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È il 19 marzo del 2026, un funzionario del Dipartimento di Stato americano firma due pagine. Quelle due sole pagine valgono una vendita di armi per 16,5 miliardi di dollari verso gli Emirati Arabi Uniti, il Kuwait, la Giordania. Le armi, per la verità, non esistono ancora: bisogna costruirle. Ma la firma corre più veloce di un carro armato. Nel Golfo, intanto, missili e droni iraniani colpiscono le infrastrutture petrolifere, le famiglie piangono sei soldati americani morti in un attacco, così l’emergenza dichiarata sul modulo ha la sua parte di sangue vero. Il resto è politica, strategia: l’urgenza sta nella firma, non nelle armi, che arriveranno fra mesi, forse anni.
La procedura si chiama articolo 36(b) dell’Arms Export Control Act: permette al segretario di Stato di scavalcare il Congresso, di saltare la revisione dei trenta giorni, a patto di dichiarare un’emergenza. Un tempo era l’eccezione, adesso è la regola scritta in piccolo, in fondo alla pagina, la riga che nessuno legge più.
Nei primi tre mesi del 2026 gli Stati Uniti hanno approvato oltre 45 miliardi di dollari di vendite militari all’estero. Il modulo d’emergenza non è un’invenzione recente, data 1976, presidenza Ford: lo ha usato Reagan nel 1984, per gli Stinger all’Arabia Saudita; lo ha usato Pompeo nel maggio del 2019, per 8,1 miliardi di armi distribuite fra Giordania, Arabia Saudita ed Emirati.
Nello stesso trimestre del 2026 il generale David Petraeus va in televisione, alla CNN, alla BBC, davanti alle commissioni del Parlamento britannico. Consiglia armi, strategie, escalation, con la voce pacata di chi ha visto la guerra da vicino e ne parla come del tempo che farà domani. Non porta più la divisa, indossa il completo grigio e passa dal consiglio d’amministrazione di un fondo a uno studio tv. Quel che conta è il tono: mai isterico, mai sopra le righe, il diapason di chi sa che la guerra si vende meglio a bassa voce. È lui che dà rispettabilità alla firma sul modulo: il generale in borghese spiega perché è necessario.
Per capire come siamo finiti qui, con quell’uomo che ha attraversato un quarto di secolo senza mai uscire dall’inquadratura, bisogna tornare indietro, fino a un’altra sera di venticinque anni fa.
Il secolo di Petraeus
L’11 settembre 2001 non è soltanto un attentato: è il fischio d’inizio di una gara al riarmo che dura ancora. La sera del 20 settembre George W. Bush parla al Congresso e disegna una minaccia senza confini e senza scadenza: «La nostra guerra al terrore comincia con Al Qaeda, ma non finisce lì. Non finirà finché ogni gruppo terroristico di portata globale non sarà trovato, fermato e sconfitto». Bush estende la dottrina della sicurezza al mondo intero, senza limiti di luogo né di tempo: la guerra al terrore, per come è descritta quella sera, non può più finire.
In quei mesi Petraeus è ancora un signor nessuno. Fa l’Assistant Chief of Staff for Operations della forza NATO di stabilizzazione in Bosnia-Erzegovina, un incarico da scrivania, mentre in Afghanistan si combatte l’operazione Anaconda sotto il comando del maggior generale Hagenbeck. Il primo comando vero arriva nel 2003, quando guida la 101ª Aviotrasportata nell’invasione dell’Iraq. Ma la logica che lo ha accompagnato per tutta la carriera era già scritta nel discorso di Bush: la sostituzione della diplomazia con la sicurezza garantita dalle armi.
Nel settembre del 2002 la Casa Bianca pubblica la National Security Strategy, che traduce il discorso in dottrina: gli Stati Uniti si riservano il diritto di colpire prima di essere colpiti, in altre parole la guerra preventiva. L’Afghanistan è il banco di prova, l’Iraq l’escalation. Qui la storia si fa sporca: i documenti del Dipartimento della Difesa, declassificati anni dopo, mostrano che fonti già etichettate come inattendibili dall’Iraqi National Congress (“fabricator” le chiamavano fin dal maggio 2002) sono state impiegate nell’Intelligence Estimate dell’ottobre 2002 per sostenere che l’Iraq possedeva armi biologiche mobili. Dei falsi, quindi, ma li utilizzano lo stesso.
Petraeus ci costruisce sopra la carriera. Nel 2003 comanda la 101ª a Mosul, poi si occupa della ricostruzione. Nel 2006, sempre in Iraq, detta la stesura del Field Manual 3-24 sulla counterinsurgency: ora la guerra non è più distruzione ma governo; l’esercito può sostituire lo Stato quando questo non c’è più. Nel 2007 Bush lo richiama per il Surge: l’aumento di truppe USA in Iraq, ventimila soldati in più. È quella la vera svolta: la militarizzazione della politica interna di un altro Paese spacciata per stabilizzazione.
Nel 2011 le piazze arabe chiedono pane, lavoro, libertà. La risposta occidentale, ancora una volta, è militare. Il 17 marzo il Consiglio di Sicurezza dell’ONU approva la risoluzione 1973, «tutte le misure necessarie» per proteggere i civili in Libia, con l’esplicita esclusione di «una forza di occupazione straniera di qualsiasi forma». Bastano poche settimane perché l’operazione Unified Protector della NATO degeneri: la protezione dei civili diventa il veicolo, il regime-change la destinazione. Non arriva la democrazia, ma la frantumazione. Il manuale, del resto, Petraeus lo ha già scritto: l’esercito sostituisce lo Stato, in Libia come altrove.
Nello stesso 2011 Petraeus si toglie definitivamente la divisa. Diventa direttore della CIA. Un anno dopo, nel 2012, si dimette per uno scandalo personale. Dodici mesi a Langley gli bastano: il generale si occupa di droni: uccisioni mirate, signature strikes, bersagli scelti da analisti seduti davanti a uno schermo. Petraeus passa dal comandare divisioni al firmare liste di nomi. La guerra preventiva diventa operazione di polizia a distanza. Nel maggio del 2013 Petraeus cambia ancora abito, indossa il blazer dell’azionista del KKR, il fondo che investe in difesa e sicurezza.
2014, dopo il Maidan e l’annessione russa della Crimea, la NATO riattiva la logica della minaccia esistenziale: il vertice di Newport (settembre 2014) inventa la Very High Readiness Joint Task Force, pronta a intervenire in 48 ore, con basi in Polonia, Romania e nei Paesi baltici. Ma la Russia ha pronta una logica speculare e l’ha enunciata anni prima: il 10 febbraio 2007, alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco. Putin è stato chiaro: «L’espansione della NATO non ha alcuna relazione con le garanzie della sicurezza in Europa. Al contrario, rappresenta una seria provocazione che riduce il livello di fiducia reciproca». Due sicurezze nazionali, ciascuna esistenziale ai propri occhi, si scontrano da allora a oggi sul corpo dell’Ucraina, la guerra più intensa che l’Europa ha registrato dal 1945.
Yemen, 2014, l’Arabia Saudita e gli Emirati combattono contro gli Houthi sostenuti da Teheran. Le Nazioni Unite stimano (dato del 2025) che 19,5 milioni di yemeniti abbiano bisogno di assistenza, con centinaia di ospedali a rischio chiusura. La rete iraniana ha incassato colpi durissimi dopo il 7 ottobre 2023, ma Teheran continua a riarmare i suoi alleati. Petraeus, negli anni di KKR, quelle forniture non le ha firmate, ma il fondo per cui lavora investe nelle aziende che le producono.
Luglio 2025: alcuni analisti che seguono i tracciati di volo segnalano movimenti compatibili con la consegna di bombe nucleari B61-12 alla base RAF di Lakenheath, in Inghilterra. Le armi nucleari americane sono state ritirate dal Regno Unito nel 2008: il loro ritorno, documentato solo da osservatori indipendenti, coincide con l’escalation in Ucraina. Un mese prima Londra annuncia l’acquisto di 12 caccia F-35A a capacità nucleare; la Germania e il Belgio ne ordinano altri. La corsa agli armamenti, che una volta chiamavamo Guerra Fredda e che sembrava sepolta, è ormai la grammatica normale del sistema internazionale.
La modernità dell’orrore arriva fino all’algoritmo. Nell’aprile del 2024 la rivista +972 ha rivelato che Israele utilizza due sistemi di intelligenza artificiale (Lavender e Habsora) per individuare e colpire nemici. Lavender approva un bersaglio in venti secondi, spesso senza il controllo umano. Dal 7 ottobre 2023, il sistema ha compilato una lista di 37.000 persone etichettate come membri di Hamas, senza verificarne il profilo militare. Il nemico non si identifica più, si genera. Un funzionario delle Nazioni Unite ha detto: “Non contiamo più le guerre, contiamo le eccezioni”.
Non è deflagrata questa o quella guerra, è esplosa la logica preparata da un quarto di secolo. La spesa militare europea è cresciuta del 14% nel 2025, fino a 864 miliardi di dollari. Quella mondiale ha toccato i 2.887 miliardi, il livello più alto dal 2009 in rapporto al PIL globale. Sono numeri che si leggono in fretta e si dimenticano subito, ma dietro ogni miliardo c’è un ospedale, una scuola, una strada, una fornitura di cibo che non si faranno.
Tirate le fila guardando all’indietro e vedrete che i pezzi combaciano: la firma sul modulo del marzo 2026, le bombe di Lakenheath, l’algoritmo Lavender, la dichiarazione di Newport, la risoluzione 1973, il manuale di counterinsurgency, le fonti fabbricate dell’Iraqi National Congress, la National Security Strategy del 2002, Petraeus in Bosnia che ancora non sapeva chi sarebbe diventato, le parole di Bush quella sera di settembre del 2001. È un processo iniziato 25 anni fa: la militarizzazione della politica attraverso il linguaggio della sicurezza che autorizza l’eccezione. Dopo un quarto di secolo nessuno ricorda più quale sia la regola.
La politica internazionale non si scrive più con i trattati, ma con le sanzioni, i droni, i proxy, le alleanze militari, i moduli burocratici che sospendono il controllo dei parlamenti. E Petraeus, con il suo completo impeccabile, è l’uomo che ha attraversato tutte le stanze di questo palazzo senza mai uscirne: la divisa mutata in giacca, il fronte sostituito dal board, la guerra trasformata in modulo. Sempre, in fondo, nella stessa stanza.

