venerdì 12/06/2026, 18:52
Logo Kritica

Segui Kritica su Google

Aggiungi Kritica tra le tue fonti preferite.

Segui

Era il 21 giugno 2024 quando lo storico edificio del Silos di Trieste, a pochi passi dalla stazione centrale, veniva sgomberato. Oggi che entra in vigore il nuovo Patto europeo sulle migrazioni e asilo, il ricordo di chi lì ha trovato un rifugio rimane vivo. Per anni, quel rudere abbandonato aveva rappresentato l’ultimo riparo di fortuna per centinaia di migranti appena giunti al termine della logorante rotta balcanica. Oggi è vuoto, ma a Trieste continua ad aleggiare una precarietà invisibile che spinge le persone a dormire per strada, tra le aree portuali del Porto Vecchio e le zone limitrofe alla ferrovia. Ismail, mediatore culturale con un vissuto migratorio alle spalle, ricorda bene quel tempo: “C’è stato un periodo in cui avevo contato circa 500 persone dormire al Silos, ma oggi la situazione è diventata più drammatica rispetto agli anni scorsi. Dopo l’emergenza Covid molte persone si sono riversate in strada e faticano ad accedere ai servizi essenziali”.

L’obiettivo è dissuadere

Per Alessandro Papes, referente dell’associazione umanitaria International Rescue Committee di Trieste, l’inasprimento della crisi è alle porte: “Il vero obiettivo non è accogliere, il vero obiettivo è ridurre il flusso, dissuadere”, afferma guardando all’orizzonte normativo del Nuovo Patto Europeo sulla migrazione e l’asilo. “Per come sono scritti i regolamenti – prosegue -, l’obiettivo principale sono confini più sicuri, l’aumento dei tassi di rimpatrio ed evitare i movimenti secondari delle persone. Sono tutti obiettivi che partono da un presupposto: limitare al massimo il numero di arrivi in Europa. Addirittura, non c’è neanche un obiettivo che mira a rendere più efficiente il sistema”.

Eppure, la percezione del nostro Paese resta, per molti, legata a un’immagine di accoglienza: “Siamo ancora un paese di destinazione perché l’Italia è sentito ancora un Paese solare, accogliente, ospitale nonostante non sia sempre così”, spiega Papes. “I richiedenti asilo che arrivano qui non riescono a inserirsi subito nel sistema di accoglienza perché aspettano mesi prima di riuscire a entrare. Il sistema è saturo, ma non c’è nessun presidio pubblico istituzionale di primo supporto di emergenza”.

Sulle spalle delle associazioni

Così, a colmare quel vuoto sono quasi esclusivamente le realtà legate all’associazionismo. “Tutto quello che le persone a Trieste ricevono – stiamo parlando di cibo, vestiario, cure mediche, informazioni legali, accompagnamenti verso i servizi, anche la Questura, accompagnamenti verso le cliniche mediche – sono tutti gestiti dal terzo settore”, sottolinea il referente IRC. “Gli unici dormitori in cui i migranti appena arrivati trovano un riparo, e solo alcuni di loro, sono quelli gestiti completamente dalle associazioni e non dallo Stato o dal Comune. Intorno, per fortuna, c’è anche una rete di supporto che coinvolge tanti cittadini, non solo triestini”.

“C’è chi chiede vestiti, chi chiede scarpe, e chi chiede come lavarsi – racconta Ismail con voce cupa -. Insieme ai volontari che sono presenti ogni giorno cerchiamo di facilitare questi bisogni materiali, per esempio, lavando i vestiti insieme, ma non solo. Si creano anche momenti di socialità, andiamo a giocare al centro, chiacchieriamo e magari facciamo anche una corsa”.

Gli ostacoli della Questura

Dietro questa carenza di servizi, secondo Papes, si cela una precisa volontà politica: “La problematica vera è che si tende a non gestire il fenomeno degli ingressi affinché le persone se ne vadano. Questo accade perché essendo il Friuli una frontiera interna all’Unione Europea, è meno presidiata rispetto alle altre frontiere esterne”. A Trieste si contano tra i 12-15.000 ingressi all’anno, “non sono numeri da capogiro – puntualizza Papes -. Secondo noi, sarebbero numeri gestibili se ci fosse un impegno pubblico concreto, nel senso che dovrebbe esserci un centro di primissima accoglienza gestito dal pubblico assieme alle associazioni, solo che è una questione politica e non si vuole fare, non c’è margine di discussione su questo”.

Il nodo gordiano è rappresentato dalla formalizzazione della domanda d’asilo. “La Questura ha l’obbligo di registrare le domande entro 3 giorni, mentre la Prefettura ha l’obbligo di collocare le persone nel momento in cui manifestano l’intenzione di chiedere asilo. In realtà non accade nessuna di queste due cose”, afferma Gianfranco Schiavone, presidente del Consorzio Italiano di Solidarietà-Ufficio Rifugiati e membro del direttivo di ASGI. Senza la formalizzazione della domanda di asilo, il cosiddetto ‘invito’, “le persone non possono entrare nei campi, anche lo volessero, e quindi comunque hanno una barriera a monte; finché non la sorpassano, rimangono in strada – prosegue Papes -. Il problema è che la Questura non risponde mai e nonostante vari solleciti, sta alzando un muro sempre più alto anche nei confronti delle associazioni”.

Per Schiavone si tratta di un’inerzia “colpevole” con finalità precise. “La prima è la deterrenza affinché le persone che non riescono ad accedere al diritto di presentare domanda d’asilo vengono spinte ad andare via. Parliamo di un ritardo non inferiore alle 3-4 settimane e con picchi di due mesi o periori. L’obiettivo è diminuire il carico assistenziale”. Il secondo obiettivo, aggiunge, “è creare disagio sociale e tensione: nell’abbandonare centinaia di persone in strada, è evidente che si crea allarme, degrado e violenza. Sono fenomeni prevedibili persino da un cittadino qualsiasi; chi ha compiti di gestione dell’ordine pubblico non può dire di non immaginare. È come se si volesse far esplodere una bomba utilizzata poi strumentalmente nella propaganda politica più dura, indicando negli stranieri un fattore di degrado. In realtà, è un degrado istituzionale, perché sono le istituzioni che hanno creato la situazione, non le persone. Questo iter farraginoso non può essere giustificato né dalla complessità amministrativa che non c’è, né dai numeri che non ci sono”.

Al momento, il sistema d’accoglienza si trova in una fase di transizione sospesa. “Siamo ancora sotto le direttive europee – ricorda il referente IRC – che, in realtà, non prevedono un sistema unico di asilo in Europa. Le differenze nella gestione e nell’implementazione sono ancora ad appannaggio degli Stati. E quindi ci sono grossissime differenze sui tassi di riconoscimento, magari una stessa persona ottiene la protezione in un Paese e in un altro no. Ma dal 12 giugno con il Nuovo Patto Europeo non sarà più così e teoricamente verrà adottato un sistema unico”.

La via italiana della severità

La Direttiva europea lascia agli Stati membri un certo margine di manovra su come gestire l’accoglienza e le sanzioni per chi non collabora. L’Italia, tuttavia, ha deciso di adottare la linea più severa. L’obiettivo ufficiale, contenuto sia a livello europeo che nel disegno di legge 1869 presentato al Senato, è contrastare quello che viene definito l’”abuso” della richiesta d’asilo da parte dei cosiddetti migranti economici.

Per farlo, il governo punta su alcune misure restrittive, come la possibilità di assegnare i richiedenti asilo a aree specifiche per monitorare costantemente ogni movimento dei migranti sul territorio. Inoltre, l’Italia ha scelto di accelerare le procedure di espulsione anche per i minori non accompagnati e di abbassare da 21 a 19 anni l’età limite per accedere ai percorsi di accoglienza e integrazione assistita.

In questo quadro, la Commissione europea ha presentato un Piano comune di attuazione nel giugno 2024. Gli Stati membri hanno il compito di preparare i propri Piani nazionali di attuazione entro dicembre 2024, con l’obiettivo di essere pronti per l’applicazione completa della legislazione entro il 2026, ma come rivela Papes: “La situazione che si prospetta è destinata a peggiorare – avverte -. L’Italia non ha mai pubblicato i propri piani nazionali di implementazione, agisce nella segretezza e le prefetture locali pure”. Le richieste delle associazioni si muovono dunque per ottenere aggiornamenti dalle prefetture locali, “ma non danno nessun tipo di riscontro sul fatto di reperire nuove strutture, nuovi hub, nuovi centri per i rimpatri. C’è una generale opacità del processo, nonostante questo sia contro le linee guida europee che dicono che ci debba essere la partecipazione attiva degli enti del terzo settore”.

Quello che avverrà con il Nuovo Patto europeo, secondo Schiavone, “è una miscela esplosiva in cui conviveranno la strategia attuale di abbandono delle persone in strada e l’applicazione, a chi riuscirà ad accedere alla procedura di asilo, di misure più restrittive e meno garantiste”. Un mix di elementi che definisce “assolutamente inquietante”. “È giusto lottare per i diritti di tutti – conclude Ismail -. I diritti umani sono stati ottenuti grazie alle varie lotte e guerre, per questo è fondamentale non abbassare la guardia e continuare a monitorare. Il concetto di fare questo lavoro è anche politico, è una scelta politica per stare qua, in prima linea”.


© Kritica – Riproduzione parziale consentita per non più di metà articolo, citando la fonte e inserendo il link all’inizio.

CREDITI FOTO: ANSA/Micol Brusaferro

Autori

  • JESSICA PERRA

    Giornalista d'inchiesta indipendente, scrive soprattutto di criminalità, potere e politica nelle sue diverse forme. Collabora con L'Espresso, Domani, IrpiMedia, Altreconomia, Wired, Citynews e InsideOver.

  • TITTI VICENTI

    Giornalista d'inchiesta, indaga strutture del potere e fragilità sociali, cercando di decodificare il presente attraverso le storie di chi vive ai margini. Ha scritto reportage e inchieste su sistema carcerario, diritto alla salute e disparità nell'accesso alle cure. Collaboro con L'Espresso, Domani, Confronti, Tpi.

Resta in contatto

Ricevi gli aggiornamenti direttamente sul tuo smartphone.

Se hai apprezzato questo articolo o ti è parso interessante, sostieni il nostro lavoro con un contributo libero. Grazie!
Leave A Reply