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Volti oscurati e voci alterate, sul tetto di un grattacielo di Tel Aviv, uno dei tantissimi, circa una ventina di soldati israeliani coinvolti nelle operazioni di intelligence e data science dell’esercito su Gaza raccontano a un giornalista, nel buio della notte, in cosa è consistito il loro “lavoro”, cosa hanno fatto, quante persone hanno ammazzato o permesso che venissero ammazzate maneggiando algoritmi, dati e interfacce digitali.
Parlano di come attraverso i sistemi di intelligenza artificiale Lavander e Where’s daddy sono riusciti ad avere una mappa precisa delle abitazioni e degli edifici di Gaza. Grazie ai telefoni, hanno spiato tutti i singoli abitanti di Gaza, guardato fra le fotografie dei bambini, ascoltato le loro conversazioni.
Where’s daddy? funziona rilevando dalle conversazioni quando vengono pronunciate le parole “papà”, “ritorno”, “casa”, magari da una bambina che parla con la mamma. E in base a quelle, decidere quando colpire tutto l’edificio, facendo fuori intere famiglie. Ammazzando quella bambina, quella mamma. Sono NAZA: vittime collaterali. Le persone sacrificabili.
Le famiglie vivono in un edificio in cui forse, chissà, potrebbe trovarsi un membro junior di Hamas? Distruggiamo tutto l’edificio. Fra un padre e un figlio, un neonato e un adulto, non c’è nessuna soluzione di continuità per i soldati israeliani. L’ordine è “ucciderli”. Per un solo miliziano di Hamas, si può arrivare a colpire anche 500 “NAZA”. Tanto lo ha detto Isaac Herzog, “non esistono innocenti a Gaza”.
“È come un videogame”, dice un soldato. Uccidere divertendosi. Tutto a distanza, senza versare una goccia del proprio sangue. Sparare alle persone mentre corrono verso gli aiuti umanitari, verso il cibo. Sparare da molto lontano, ben protetti.
I soldati israeliani ingaggiati nel genocidio dei palestinesi sono incredibilmente vigliacchi, e non sanno di esserlo. Non si fermano per un momento a pensare che è il potere di ammazzare senza poter essere a propria volta ammazzati, a conferirgli tutta quell’eccitazione. Non è l’adrenalina del soldato, è la dopamina del violento. Non è una guerra, quella in cui sono ingaggiati, e lo sanno benissimo. È un genocidio, ammette un soldato fra gli intervistati. In modo secco, lo dice senza rimorso, lo accetta. Oltre che un genocidio, è terrorismo di Stato. Più che soldati, il loro incarico è quello di terroristi di Stato. Lo si comprende molto bene da una interessante clip che a un certo punto del film compare, in cui un giovane Netanyahu, presentando un suo libro sul terrorismo (Terrorism: How the West can win, del 1986), espone cosa esso sia sciorinando l’elenco completo delle azioni che Israele sta oggi commettendo a Gaza.
I soldati israeliani sono vigliacchi anche perché agiscono nella piena consapevolezza di essere impuniti. Non temono la legge internazionale, né lo Stato di diritto, semmai temono la legge militare israeliana, di essere accusati di tradimento per il solo fatto di aver parlato con un giornalista. Per questo motivo parlano solo dietro la garanzia dell’anonimizzazione.

Alcuni di loro vengono dalla società d’élite di Tel Aviv, lavorano per i settori più ambiti dell’esercito. Altri sono nell’ufficio dell’intelligence politica di Netanyahu, e hanno un compito ben preciso: impedire qualsiasi azione diplomatica efficace da parte palestinese. Sabotarle tutte, ricattare e minacciare i funzionari e i magistrati che possono perseguire gli israeliani per crimini di guerra, impedire che il processo dell’Aia possa andare avanti, e impedire che i palestinesi trovino una qualsiasi sponda politica.
Netanyahu cerca l’annientamento, ed è perché cerca l’annientamento che ha lasciato accadere il 7 ottobre, amplificandone gli effetti distruttivi intenzionalmente, e ha stroncato, con la complicità degli Stati Uniti, qualsiasi possibilità di negoziazione per la liberazione immediata degli ostaggi, come è emerso dall’inchiesta dei due giornalisti di Haaretz Shlomi Eldar e Ruth Yuval salita recentemente agli onori delle cronache.
Israele cerca l’annientamento perché lo può ottenere. Il livello di controllo tecnologico e fisico sul territorio palestinese e tutto ciò che si muove all’interno di esso conferisce all’apparato di Stato un potere letterale di vita e di morte su tutti gli abitanti. Un potere utilizzato, rivendicato e praticato con gusto e convinzione, perché “la mia è la prospettiva israeliana” come dice un soldato a un certo punto e la prospettiva israeliana non contempla l’esistenza di un Altro palestinese. O di un Altro tout court. La stessa prospettiva, oltre che la stessa capacità di annientamento basato sulla sorveglianza a distanza e sulla possibilità di attaccare letalmente a distanza, è stata usata anche sui libanesi, non solo sui palestinesi. E domani, chissà contro quali altri popoli potrebbe essere rivolta.
“Vedo ancora i nazisti come il male, ma io cosa sono, allora?”
È la medesima logica del nazismo, indistinguibile da essa, e i soldati israeliani lo sanno. Uno dice, a un certo punto, sono stato in Polonia, mi sono sempre chiesto come abbiano potuto i nazisti fare quello che hanno fatto. Adesso lo so, confessa. “Vedo ancora i nazisti come il male, ma io cosa sono, allora?”
Il film, firmato Yuval Abraham e Rachel Szor – già coautori di No Other Land premiato con l’Oscar nel 2025, insieme ai due autori palestinesi Basel Adra e a Hamdan Ballal – è prodotto dal Guardian e dal regista Jonathan Glazer, autore de La zona d’interesse. Si basa in larga parte sulle inchieste già condotte da Abraham per il magazine israeliano +972, insieme a Local Call e al Guardian stesso, sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale per il genocidio.
Durante la proiezione ufficiale ha ricevuto più di 20 minuti di applausi. Aver ammesso NAZA nel concorso principale di Venezia 83 è una dichiarazione politica inequivocabile per la Mostra del Cinema e per i suoi organizzatori. La dichiarazione che Israele è uno Stato terrorista, organicamente e strutturalmente tale. Uno Stato in cui dai vertici del governo fino all’ultimo dei soldati l’intera “struttura” in cui bisogna credere è quella dell’annientamento di qualsiasi possibilità di esistenza, giustizia e pace per uno Stato palestinese e per la sua gente, e dell’uccisione impunita e vigliacca di quanti più palestinesi possibili.
Rimane solo un rammarico. Il contraltare perfetto a NAZA è Citizen Osama, il documentario sulla vita del giornalista di Gaza Al Mowaten Osama. È il film che mostra dal lato palestinese, in piena luce, tutto ciò che i soldati israeliani raccontano nelle tenebre in NAZA. Né Osama, né il regista del film Ahmed Hassouna hanno potuto essere presenti a Venezia a presentarlo. Diversamente da Abraham e Szor, non hanno potuto godere di alcuna standing ovation, non hanno potuto ricevere il calore del pubblico, e non hanno ottenuto neanche il giusto riconoscimento di vedere la bandiera palestinese sventolare fra quelle del Lido, perché la bandiera non è stata ammessa.
La storia è la stessa, i due punti di vista, le prospettive da cui la si racconta sono ben differenti. E ce n’è una che, per quanto atroce, per quanto sia quella dei carnefici, da questa parte del mondo continuiamo a privilegiare rispetto all’altra, battersi per far risaltare la quale con la stessa dignità rimane, evidentemente, molto meno interessante e premiante.
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Articolo aggiornato l’11 settembre alle ore 7.45


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