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Oggi 13 luglio, a Bruxelles, l’aggressione russa, gli aiuti militari e la solidarietà all’Ucraina saranno al centro del Consiglio dei ministri degli esteri dei 27, il primo sotto la nuova Presidenza irlandese. Ma nel vasto ordine del giorno c’è anche un generico “situation in the Middle East”, e un documento di opzioni su eventuali misure restrittive al circola da mercoledì scorso.

Mentre l’annessione e le violenze in occupata continuano ad intensificarsi, e le tragiche condizioni di sopravvivenza della popolazione di Gaza precipitano in gironi sempre più infernali, la europea si barcamena nell’impossibile ricerca di decisioni unanimi, laddove le differenze tra Stati e tra i rappresentanti della Commissione stessa riflettono agende molto diverse.

Prima dell’interesse di Stato viene l’obbligo di rispetto del

La questione più stridente in queste disquisizioni diplomatiche è che l’UE dovrebbe rispondere a un’obbligazione legale, al di là quindi di una decisione politica. La Corte internazionale di è chiara in questo senso: gli Stati terzi non devono riconoscere, sostenere o favorire la presenza illegale di Israele nei territori palestinesi, il suo sistema di apartheid, né le sue continue violazioni dei diritti dei palestinesi.

Il sostegno politico, l’allineamento ideologico – e gli interessi militari di alcuni Stati membri – tra cui Italia, Germania e alcuni paesi dell’Est precipitano l’Unione europea in una spirale di contraddizioni che ne indebolisce la credibilità internazionale e la rende complice delle violazioni del diritto internazionale perpetrate dal governo . La schizofrenia del doppio standard tra le sanzioni imposte alla e la totale assenza verso il Governo di Israele, l’incoerenza nel difendere valori uguali per tutti, e lo scollamento rispetto alla mobilitazione della europea, che ha raccolto oltre un milione e mezzo di firme per chiedere la sospensione dell’accordo di associazione con Israele, indeboliscono il ruolo internazionale e la credibilità dell’UE in maniera tanto grave quanto pericolosa, soprattutto a fronte di una profonda crisi del multilateralismo a livello mondiale e alla ridefinizione degli equilibri globali in cui prevale lo logica della forza.

Il 13 a Bruxelles, le premesse per un’ulteriore occasione mancata ci sono tutte. 

Mercoledì scorso, secondo vari media brusselesi, l’esecutivo dell’UE ha fatto circolare un “options paper” per limitare le importazioni nell’Unione di beni prodotti negli israeliani nei territori palestinesi occupati. Le opzioni sul tavolo sono tre:

1. Licenze d’importazione più severe. E la Commissione stessa riconosce che questa opzione è facilmente eludibile.

2. Aumento dei dazi. Ma Israele compensa le esportazioni dalle colonie illegali, neutralizzando l’efficacia della proposta.

3. Divieto totale o parziale di importazione di prodotti dalle colonie illegali. Unica opzione, questa,  che potrebbe modificare la bilancia commerciale e avere un impatto reale.

C’è un’altra strada

Esiste tuttavia una via ulteriore, che non richiede l’unanimità. Insieme ad esperti di commercio internazionale, giuristi e a funzionari dell’UE, sia in carica che ex, il CISDE – Together for Global Justice e EuMEP, European Middle East Project, hanno pubblicato la proposta di un regolamento nell’ambito della Politica Commerciale Comune dell’UE, volto a garantire che gli scambi commerciali dell’Unione rispettino il diritto internazionale e non contribuiscano a sostenere economicamente gli insediamenti illegali. Bisogna superare l’osticità che suscitano acronimi e tecnicismi comunitari e tenere a mente quello che costituisce il prossimo terreno di campagne per la giustizia: l’articolo in questione è il 207 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea, che assieme al Trattato sull’UE, costituisce il fondamento dell’Unione.

L’UE è vincolata dai propri trattati a rispettarlo in tutte le sue politiche esterne, commercio compreso: bloccare le importazioni provenienti dagli insediamenti non sarebbe dunque una scelta discrezionale, ma un dovere giuridico. Non si tratterebbe né di una sanzione di politica estera contro Israele, né di un gesto politico simbolico, bensì dell’applicazione coerente di quanto stabilito dalla Corte internazionale di giustizia che già due anni fa ha chiarito che impedire gli scambi commerciali che contribuiscono al mantenimento degli insediamenti, costituisce un obbligo previsto dal diritto internazionale.

“Ne consegue che la Commissione ha il dovere di proporre un regolamento ai sensi dell’articolo 207 del TFUE per interrompere gli scambi commerciali con gli insediamenti illegali.(…) Qualora la Commissione si rifiutasse di proporre una tale misura ai sensi dell’articolo 207, si invitano gli Stati membri a valutare un ricorso presso la Corte di Giustizia dell’Unione Europea, per garantire il rispetto del diritto dell’UE e del diritto internazionale.”

Dal Cisde e da oltre 55 organizzazioni della società civile, sono queste le indicazioni chiare e stringenti inviate alla Presidente della Commissione Van Der Leyen, all’Alta Rappresentante Kallas ed al Collegio dei Commissari, nel tentativo di scuotere dall’impasse politico questa divisa,  e salvarne la faccia e forse l’anima.


© Kritica – Riproduzione consentita citando la fonte e inserendo il link all’inizio.

CREDITI FOTO: European Union.

Autore

  • Marisella Rossetti

    Segue le vicende dei Balcani e di Nord Africa e Asia Occidentale da oltre 30 anni. Responsabile per 15 anni del Premio LUX, il premio del cinema del Parlamento Europeo, è tra le fondatrici di Polarise-Nordic Film Nights, festival a Bruxelles su film e cultura dei paesi del Nord.  Iscritta alla European Film Academy e alla Società degli Autori, è consulente di documentari. Fa parte del coordinamento di Venice4Palestine.

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