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    «Nel trasformare un diritto in delitto il legislatore non ha effettuato un bilanciamento degli interessi in gioco conforme ai valori costituzionali». Con queste parole, contenute in una memoria depositata nei giorni scorsi, la Procura di Torino ha chiesto alla Corte costituzionale di intervenire su una delle norme simbolo della legislazione securitaria del governo Meloni: il reato di blocco stradale.

    Decretazione d’urgenza senza l’urgenza

    La richiesta, riportata nei giorni scorsi da diversi quotidiani e organi di stampa, nasce dal procedimento aperto contro diciotto manifestanti accusati di aver occupato, il 17 maggio 2025, per alcuni minuti il raccordo della tangenziale Torino-Caselle durante una protesta contro il genocidio in corso a Gaza. Per la prima volta un ufficio di procura mette in discussione alla radice una delle principali scelte repressive dell’esecutivo.

    Il decreto-legge 11 aprile 2025 n. 48, poi convertito nella legge 9 giugno 2025 n. 80, ha riportato nell’area del penale l’ostruzione della circolazione realizzata mediante l’interposizione del proprio corpo da parte di più persone riunite, prevedendo una pena da sei mesi a due anni di reclusione. È una delle norme simbolo di uno degli svariati decreti Sicurezza meloniani ma, secondo i magistrati torinesi, il governo ha fatto ricorso alla decretazione d’urgenza senza che vi fosse «alcuna particolare emergenza da fronteggiare» e in assenza di un incremento delle proteste tale da giustificare l’intervento straordinario dell’esecutivo. La Procura osserva che «quella stessa condotta che prima era repressa come illecito amministrativo, è diventata un reato». Una scelta che avrebbe determinato «un evidente aggravamento del trattamento sanzionatorio» senza che nel frattempo fossero mutate in modo significativo le esigenze di tutela dell’ordine pubblico. 

    Il blocco stradale, del resto, non nasce nel vuoto. La norma si inserisce in una stagione di conflitto sociale che il governo ha scelto di leggere prevalentemente attraverso la lente della sicurezza. Nella memoria si legge che «la possibilità che si creino rallentamenti o addirittura blocchi del traffico è connaturata alle manifestazioni» e che «fa parte della fisiologia dei cortei l’arresto periodico in certi punti del percorso per consentire al gruppo di non disperdersi e scandire slogan rivolti a sensibilizzare i passanti». Per i magistrati, colpire penalmente queste condotte significa incidere direttamente sul diritto di riunione e sul diritto di sciopero, perché rallentamenti e interruzioni temporanee della circolazione costituiscono spesso una conseguenza inevitabile dell’esercizio del dissenso collettivo.

    Colpire la solidarietà con il popolo palestinese

    Anche se non si riferisce esplicitamente alle mobilitazioni per la Palestina, la memoria sembra descrivere con precisione il contesto nel quale la norma ha trovato la sua principale applicazione. Nell’autunno del 2025 scioperi, cortei di massa e presidi hanno attraversato per settimane decine di città italiane, dalle metropoli ai centri minori. Le manifestazioni hanno spesso cercato di raggiungere stazioni ferroviarie, tangenziali, aeroporti e altri luoghi considerati simbolici o strategici, talvolta uscendo dai percorsi concordati con le autorità. È in questo scenario che il nuovo reato è diventato uno degli strumenti centrali della risposta repressiva.

    A Bologna, dove il movimento “Blocchiamo tutto” ha portato in piazza centinaia di migliaia di persone tra settembre e novembre, il blocco stradale è diventato il reato più contestato e un’inchiesta ha finito per riguardare circa un centinaio di indagati. Il 22 settembre e il 3 ottobre, secondo i materiali raccolti dalle difese, sono state le stesse forze di polizia ad accompagnare i cortei fino all’ingresso della tangenziale, prendendo atto di una presenza tale da rendere impraticabile qualsiasi dispersione forzata. È qui che emerge uno dei nodi centrali della nuova fattispecie: a fronte di manifestazioni che coinvolgono migliaia o decine di migliaia di persone, l’azione penale finisce per concentrarsi su poche decine di individui, secondo una logica che le difese hanno definito una «pesca a strascico».

    La memoria torinese si spinge oltre e richiama esplicitamente la tradizione del conflitto sindacale. I magistrati ricordano che «la protesta sindacale si esplica legittimamente con modalità che vanno ben oltre la mera astensione dal lavoro» e avvertono che, seguendo fino in fondo la logica della nuova norma, «verrebbero incriminati per blocco stradale perfino gli operai che, radunatisi in massa davanti all’azienda, occupando il manto stradale prospiciente, ostacolino la circolazione». L’esempio è significativo perché sposta il ragionamento oltre le mobilitazioni ambientaliste o pro Palestina. Il problema, suggerisce la Procura, riguarda il rischio di trasformare in materia penale pratiche che per decenni hanno accompagnato l’esercizio del diritto di sciopero e della libertà di manifestazione. Intanto, come riporta il manifesto, sempre a Torino una studentessa universitaria di 24 anni ha ricevuto pochi giorni fa una richiesta di sorveglianza speciale, misura solitamente applicata su chi è indiziato di mafia o terrorismo.

    Il decreto sicurezza sotto la lente dei Tribunali

    Torino non è un caso isolato. Anche il Tribunale di Brindisi ha recentemente sollevato una questione di costituzionalità su un’altra norma dello stesso decreto Sicurezza, quella che ha ristretto l’area di liceità della cannabis light. Il segnale è più ampio del singolo fascicolo torinese: la tenuta costituzionale dell’intero impianto securitario del governo entra oggi in una fase di verifica giudiziaria.

    Una repressione dalle pesanti conseguenze sociali

    Le conseguenze di questa stagione repressiva, infatti, non si misurano soltanto nel numero di denunce e procedimenti aperti. Nelle scorse settimane l’avvocato torinese Claudio Novaro ha richiamato l’attenzione sulla vicenda di due giovani coinvolti nelle inchieste sulle mobilitazioni pro Palestina che si sono tolti la vita a pochi mesi di distanza l’uno dall’altro. Per uno dei due, un ventiseienne colpito da una misura cautelare nell’ambito delle indagini torinesi, Novaro ha dichiarato che dal messaggio lasciato prima della morte «sembra di capire che il provvedimento giudiziario, che riteneva profondamente iniquo, abbia avuto un peso non irrilevante». Sul secondo caso non è invece emerso alcun elemento che consenta di collegare il gesto al procedimento penale che lo riguardava. Più che stabilire un nesso diretto tra le inchieste e le due morti, l’avvocato ha posto una questione più ampia: quale impatto possano avere misure cautelari, denunce e procedimenti giudiziari sulla vita di persone molto giovani coinvolte nelle mobilitazioni politiche. 

    Sullo sfondo resta una domanda: fino a che punto un Governo può ampliare gli strumenti di repressione del dissenso e criminalizzare forme di protesta collettiva senza essere chiamato a rispondere degli effetti che queste scelte producono sulle libertà costituzionali?


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    CREDITI FOTO: Stefano Finotti/Facebook

    Autore

    • Dario Morgante

      Messinese, classe 1998, è laureato in giurisprudenza con specializzazione in diritto penale e ambientale. Attualmente studia alla Scuola di giornalismo investigativo “Lelio Basso” di Roma e si occupa di Palestina, repressione e giustizia sociale.

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