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3 ottobre 2025, Torino. Sono passate appena quarantotto ore dal sequestro illegale della missione umanitaria Global Sumud Flotilla da parte di Israele. I cori che risuonano tra le vie del capoluogo piemontese sono gli stessi che caratterizzano centinaia di piazze italiane, convocate contemporaneamente: «Blocchiamo tutto», «Se non cambierà, Intifada pure qua», «Governo Meloni, dimissioni». Le mobilitazioni contro il genocidio a Gaza percorrono ormai l’intero Paese, da Milano a Palermo, passando per Bologna, dove la sera precedente una manifestante trentenne è stata colpita al volto da un lacrimogeno durante una protesta, perdendo definitivamente la vista da un occhio. Da quella vicenda nascerà la campagna Lince – Occhi sugli abusi.
Torino diventa uno degli epicentri della mobilitazione. Il corteo del 3 ottobre, promosso da USB, Giovani Palestinesi e centri sociali cittadini, attraversa la città diretto verso le Officine Grandi Riparazioni. Lì è in corso l’Italian Tech Week, alla presenza della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e del fondatore di Amazon Jeff Bezos. Per i manifestanti quel luogo rappresenta l’intreccio tra potere politico europeo, colossi tecnologici e una propaganda inedita ma imperante: quella del riarmo occidentale. Poco distante sorge lo stabilimento di Leonardo, partecipata del Ministero dell’Economia e tra i principali produttori europei di armamenti, multinazionale plurimiliardaria e simbolo del sostegno italiano al regime israelo-sionista. Nel pomeriggio la tensione cresce. Le zone rosse predisposte dalla questura vengono presidiate da centinaia di agenti. Davanti alle OGR, poi nei pressi di Leonardo e infine tra Porta Susa e piazza Castello, le forze di polizia fanno ampio ricorso ai lacrimogeni per disperdere i manifestanti. Nel giro di poche ore la cronaca viene assorbita dalle immagini degli scontri.
Tre mesi dopo, all’alba del 14 gennaio 2026, la Digos torinese bussa alle porte di diversi ragazzi. L’operazione si chiama Riot ed è coordinata dalla Procura ordinaria e da quella per i minorenni. Vengono eseguite otto misure cautelari, cinque delle quali nei confronti di ragazzi che il giorno della manifestazione erano ancora minorenni. Due vengono immediatamente trasferiti nel carcere minorile Ferrante Aporti, altri tre collocati in comunità. Secondo gli investigatori sono tra i principali responsabili dei disordini del 3 ottobre: le accuse comprendono, a vario titolo, resistenza aggravata a pubblico ufficiale, danneggiamento e travisamento. L’ordinanza cautelare parla di una «allarmante spregiudicatezza criminale» e individua nel rischio di reiterazione del reato la principale esigenza cautelare.
Privati della libertà da sei mesi
Per Omar, membro del coordinamento Torino per Gaza, quella mattina segna invece l’inizio di un’altra vicenda. «Si è parlato molto degli scontri, ma molto meno di quello che è successo dopo. Cinque ragazzi sono finiti nel circuito della giustizia minorile ancora prima che il processo iniziasse. Due sono stati portati al Ferrante Aporti, tre collocati in comunità. Poi alcuni sono passati agli arresti domiciliari. Oggi, all’apertura del processo, uno soltanto è ancora detenuto in carcere.»
È proprio sulla custodia cautelare che Omar insiste. «Non chiediamo di anticipare il giudizio del tribunale. Sarà il processo ad accertare le responsabilità. Ma prima ancora che il dibattimento iniziasse questi ragazzi avevano già trascorso sei mesi tra carcere, comunità e arresti domiciliari. È qualcosa di del tutto inedito per dei minorenni.»
L’inchiesta torinese, però, non nasce nel vuoto. Negli ultimi anni il capoluogo piemontese è diventato uno dei principali laboratori italiani della gestione — e della repressione — del conflitto sociale. Le inchieste contro Askatasuna, i procedimenti aperti dopo le mobilitazioni per la Palestina e le numerose misure cautelari richieste nei confronti di attivisti e studenti raccontano una città in cui la risposta penale alle proteste si è fatta sempre più sistematica e prepotente. Il procedimento sul 3 ottobre introduce però un elemento ulteriore: il ricorso esteso alla custodia cautelare nei confronti di minorenni.
Secondo Mauro Palma, ex garante nazionale delle persone private della libertà personale, «quando si è abbandonata l’espressione “carcerazione preventiva” per adottare quella di “custodia cautelare” si è voluto ribadire che la privazione della libertà prima della sentenza dovesse essere eccezionale. Oggi, invece, soprattutto quando il presupposto è il rischio di reiterazione del reato, quella eccezionalità rischia di diventare molto più elastica». Il nodo, spiega, è proprio la natura prognostica della misura: «Quando si limita la libertà di una persona non per ciò che ha fatto, ma per ciò che potrebbe fare, il terreno delle garanzie diventa inevitabilmente più fragile». Nei procedimenti legati alle manifestazioni, aggiunge, la custodia cautelare rischia così di assumere «un valore simbolico», trasformandosi in un messaggio rivolto all’opinione pubblica.
Cristina, madre di uno dei ragazzi coinvolti, racconta in esclusiva a Kritica cosa significa vedere il proprio figlio minorenne portato via dalla Digos. Ricorda la mattina del 14 gennaio, il ragazzo che esce di casa accompagnato dagli agenti e l’incertezza delle settimane successive. «Da quel momento», racconta, «non è cambiata soltanto la sua vita. È cambiata la nostra. Misura cautelare significa autorizzazioni per ogni spostamento, colloqui, trasferimenti e soprattutto l’interruzione della quotidianità.»
Per oltre un mese il ragazzo non ha potuto frequentare la scuola perché il tribunale non aveva ancora autorizzato gli spostamenti. Le assenze si sono accumulate fino a mettere seriamente a rischio l’anno scolastico. Solo dopo è arrivato il permesso di rientrare in classe. Nel frattempo si erano fermati anche gli allenamenti di calcio, le uscite con gli amici e la vita con i fratelli. «Sono cose che sembrano piccole», dice, «ma per un ragazzo di sedici o diciassette anni sono la vita.» Una misura applicata prima di un processo diventa, dunque, già di per sé una pena da scontare.
La giustizia minorile riscritta in chiave repressiva
Il caso torinese arriva in una fase di profonda trasformazione della giustizia minorile. La storica riforma del 1988 aveva costruito, nel tempo, un sistema distinto da quello degli adulti, fondato sulla funzione educativa della pena e sul principio di residualità della detenzione. Negli ultimi anni, però, il governo Meloni ha introdotto modifiche significative. Il Decreto Caivano ha ampliato gli strumenti coercitivi nei confronti dei minori, mentre gli istituti penali minorili hanno registrato un incremento costante della popolazione detenuta. L’inchiesta di Torino offre anche il fianco a un’altra riflessione: i cinque imputati minorenni hanno tutti un background migratorio. È un dato di fatto che si inserisce in un contesto in cui non solo la sicurezza occupa uno spazio crescente nel discorso pubblico – e figure artatamente costruite da retoriche xenofobe e razziste, come quella del maranza, sono diventate il simbolo della devianza giovanile per un pubblico italiano e bianco –, ma in cui la repressione per la solidarietà espressa nei confronti del popolo palestinese ha colpito con larga prevalenza figure di provenienza araba e di religione musulmana, come abbiamo documentato su Kritica.
Nove mesi dopo quel corteo, il procedimento arriva davanti al Tribunale per i minorenni di Torino. L’udienza di oggi, 13 luglio, rappresenta il primo vero passaggio nel merito della vicenda. Per due dei cinque imputati il pubblico ministero ha chiesto dodici mesi di messa alla prova, istituto cardine del processo penale minorile che sospende il procedimento e sostituisce la risposta detentiva con un percorso educativo, di studio, lavoro o reinserimento sociale. Se il percorso viene portato a termine con esito positivo, il reato si estingue. Il Tribunale ha accolto la richiesta, mentre le posizioni degli altri tre ragazzi saranno invece esaminate nell’udienza già fissata per il 16 luglio.
Secondo quanto riferito a Kritica da Cristina, l’udienza sarebbe stata segnata anche da alcune domande rivolte dalla giudice a uno degli imputati che, a suo avviso, esulavano dai fatti contestati. «Con le bottiglie lanciate alla polizia quanti bambini palestinesi pensi di avere salvato?», avrebbe chiesto la magistrata. E ancora: «E ai bambini israeliani non pensi? Che cosa ne pensi di Hamas?». «Ci aspettavamo che si parlasse dei fatti contestati ai ragazzi», commenta Cristina. «Non che il processo si trasformasse in una discussione sulle loro opinioni politiche.»
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