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Questo articolo scritto da Orwell per Tribune, pubblicato il 3 maggio 1946, è parte di una vasta produzione pubblicistica in cui esplora e critica il mondo dell’editoria e della letteratura con la consueta sincerità ironica, disincantata e umanista al tempo stesso, portando sotto i riflettori in questo caso il mestiere impossibile del recensore di libri. Tutte le traduzioni della nostra rubrica Orwell sono affidate alla penna della talentuosa ed esperta traduttrice letteraria Anna Martini.
Nell’aria fredda ma viziata di una camera da letto-soggiorno, con mozziconi di sigaretta e tazze di tè mezze vuote sparsi ovunque, un uomo in vestaglia tarmata siede a un tavolo traballante, cercando di far spazio alla macchina da scrivere circondata da pile di fogli polverosi. Non può buttarli via perché il cestino è già stracolmo, e inoltre, lì in mezzo alla corrispondenza inevasa e alle bollette non pagate, potrebbe esserci un assegno da due ghinee che è quasi sicuro di aver dimenticato di versare in banca. Ci sono anche lettere con indirizzi che andrebbero trascritti nella rubrica. Rubrica che lui ha perso, e il pensiero di cercarla, o a dire il vero di cercare qualsiasi cosa, gli desta acuti impulsi suicidi.
Ha trentacinque anni ma ne dimostra cinquanta. È calvo, ha le vene varicose e porta gli occhiali, o meglio, li porterebbe se non perdesse regolarmente il suo unico paio. In condizioni normali è denutrito, ma se ultimamente gli è andata bene, è reduce da una sbornia. Sono le undici e mezzo del mattino e, secondo programma, dovrebbe essere al lavoro già da due ore; ma anche se ci si fosse messo d’impegno, lo squillo pressoché continuo del telefono, gli strilli del bambino, il frastuono di un trapano a percussione in strada e le suole pesanti dei creditori su e giù per le scale glielo avrebbero impedito. L’ultima interruzione è stata la seconda distribuzione della posta, che gli ha portato due circolari e un’ingiunzione di pagamento delle imposte stampata in rosso.
Inutile dire che questa persona è uno scrittore. Potrebbe essere un poeta, un romanziere, uno sceneggiatore o un autore di programmi radiofonici – quelli che si occupano di letteratura si assomigliano tutti – ma diciamo che è un recensore di libri. Seminascosto tra i mucchi di fogli c’è un grosso pacco contenente cinque volumi, inviati dal suo redattore con un biglietto secondo cui “dovrebbero andar bene insieme”. Sono arrivati quattro giorni fa, ma per quarantotto ore una paralisi morale ha impedito al recensore di aprire il pacco. Ieri, in un attimo di risolutezza, ha strappato lo spago e ha scoperto che i cinque volumi erano Attraverso la Palestina inquieta, L’allevamento scientifico dei bovini da latte, Breve storia della democrazia europea (quest’ultimo di 680 pagine e due chili di peso), Usanze tribali nell’Africa orientale portoghese e un romanzo, Sdraiati è più bello, probabilmente incluso per errore[1]. La sua recensione – diciamo ottocento parole – dev’essere “dentro” per domani a mezzogiorno.
Tre di questi libri trattano argomenti di cui sa talmente poco che dovrà leggere almeno una cinquantina pagine se vuole evitare di scrivere castronerie che lo tradirebbero non solo agli occhi dell’autore (il quale, ovviamente, ben conosce le abitudini dei recensori), ma anche a quelli del lettore comune. Entro le quattro del pomeriggio avrà spacchettato i libri, ma l’ansia ancora gli impedirà di aprirli. La prospettiva di doverli leggere, e persino l’odore della carta, gli sorride quanto la prospettiva di mangiare un budino freddo di riso in polvere all’olio di ricino. Eppure, per strano che sia, il pezzo arriverà in ufficio in tempo. Ci arriva sempre in tempo, in un modo o nell’altro. Verso le nove di sera sarà relativamente lucido, e fino alle ore piccole se ne starà seduto in una stanza che si fa sempre più fredda, con il fumo di sigaretta sempre più denso, sfogliando con mano esperta un libro dopo l’altro ed emettendo per ciascuno la sentenza: “Dio, che fesseria!” Al mattino, con gli occhi annebbiati, scontroso, la barba non fatta, fisserà per un’ora o due un foglio bianco finché la lancetta minacciosa dell’orologio non lo spronerà all’azione. E di colpo comincerà a darci sotto. Tutte le formule trite e ritrite – “un libro da non perdere”, “qualcosa di memorabile in ogni pagina”, “di particolare interesse sono i capitoli che trattano di, ecc. ecc.” – balzeranno al loro posto come limatura di ferro che obbedisce al magnete, e la recensione finirà esattamente alla lunghezza giusta e con circa tre minuti di anticipo. Nel frattempo sarà arrivata per posta un’altra pila di libri male assortiti e assai poco ghiotti. E così di seguito. Eppure, con quali grandi speranze era partita la carriera di questa creatura vessata e angariata, solo pochi anni fa!
Vi sembra che esageri? A qualsiasi recensore abituale – chiunque recensisca, diciamo, almeno un centinaio di libri all’anno – domando se possa onestamente negare che le sue abitudini e il suo carattere corrispondano alla mia descrizione. Ogni scrittore ricorda un personaggio simile, ma recensire libri a getto continuo, in modo indiscriminato, è un lavoro straordinariamente ingrato, irritante ed estenuante. Non solo si tratta di elogiare porcherie – certo si tratta anche di questo, come mostrerò tra un attimo – ma di inventare reazioni a libri che non suscitano il benché minimo sentimento spontaneo. Il recensore, per quanto stremato sia, nutre per i libri un interesse professionale, e delle migliaia che escono ogni anno, ce ne sono forse cinquanta o cento di cui gli piacerebbe scrivere. Se è un eccellente professionista, potrebbe riuscire a procurarsene dieci o venti; ma è più probabile che se ne accaparri due o tre. Per il resto il suo lavoro, per quanto coscienzioso nell’esaltare o nel condannare, è in sostanza un’impostura. Egli getta nello scarico il suo spirito immortale, un bicchiere alla volta.
Le recensioni, in larghissima parte, offrono del libro in oggetto una descrizione lacunosa o fuorviante. Dopo la guerra, per gli editori è diventato più difficile mettere alle strette i redattori delle pagine letterarie e fargli incensare ogni libro che pubblicano; ma d’altro canto il livello delle recensioni si è abbassato, a causa della mancanza di spazio e di altre difficoltà. Vedendo i risultati, qualcuno suggerisce che la soluzione stia nel togliere le recensioni dalle mani degli scribacchini. I libri su argomenti specialistici dovrebbero essere trattati da esperti; gran parte delle recensioni, invece – specialmente di romanzi – sembrano scritte da dilettanti. Tutti i libri, o quasi, sono capaci di suscitare sentimenti appassionati, fossero pure di appassionata avversione, in lettori le cui idee al riguardo sarebbero certo più interessanti di quelle di un professionista annoiato. Ma purtroppo, come ogni editore sa, questa è una faccenda molto difficile da organizzare. In pratica l’editore si ritrova sempre a ricorrere alla sua squadra di scribacchini – i “fissi”, come li chiama.
A tutto questo non c’è rimedio, finché daremo per scontato che ogni libro meriti di essere recensito. È quasi impossibile parlare di libri all’ingrosso senza sperticarsi in lodi esagerate per quasi tutti. Finché non si ha con i libri un rapporto in qualche modo professionale, non si scopre quanto siano in larga parte scadenti. In ben più di nove casi su dieci, l’unica critica oggettivamente sincera sarebbe “Questo libro è inutile”, e l’autentica reazione del recensore sarebbe probabilmente “Questo libro non mi interessa per niente, e non ne scriverei se non fossi pagato per farlo”. Ma il pubblico non paga per leggere cose del genere. Perché dovrebbe? Vuole una qualche guida ai libri che gli si chiede di leggere, e vuole un giudizio. Ma non appena si accenna al valore, i criteri saltano. Perché se si dice – e quasi tutti i recensori dicono cose del genere almeno una volta alla settimana – che Re Lear è un buon dramma e I quattro giusti[2] è un buon giallo, che significato ha la parola “buono”?
È quasi impossibile parlare di libri all’ingrosso senza sperticarsi in lodi esagerate per quasi tutti. Finché non si ha con i libri un rapporto in qualche modo professionale, non si scopre quanto siano in larga parte scadenti. In ben più di nove casi su dieci, l’unica critica oggettivamente sincera sarebbe “Questo libro è inutile”, e l’autentica reazione del recensore sarebbe probabilmente “Questo libro non mi interessa per niente, e non ne scriverei se non fossi pagato per farlo”.
La soluzione migliore, mi è sempre sembrato, sarebbe semplicemente ignorare la grande maggioranza dei libri e dedicare recensioni molto lunghe – non meno di mille parole – ai pochi che sembrano importanti. Brevi note di un paio di righe sui libri di prossima pubblicazione possono essere utili, ma la solita recensione media, di circa seicento parole, varrà certamente ben poco, anche nel caso in cui il recensore desideri davvero scriverla. Normalmente non lo desidera, e i ritagli che sforna una settimana dopo l’altra lo ridurranno presto al personaggio annichilito in vestaglia che ho descritto all’inizio. Comunque, a questo mondo, tutti hanno qualcuno da poter guardare dall’alto in basso, e devo dire, per l’esperienza che ho di entrambi i mestieri, che il recensore di libri se la passa meglio del critico cinematografico, che non può nemmeno lavorare a casa sua ma deve assistere a proiezioni per gli addetti ai lavori alle undici del mattino e, con un paio di notevoli eccezioni, presumibilmente venderà il proprio onore per un bicchiere di sherry da due soldi.
[1] Si tratta di titoli quasi certamente inventati. Di tutti questi, l’unico a cui oggi si trova una traccia è Palestine at the Crossroads, di Ladislas Farago, scritto nel 1937, cioè quasi dieci anni prima dell’articolo. Particolare che rinforza l’idea che Orwell stesse giocando con la fantasia.
[2] The Four Just Men, romanzo d’esordio di Edgar Wallace (1905). (NdT)
© Kritica, per la sola traduzione qui pubblicata. I testi scritti da George Orwell in lingua originale, con la sola eccezione della sua corrispondenza privata, sono di dominio pubblico.
CREDITI FOTO: “Tea and Tobacco,” George Orwell fotografato dal suo amico Vernon Richards, 1945. Fonte: Orwell Archive, University College London, ORWELL/T/2/E/3.

