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Il mare a Gaza non tace mai. Vivo in una tenda sulla riva, dove le onde si infrangono sulla sabbia come voci inquiete, e ogni alba assisto a un rituale di sopravvivenza. I pescatori spingono in acqua le loro fragili hasaka – piccole imbarcazioni da pesca tradizionali in legno, costruite a mano e utilizzate a Gaza – alla ricerca di un sostentamento che si è ridotto a una stretta striscia di mare.
Un tempo era stata loro promessa una libertà di venti miglia nautiche; oggi sono confinati a malapena a tre, a volte solo a poche centinaia di metri. All’orizzonte si profilano motovedette, con i motori rombanti, pronte a inseguire o a sparare. Ho visto con i miei occhi un pescatore costretto ad abbandonare la sua barca, nuotando nell’acqua fredda mentre l’hasaka andava alla deriva da sola, simbolo di vulnerabilità e di sfida al tempo stesso. Più tardi, quando la motovedetta è scomparsa, i suoi compagni hanno recuperato la barca e l’hanno riportata a riva, raccontando alla sua famiglia ciò che era accaduto.
La stessa hasaka racconta la storia della distruzione. Un tempo, i pescatori di Gaza facevano affidamento su imbarcazioni più grandi dotate di motori, in grado di raggiungere acque più profonde. Ma la guerra e i bombardamenti hanno ridotto gran parte della flotta in cenere, lasciando dietro di sé frammenti di legno e metallo contorto. Centinaia di barche sono state distrutte nel porto, i motori confiscati e le attrezzature da pesca bruciate. Ciò che rimane sono fragili imbarcazioni costruite a mano, che riescono a malapena a resistere alle onde. E anche queste sono intrappolate entro confini soffocanti.

Il pesce come simbolo di sopravvivenza
A terra, la storia continua. Cammino tra i mercati affollati di Gaza, dove la gente si raduna attorno ai pochi cesti di pesce sopravvissuti ai pericoli della notte. L’aria è densa di urgenza: famiglie che si accalcano, mani che si protendono, voci che contrattano.
Il pesce è diventato più che cibo; è un simbolo di sopravvivenza. Un tempo, l’industria ittica di Gaza produceva migliaia di tonnellate all’anno, ma la produzione è crollata a una frazione di quella cifra. I prezzi sono saliti alle stelle: ciò che un tempo costava 20 shekel al chilo (circa 6 euro) ora viene venduto a più di 300 (circa 90 euro). La scarsità si legge negli occhi degli acquirenti, che sanno che ogni pezzo di pesce rappresenta non solo nutrimento, ma anche il rischio che un pescatore ha corso all’ombra delle cannoniere. Il mercato stesso diventa uno specchio di resilienza, dove il pericolo in mare si trasforma in bancarelle affollate di speranza e fame.




A Gaza, il mare è al tempo stesso una prigione e una promessa. Confinando i pescatori entro linee invisibili, offre loro comunque la possibilità di resistere, di sfamare le proprie famiglie, di dimostrare che la vita non può essere cancellata. L’hasaka, fragile e sfregiata, galleggia come testimone della sopravvivenza. I mercati, affollati e disperati, fanno eco alla fame di un popolo che rifiuta di arrendersi. E il pesce, scarso e prezioso, diventa il pane della resistenza. In ogni onda, in ogni pescata, Gaza dice al mondo: anche nelle gabbie d’acqua, la resilienza resiste.
Ma il mare è anche una metafora della stessa Gaza. È vasto eppure limitato, ricco eppure impoverito, aperto eppure soffocato. I pescatori incarnano il paradosso dell’esistenza sotto assedio: uomini che rischiano la vita ogni giorno, non per la ricchezza, ma per il pane. Le loro fragili barche sono più che semplici imbarcazioni; sono testimonianze galleggianti del rifiuto di un popolo di scomparire. Ogni rete strappata, ogni pescata rubata, ogni hasaka sfregiata è un capitolo dell’epopea non scritta della resistenza di Gaza.

I pescatori cercano di ricostruire a mari nude le loro imbarcazioni, ma anche i materiali di base sono diventati un fardello. “La fibra di vetro, che prima acquistavamo a 30 shekel al chilo, ora costa 600 shekel: venti volte il prezzo. E il legno non è più disponibile, quindi siamo costretti a raccoglierlo dalle porte delle case distrutte o dalle macerie degli edifici”, racconta uno di loro.
“Abbiamo modificato queste piccole imbarcazioni per avvicinarci al mare, ma il problema è che i pesci non si avvicinano alla riva. Per pescare davvero bisogna avventurarsi ad almeno tre miglia nautiche al largo, cosa quasi impossibile con queste imbarcazioni primitive”. In passato, il porto contava oltre 65 pescherecci (noti localmente come “shanshula”), 19 pescherecci da traino e circa 500 imbarcazioni da pesca più piccole che operavano senza sosta. Oggi, di questa piccola flotta, non rimane più nulla. “Per questo, avvalendoci delle competenze locali, stiamo restaurando vecchie imbarcazioni da pesca per rimetterle a nuovo e riportarle in acqua”.
Oltre l’orizzonte, il mare sussurra di un’altra possibilità: che un giorno queste linee invisibili si dissolvano, che i pescatori possano navigare di nuovo liberamente e che il sapore del pesce non sia più quello del rischio, ma della vita quotidiana. Fino ad allora, l’hasaka rimane una fragile arca di sfida, che trasporta la storia di Gaza attraverso le onde. A dimostrazione che anche nelle acque più agitate, la speranza rifiuta di affogare.
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CREDITI FOTO: Hamed Sbeata

