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Il 29 luglio scorso, per un principio di incendio in uno dei locali, gli occupanti del centro Spin Time, nel quartiere Esquilino di Roma sono stati sgomberati dalle loro abitazioni. Spin Time è una delle esperienze di occupazione sociale e abitativa più longeve e importanti d’Italia, oltre che di Roma. Ospita circa 400 persone e innumerevoli attività comunitarie aperte all’intera cittadinanza. La proprietà dello stabile è della società Investire Sgr, che lo acquisì nel 2004 nell’ambito della maxi-operazione di svendita del patrimonio pubblico portata avanti dal governo Berlusconi (e successivamente, a livello locale, anche da amministrazioni più legate al centro-sinistra) chiamata “cartolarizzazioni”. Fino al 2010 ospitava gli uffici dell’INPDAP (Istituto nazionale di previdenza e assistenza per i dipendenti dell’amministrazione pubblica), l’ex istituto di previdenza per gli impiegati pubblici poi soppresso dal governo tecnocratico Monti nel 2011, e assorbito dall’INPS. Lo stabile, rimasto vuoto e inutilizzato, è stato rioccupato nel 2013 dagli attivisti di Action, una rete di lotta contro la precarietà abitativa che ha portato avanti per lungo tempo occupazioni in tutta la città di Roma, solitamente di dimensioni più contenute. 

Una esperienza in parte simile, in parte no, a quella di Spin Time ha riguardato l’occupazione di uno stabile distante poche centinaia di metri, in via Carlo Felice a San Giovanni, di proprietà di Banca d’Italia, occupato nel 2003 e restituito dagli occupanti alla proprietà nel 2019 a seguito di un percorso concordato e graduale di ammissione delle famiglie nel circuito dell’accoglienza.

Nel caso di Spin Time, come racconta a Kritica nell’intervista che segue uno dei suoi più abnegati attivisti , il giornalista Mosè Vernetti, prima che l’incendio portasse allo sgombero e a una – in gran parte capziosa, sostengono gli abitanti – dichiarazione di inagibilità che ha impedito a tutti di rientrare nelle proprie abitazioni, stava cercando un percorso differente di istituzionalizzazione e regolarizzazione della propria esistenza e funzione sociale. 

Un percorso drasticamente interrotto dall’incidente del 29 luglio, a seguito del quale la maggior parte delle famiglie si trova, da ormai circa due settimane, accampata per strada, con le temperature roventi di quest’estate di crisi climatica permanente, e gravi difficoltà di salute specialmente per bambini e anziani. Nei giorni scorsi il Comune di Roma ha cercato di aprire un tavolo di trattativa con il fondo Investire per l’acquisto dello stabile, senza trovare un accordo, che tuttavia si è ufficialmente impegnato a cercare di portare, infine, a compimento.

Com’è la situazione attuale per gli abitanti che hanno dovuto lasciare le proprie case?

Adesso siamo a due settimane di accampamento e tuttora la maggioranza degli occupanti è in strada insieme agli attivisti, ai volontari e alle persone solidali in presidio. Dopo l’interruzione della trappativa in seguito all’ultima proposta che il Comune ha fatto alla proprietà – e da questa rifiutata – per la messa in sicurezza dell’immobile e quindi l’immediato rientro degli abitanti e delle realtà sociali, si è aperta una seconda fase. Il Comune ha ribadito il suo interesse all’acquisto dello stabile ma in questo momento la necessità più urgente è trovare, nell’imminenza, un alloggio temporaneo per gli abitanti (è di oggi 12 agosto la notizia che Investire SGR ha deciso di offrire al Comune di Roma 5o0mila euro per individuare alloggi temporanei per i residenti, ndr)

Molti di loro si trovano in condizione di precarietà abitativa da 13 anni, da 15 o 20; sono in graduatoria per l’assegnazione di case popolari, hanno occupato in mancanza di alternative: e a loro come a tutti va garantito il diritto alla casa, perciò in questa fase stiamo lavorando alla sistemazione in alloggi temporanei di tutte e tutti gli abitanti, in attesa dell’assegnazione di una casa popolare; e stiamo facendo di tutto affinché gli alloggi temporanei vengano assegnati nel quartiere, per salvaguardare innanzitutto i cento minori che sono cresciuti lì e hanno la scuola lì. 

Dentro il palazzo questi bambini godevano di tutta una serie di servizi che li accompagnavano nella loro vita quotidiana: fare i compiti con il doposcuola, l’aiuto della scuola popolare, una comunità educante connessa alla scuola di Donato, fra le realtà più attive nel quartiere. 

Si tratta perciò di bambini radicati nel proprio territorio e stiamo facendo il possibile perché venga garantita la territorialità nell’assegnazione di questi alloggi. 

È anche una salvaguardia del “modello Spin Time”, che va avanti finché non si smembra la sua comunità.

Come descriveresti questo modello?

Innanzitutto, vorrei partire dal nostro auspicio e dal percorso che in qualche modo, prima di questo incidente, avevamo iniziato a delineare e a progettare, ovvero che Spin Time stesso possa entrare a far parte della rete delle case popolari, a cui, come dicevo, i nostri occupanti hanno diritto, una volta concluso l’acquisto e la messa a punto da parte del comune. Che possa cioè diventare un alloggio di edilizia popolare regolarizzato, mantenendo all’interno i servizi sia per il quartiere, sia per le famiglie. 

Ad esempio, lo sportello di tutela sociale per accompagnare le persone con la documentazione necessaria per la residenza, o i servizi per gli studenti che citavo, i quali hanno aiutato ad abbattere quasi a zero il livello di dispersione scolastica. 

Le persone in emergenza abitativa di solito vengono confinate nell’estrema periferia, lontano da ogni servizio; persone già fragili, abbandonate a sé stesse di fronte a ogni esigenza. Il “modello Spin Time” coniuga la necessità con il supporto, anche dal punto di vista socioculturale, all’interno del palazzo stesso. 

Tutto questo per noi andrebbe sistematizzato, stabilizzato, attraverso un modello socio-organizzativo formale, che all’interno vede riconosciuto il lavoro, il servizio al territorio e la  casa, oltre alla produzione culturale. Dentro il palazzo si generava tanto lavoro, attraverso il bar, attraverso i servizi, attraverso la presenza di realtà come Scomodo con la sua redazione, attraverso lo sportello migranti. 

Quindi immaginate, in un certo senso, un percorso che coniughi l’anomalia rappresentata da Spin Time con la regolarità dei processi di assegnazione degli alloggi popolari. È possibile tenere insieme queste due cose? 

Noi vorremmo che la nostra storia potesse diventare un esempio per un modello nuovo che attualmente il sistema pubblico non prevede. 

L’inizio è certamente anomalo: da una condizione di auto-organizzazione, trovare spunti per modalità differenti e più democratiche per rigenerare le città. Modalità ben distinte da quelle attualmente maggioritarie che passano dai fondi di investimento, dalla speculazione privata e politica, dalla turistificazione. 

Siamo determinati a portare avanti questa sperimentazione e dalle dichiarazioni della giunta Gualtieri, anche loro sono intenzionati politicamente a portare a casa questo risultato. Non solo per proteggere le famiglie, in un quartiere dove i semplici abitanti sono sempre di meno mentre prosperano gli hotel e le strutture ricettive, dove come in tanti altri quartieri del centro di Roma gli abitanti sono già stati sostanzialmente scacciati. Ma anche per la valenza culturale dei nostri spazi, sempre più esigua in una città come Roma: spazi per le compagnie teatrali, per il coworking, per la miriade di realtà che abbiamo accolto.

Movimenti come quello delle occupazioni abitative non sono “illegali”, bensì sono movimenti generativi di alternative laddove le alternative non ci sono. Sono atti politici di costruzione di spazi laddove intorno a noi le trasformazioni avvengono ormai soltanto attraverso il movimento di enormi capitali, che producono spazi inaccessibili, non gratuiti, non di utilizzo pubblico.  All’interno di questa anomalia, la sfida è riuscire effettivamente a formalizzare la nostra esistenza: dare vita a un organismo che funzioni come una forma di cooperazione fra gli abitanti, la comunità che lo anima il palazzo, e il Comune.

Un’esperienza tanto lunga, grande e strutturata di occupazione abitativa avrà vissuto anche i suoi ricambi e turnover nell’avvicendamento degli abitanti. Con che criterio vengono assegnati oggi gli alloggi all’interno di Spin Time? I criteri auto-organizzati sono scivolosi: possono essere inclusivi da una parte tanto quanto diventare escludenti dall’altra, se non è chiaro a chi fa capo la decisionalità e come essa si esplica. Quale dovrebbe essere eventualmente, nel vostro progetto, il futuro criterio da utilizzare nel momento in cui si regolarizzasse la vostra esperienza?

I movimenti di occupazione abitativa come Action hanno sempre funzionato tramite il criterio dell’autorganizzazione: le persone si organizzavano per occupare gli spazi di cui avevano bisogno, in prima persona. Chi entrava nello stabile lo occupava e prendeva il suo spazio. Il diritto alla casa non ti è garantito, te lo sei preso. E per prendertelo, ti sei autorganizzato insieme ad altre persone, attraverso una lotta.  

All’interno delle occupazioni, tuttavia, Action ha sempre creato anche canali di collaborazione istituzionale. Gli sportelli per la casa all’interno dei palazzi erano gestiti di concerto con i municipi – com’è stato nel caso del già citato palazzo di via Carlo Felice, ndr – allo scopo di registrare il bisogno di casa e garantire opportunità a chi non ne ha. L’occupazione apriva un’offerta di casa attraverso il principio della lotta e dell’occupazione, e in un certo senso poi si metteva a disposizione dell’amministrazione pubblica per consentire all’amministrazione stessa di garantire i servizi a cui è tenuta. 

Nel caso di Spin Time, disponiamo di uno sportello di tutela sociale, organizzato dagli stessi abitanti, al quale si rivolgono anche persone che vengono dalla strada e da condizioni di serio disagio abitativo, per manifestare il bisogno di avere una casa. Abbiamo modalità diverse di accoglienza: da quella temporanea, necessaria come riparo prima di entrare nel circuito dell’accoglienza formale, a quella di lungo periodo. Nel corso del tempo, abbiamo dovuto far fronte al problema di come dividere e ridistribuire gli spazi quando le famiglie crescevano. Magari entrava una coppia, e poi nascevano i bambini, e aumentava il bisogno di spazio. Da Spin Time sono nati tantissimi bambini nel corso del tempo. Indubbiamente nel funzionamento non mancano le problematicità, come non mancano nell’amministrazione pubblica. Anche nell’autorganizzazione si deve far fronte a ingiustizie, esattamente come nel sistema pubblico e in quello privato. 

Con che criteri potrebbero essere assegnati gli spazi di Spin Time una volta che questo dovesse entrare nel circuito dell’amministrazione pubblica, al momento non lo saprei dire. Il nostro auspicio è che venga privilegiata la continuità umana e comunitaria e che gli alloggi futuri vadano agli attuali abitanti, in quanto non solo persone che ne hanno pieno diritto, ma persone che hanno rigenerato quello spazio grazie alla loro presenza e al loro lavoro.

Davanti al presidio. CREDITI FOTO: Spin Time

Continuate a funzionare secondo una struttura autorganizzata e assembleare? 

Sì. E anche la nostra organizzazione riflette la doppia anima di Spin Time: abitazione, e spazio pubblico per la città. Abbiamo un Comitato degli Abitanti, eletto dagli abitanti, e un’Assemblea Sociale e di Gestione, aperta a tutte le realtà. E infine un Consiglio Unitario, organo che combina gli eletti fra gli abitanti e gli eletti fra le realtà sociali e degli attivisti.

Il comitato degli abitanti gestisce le questioni di messa in sicurezza del palazzo e di vita degli abitanti del palazzo. L’assemblea sociale si occupa dei nostri “piani bassi”: i servizi, gli spazi culturali. Il Consiglio unitario lavora alle dinamiche generali. Spin Time organizza un picchetto aperto 24 ore su 24, su turnazioni, retribuendo alcuni abitanti e ad alcuni attivisti affinché potessimo garantire un presidio aperto giorno e notte. Per la sicurezza non solo del palazzo ma di tutto il quartiere: è capitato più volte che persone in difficoltà, specialmente giovani donne, abbiano trovato riparo dentro Spin Time durante la notte. 

Ci sono anche tante altre attività co-gestite da abitanti e attivisti. Il doposcuola, per esempio. Siamo una realtà fatta di tanti spazi, ognuno ha la sua regola e il suo responsabile, la sua dinamica; la messa a concerto della cosa è gestita da tutti. 

Non esiste alcuna struttura gerarchica? 

Oltre al Consiglio Unitario dei rappresentanti degli spazi sociali, esiste una segreteria politica, composta sia da abitanti sia da attivisti, che si occupa del dialogo con la politica e con la stampa. È una struttura elettiva, ma le decisioni principali passano dall’assemblea aperta generale. Abbiamo sempre cercato di lavorare affinché l’assemblea fosse sovrana. 

In un percorso di formalizzazione come quello che auspicate, come gestireste questo aspetto decisionale? 

L’idea a cui stavamo lavorando era quella di una sorta di consorzio di cooperative. L’incidente e lo sgombero del 29 luglio hanno purtroppo interrotto bruscamente il processo di progettazione, ma questa è una delle ipotesi possibili. Proprio perché ci interessa valorizzare tutto il lavoro prodotto. All’interno di Spin Time da poco aveva aperto anche uno sportello della CGIL, proprio per aiutare le persone sul piano del lavoro. Oltre ai servizi di sicurezza già citati, dentro il centro c’è un parrucchiere, c’è la sicurezza, ci sono i servizi di pulizia, c’è il bar e la ristorazione… ci sono i corsi di formazione, sulla falegnameria e sull’informatica.

Questo è il modello che vorremmo salvaguardare, mentre ora lavoriamo alla gestione emergenziale per assicurare alloggio a chi è stato buttato fuori dal palazzo. Un modello rigenerativo che produce lavoro e ricchezza, misurabili, come ha dimostrato lo studio condotto da Luigi Corvo con Open Impact. Il suo report spiega come formalizzando Spin Time attraverso un’acquisizione, per ogni euro investito, il pubblico ne guadagnerebbe due, grazie a tutti i servizi e al valore pubblico creato all’interno dello spazio, per esempio nell’evitare la dispersione scolastica. 

Queste ipotesi di regolarizzazione che avevate iniziato a progettare coinvolgevano già il Comune? 

No, prima di questa vicenda non avevamo ancora aperto un tavolo specifico con la giunta. Il dialogo esisteva ed era attivo, e Spin Time era stato inserito, quattro anni fa, nel Piano Casa del Comune di Roma. Quindi una volontà mutualmente riconosciuta esiste da tempo, ma non avevamo dato vita a un tavolo. 

Che garanzie può offrire una giunta che finora nei confronti del territorio romano ha portato avanti politiche profondamente arbitrarie e anti-popolari di assegnazione degli spazi, come per esempio lo spazio dell’ex Rialto Sant’Ambrogio assegnato senza gara e gratuitamente alla comunità ebraica (filosionista e filoisraeliana) romana, l’affidamento dell’area degli ex Mercati Generali a una holding di investimento privato nonostante le numerose contestazioni dei cittadini, o la gestione anch’essa molto contestata dell’utilizzo degli spazi pubblici attraverso la delibera 104? 

Le varie esperienze sono sicuramente diverse fra loro, e chiamano in causa dinamiche molto diverse. Nel caso di Spin Time parliamo di patrimonio ex-pubblico, svenduto ai privati con uno sperpero di soldi immane per le casse pubbliche che hanno continuato a pagare affitto per lungo tempo per un immobile che avevano svenduto; perciò in questo caso si tratterebbe di riacquisire valore per il pubblico, chiudendo una stagione di sprechi.  

Se la giunta Gualtieri si facesse davvero promotrice di questo tipo di scelta, al netto dei loro comportamenti ambigui o critici tenuti in altre situazioni e anzi a maggior ragione a causa di quelli, si tratterebbe di un risultato politico importante, che in un certo senso “sposterebbe a sinistra” la Giunta, perciò sarebbe tanto più da rivendicare come tale, come un risultato ottenuto dai movimenti nei confronti della politica istituzionale.

Anche la Chiesa cattolica è molto presente nella vostra occupazione. Credi che sia il suo ruolo di sostegno vivo ed esplicito all’interno di Spin Time a spingere Gualtieri a un atteggiamento più positivo nei vostri confronti? 

La Chiesa ha avuto e ha un ruolo politico rivendicato nel nostro spazio, e questo ruolo riflette anche la pluralità che Spin Time è stata capace di mettere insieme e trasformare in comunità nel corso del tempo. Non è uno slogan, dentro Spin Time ci sono davvero “dai rave alla Chiesa” e anche questa è la nostra ricchezza, una rarità nel mondo che viviamo, nel deserto sociale generale. 

Avete avuto un ruolo attivo anche nel Giubileo. 

L’anno scorso abbiamo organizzato da Spin Time l’incontro mondiale dei movimenti popolari, abbiamo portato dentro il palazzo 150 movimenti in tutto il mondo, in dialogo con le chiese locali. Poi, abbiamo portato l’incontro dei movimenti popolari dal Papa in Vaticano: è stato il primo discorso di Papa Leone XIV ai movimenti popolari. 

In queste due settimane di accampamento e presidio permanente, come si sono relazionati a voi gli abitanti del quartiere? Sicuramente è vero come dicevi che è sempre più spopolato per via dei meccanismi di turistificazione, ma fra i quartieri del centro di Roma è forse uno dei pochi ancora vissuto dagli abitanti storici oltre che da quelli di nuova generazione.

Gli abitanti hanno contribuito con continui e costanti atti di solidarietà. I vari influencer dell’estrema destra da giorni non fanno che riprendere in video concittadini arrabbiati nei nostri confronti, ma il nostro presidio è stato raggiunto solo da aiuto, appoggio e vicinanza, da tutta la città oltre che dal quartiere, con decine di migliaia di persone che sono venute a salutarci, a offrirci aiuto e sostegno.

Non avete ricevuto provocazioni negative finora? 

Solo dalle forze di polizia, che hanno provato in tutti i modi a istigarci. Nonostante questo, il presidio finora si è mantenuto sempre pacifico. 

Qual è stato in generale l’atteggiamento delle istituzioni repressive nei vostri confronti?

Direi profondamente ostile, senza sfociare in una violenza che ne avrebbe distrutto definitivamente l’immagine, visto che l’avrebbero dovuta rivolgere a famiglie con bambini – non è stato applicato finora lo sgombero violento pur consentito dal decreto sicurezza, ma qeusto non significa che tutte le persone in presidio non potranno essere multate in futuro per blocco stradale, ndr –. Dopo che l’incendio del 29 luglio è stato spento subito, le persone non sono comunque potute rientrare a prendere nulla delle loro cose. Hanno lasciato chiuso il palazzo e tenuto la gente in strada, senza poter neanche tornare in casa a prendere le loro medicine. Abbiamo potuto ottenere l’autorizzazione dei giudici per rientrare solo dopo quattro giorni. 

Cercavano una reazione, hanno lavorato per crearla, ma abbiamo sempre mantenuto la calma insieme alla determinazione a rientrare nel palazzo. 

Secondo alcune voci non confermate, nei giorni scorsi sarebbe stato proprio un input del governo a frenare la proprietà dall’accettare il piano del Comune. Che valutazione avete fatto di questo?

Abbiamo chiesto “chi mente?” con un comunicato, perché se quanto dichiarato da un deputato di Fratelli d’Italia, cioè che sia stato il governo a bloccare la proprietà e a indurla a non accettare la trattativa, allora quanto dichiarato dalla proprietà stessa riguardo alle valutazioni di inagibilità dell’immobile è falso. O viceversa, è falso quanto si dichiara negli ambienti della maggioranza di governo. 

Il piano del Comune prevedeva un investimento immediato di 800mila euro per la messa in sicurezza dello stabile finalizzata al rientro degli abitanti, e poi l’acquisto, per un valore di 30 milioni di euro circa. 

Una cosa è certa: né Piantedosi, né Salvini, né Meloni hanno mai proferito parola sulla vicenda di Spin Time, in tutte queste settimane. Molto strano anche considerando che, in passato, Piantedosi non ha mai perso occasione per minacciarci di sgombero. 

In questa fase di trattativa ancora così incerta, in cui la ricerca di sistemazioni temporanee per le famiglie è la priorità, come salvaguarderete l’esperienza sociale? Il presidio continuerà a oltranza? 

Finora, le persone in strada, pur rimaste senza casa, hanno deciso che per loro salvaguardare la continuità della nostra esperienza comunitaria è più importante che cercare una soluzione dispersiva, che le disgreghi. Rimaniamo uniti e anche questo è un risultato politico significativo; nonostante la stanchezza e le enormi difficoltà per una situazione stremante e invivibile, in primis per le famiglie, con casi anche seri di malattie cutanee nei bambini e anche di inizi di manifesta depressione; nonostante non sappiamo quanto ancora riusciremo a resistere, intanto rimaniamo uniti e lottiamo per rimanere uniti e per alloggi che consentano di rimanere uniti; perché alla fine nel momento in cui stai lottando mentre dormi in strada, per la tua dignità vuoi portare a casa il risultato migliore, e non accontentarti del meno peggio. 

Abbiamo salvaguardato questa unità anche continuando a mantenere per strada tante delle nostre attività, oltre che grazie al passaggio delle persone: la serigrafia e la scuola popolare hanno continuato a coinvolgere i bambini, abbiamo mantenuto le turnazioni, abbiamo cercato di continuare a funzionare secondo il nostro modello, anche se fuori di casa. 

Ora però dobbiamo accelerare, ottenere l’assegnazione di alloggi temporanei nella zona il prima possibile, al massimo in una settimana puntiamo a questo. Alcune famiglie sono state già assegnate lontano, ma tutte loro desiderano rimanere nel loro quartiere e a mantenere viva questa comunità. 

Che vuol dire secondo te comunità, secondo l’esperienza che hai vissuto a Spintime?

Mettere su una famiglia meticcia, mista, numerosa; farla vivere, con tutte le sue complicazioni e difficoltà, e farla anche crescere. È quello che abbiamo provato a fare noi, è quello che si è manifestato e ha preso corpo nei ragazzi e ragazze che sono cresciuti nell’occupazione, che da condizioni di estrema difficoltà sono riusciti a laurearsi, magari provenendo da contesti molto molto molto fragili, ai quali peraltro, disperdendoli, potrebbero tornare. Comunità è tutela, difesa, una costruzione comune di unità reciproca. Stando insieme, siamo riusciti a dar vita a qualcosa di più degno per tutti.


© Kritica – Riproduzione parziale consentita (non più di metà articolo) citando la fonte e inserendo il link all’inizio.

Autore

  • Federica D'Alessio

    Giornalista, fondatrice di Kritica.it. Puoi leggere suoi articoli e saggi su MicroMega, Gli Stati Generali, Africa ExPress. Ha vinto diversi premi fra cui il Premio Luchetta - Stampa italiana nel 2022.

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