Segui Kritica su Google
Aggiungi Kritica tra le tue fonti preferite.
Nella Striscia di Gaza, la ricerca delle persone scomparse si è rivelata una delle problematiche umanitarie più complesse e dolorose; non solo per le famiglie ma anche per le squadre di soccorso, nel momento in cui persistono enormi difficoltà nel raggiungere le vittime intrappolate sotto le macerie delle case distrutte.
Un tentativo di controllo centralizzato
La commissione governativa incaricata di seguire la questione delle persone scomparse durante la guerra a Gaza ha annunciato nuove procedure normative per la registrazione e il monitoraggio dei casi. Ha sottolineato che «la registrazione delle persone scomparse durante la guerra a Gaza avviene esclusivamente tramite la piattaforma ufficiale del governo – detta “Sahتي” –, e non saranno riconosciute richieste o registrazioni effettuate tramite link o piattaforme non ufficiali». La commissione ha sottolineato l’importanza di seguire l’iter ufficiale, a partire dalla registrazione online per poi rivolgersi alla commissione giudiziaria competente in materia di decessi al fine di completare le procedure legali e documentare ufficialmente il caso. A febbraio di quest’anno le persone disperse sotto le macerie risultavano circa 8mila, oggi la protezione civile parla di “centinaia” di persone; ma è un numero probabilmente circoscritto a quelle che sono passate per la procedura di registrazione ufficiale. In totale, le cifre ufficiali dei dispersi, compresi quelli di cui non si sa più niente e che non risultano neanche sotto le macerie, ammontano a circa 10mila persone, di cui quasi la metà donne e bambini.
Secondo l’annuncio, le misure mirano a regolamentare la documentazione, tutelare i diritti delle famiglie e consentire alle autorità competenti di seguire con precisione i casi nel caos diffuso causato dalla guerra e dalla diffusione di fonti di informazione inaffidabili. Tuttavia, dietro queste procedure amministrative si nasconde una realtà sul campo molto diversa.
Una ricerca che ha tutto di umano
Gli operatori sul campo descrivono esperienze umane estremamente difficili durante le operazioni di ricerca e recupero. Omar Al-Kayyali, un ufficiale della Protezione Civile di Gaza, racconta il processo di recupero delle persone disperse da sotto le macerie: un’operazione che sconta l’utilizzo di strumenti molto limitati e datati, a causa della carenza di attrezzature pesanti e del sostegno internazionale troppo scarso.
Dice: «Quando una casa viene colpita, chiediamo ai vicini dove si trovassero le persone nei loro ultimi istanti prima che la casa venisse distrutta… A volte ne individuiamo la presenza grazie all’odore o a oggetti personali come occhiali, documenti d’identità o indumenti».
Le operazioni di ricerca non sono puramente tecniche, ma profondamente umane, spiega Al-Kayyali; comportano un attento esame delle macerie alla ricerca di qualsiasi possibile indizio. In alcuni casi, le squadre trovano solo ossa o resti umani sparsi, rendendo l’identificazione una delle fasi più difficili della missione.
Descrive il momento in cui i resti vengono consegnati alle famiglie: «Vedi occhi pieni di speranza… quando tiro fuori tre o quattro ossa, vado a consegnarle alle famiglie e dico loro: questo è ciò che resta di vostro figlio o di vostra figlia».
Queste scene, spiega, lasciano un profondo impatto psicologico sulle squadre della Protezione Civile, che affrontano un conflitto interiore tra l’adempimento del proprio dovere umanitario e la gestione del peso psicologico derivante dalla ripetuta esposizione alla morte e alla distruzione. Aggiunge: «C’è un conflitto interiore che nessuno vede. Sentiamo le voci dei bambini sotto le macerie nella nostra immaginazione anche dopo che il lavoro è terminato».
«Vedi occhi pieni di speranza… quando tiro fuori tre o quattro ossa, vado a consegnarle alle famiglie e dico loro: questo è ciò che resta di vostro figlio o di vostra figlia».
Condizioni di lavoro impossibili
Su un altro piano, gli operatori sottolineano le principali sfide operative, in particolare la carenza di macchinari pesanti. Al-Kayyali osserva che l’escavatore utilizzato nelle operazioni di recupero fa parte di un progetto a tempo determinato, affermando: «Il progetto prevede solo 400 ore di lavoro, che coprono a malapena un numero esiguo di case, eppure cerchiamo di sfruttare ogni ora nel modo più efficiente possibile».
Ciò evidenzia un divario significativo tra l’entità della distruzione e le risorse disponibili, poiché alcuni siti richiedono giorni di lavoro ininterrotto senza risultati certi e talvolta si concludono senza trovare alcuna traccia delle persone scomparse.
Al-Kayyali descrive anche momenti di smarrimento e disperazione tra le famiglie, specialmente quando non vengono ritrovati né corpi né resti chiaramente identificabili. Dice: «A volte scaviamo per tre giorni e troviamo solo due corpi su tanti. E le famiglie tornano a casa devastate».
Racconta inoltre di episodi in cui sorgono controversie tra le famiglie riguardo all’identificazione dei resti recuperati, il che riflette la complessità emotiva e logistica della documentazione delle vittime in mezzo a una distruzione massiccia.
Dal punto di vista psicologico, spiega che le squadre della Protezione Civile soffrono di grave esaurimento e di un impatto mentale a lungo termine, affermando: «Dopo aver terminato la missione, ognuno di noi cerca di dimenticare ciò che ha visto, ma quelle scene rimangono impresse nella nostra memoria… Le grida delle madri non se ne vanno mai».
Queste testimonianze dimostrano che occuparsi del dossier delle persone scomparse non è solo una questione amministrativa o legale, ma anche un problema profondamente umano e psicologico che coinvolge sia gli operatori sul campo sia le famiglie.
Mentre la guerra continua, il dossier delle persone scomparse rimane aperto, con molteplici incognite – tra coloro che sono stati ufficialmente registrati e coloro che risultano ancora dispersi sotto le macerie – mentre le autorità insistono nel seguire le procedure ufficiali per tutelare i diritti delle famiglie e organizzare il processo. Eppure, sul campo, la verità più evidente rimane che ogni nome sulla lista dei dispersi rappresenta una storia umana completa che si è interrotta bruscamente sotto le rovine di una casa, mentre la ricerca di risposte continua nonostante le difficoltà estreme e le risorse limitate.
© Kritica – Riproduzione parziale consentita (non più di metà articolo) citando la fonte e inserendo il link all’inizio.
Crediti immagine: © Bilal Osama/APA Images via ZUMA Press Wire via ANSA

