del consumo massiccio di alcol e cannabis tra i soldati agli ordini di Mosca, con una percentuale superiore al 15% secondo il Report del Royal United Service Institute che, citando fonti militari ucraine, riporta l’informazione, attribuendola, soprattutto, alla cosiddetta «fanteria usa e getta», ossia quella nella quale confluiscono reclutati tramite coscrizione forzata o sistemi penali.
Sempre secondo il politologo polacco Łukasz Kamienski – che ne parlò in un’intervista rilasciata al quotidiano “il manifesto” nel giugno del 2022 – le anfetamine sarebbero utilizzate per il miglioramento della performance in azione, dall’esercito russo così come da quello ucraino, unitamente a mefedrone e sali.
Accompagnate dalle sostanze, anch’esse psicotrope, come caffè, tabacco e alcol – non necessariamente legali, vedi Iran, Afghanistan per quest’ultimo – prima, durante e dopo, le droghe sono preziose per i conflitti e se la droga perfetta per la guerra non esiste, alcune ci sono andate davvero vicine.
Servono alla guerra quasi quanto le armi.
Sono utili a chi combatte, a chi torna dal fronte, a chi produce droghe per sfruttare rotte fino ad allora inusitate, traendo vantaggi da passaggi meno frequentati e controllati in maniera orientabile. È utile anche per sperimentare nuove sostanze da utilizzare prima al fronte e, poi, da immettere sui mercati più consueti (usa sorta di learning by doing). Sono, inoltre, da considerare come merce di scambio per l’approvvigionamento di armi e, non da ultimo, come leve diplomatiche.
Con, per, attraverso, contro, dopo, nell’uso/dipendenza da sostanze (legali o illegali), non è possibile separare il corpo dalla mente, così come quest’ultima dal contesto e più in generale dall’ambiente. Nei conflitti bellici, poi, tutto contribuisce a determinare un legame dinamico di causa-effetto, dove l’essere umano per imbracciare le armi e perpetuare offese e violenze fisiche e psicologiche nei confronti dei suoi simili, deve deporre gli strumenti dell’etica e della morale e guardare all’Altro non più come suo pari.
Per questo non bastano le droghe, anche se possono essere d’aiuto a dimenticare la propria umanità o a provare faticosamente a ricostruirla.

