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Sulla linea di confine tra Bosnia e Croazia, nei pressi della cittadina di Bihać, ogni giorno decine di migranti tornano con i segni sul corpo lasciati dalle percosse della polizia croata. «Eravamo una quarantina di persone, abbiamo attraversato il confine e siamo stati circondati dalle autorità croate», racconta S.Q., ragazzo somalo di 24 anni. «Hanno iniziato a picchiarci tutti, poi ci hanno fatto togliere le scarpe», afferma, mentre mostra i piedi martoriati dalle ore passate scalzo nella foresta. «Ci hanno impedito di chiedere asilo, nonostante ne avessimo espresso la volontà». Con lui, circa venti connazionali tra cui tre minori.

«Ci hanno riportati al fiume che segna il confine con la Bosnia, e mi hanno tenuto la testa sott’acqua ripetutamente, dicendomi che così mi sarebbe passata la voglia di venire in Europa», racconta invece P.P., bengalese che ha tentato di attraversare il confine e si è ritrovato, insieme ad altri dieci connazionali circa, a condividere il respingimento insieme al gruppo somalo.

La notte tra il 22 e il 23 maggio queste quaranta persone hanno subito un respingimento collettivo, violento, e gli è stato negato di presentare domanda di protezione internazionale.

Con queste pratiche, che avvengono quotidianamente – due giorni prima la stessa sorte era toccata a undici migranti sudanesi – la polizia di frontiera croata viola la Convenzione di Ginevra (articolo 33) e la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, che all’articolo 19 vieta espressamente i respingimenti collettivi, ribadendo la singolarità e individualità delle domande d’asilo.

Cosa dicono l’articolo 33 della Convenzione di Ginevra e l’articolo 19 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea?

L’articolo 33 della Convenzione di Ginevra sullo status dei rifugiati, del 1951, interviene sul divieto di espulsione o di respingimento (refoulement).

L’articolo 19 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea vieta espressamente le espulsioni collettive.

GIRA LA CARTA PER LEGGERE I TESTI

Articolo 33 della Convenzione di Ginevra

1. Nessuno Stato contraente potrà espellere o respingere (refouler) – in nessun modo – un rifugiato verso le frontiere dei luoghi ove la sua vita o la sua libertà sarebbero minacciate a causa della sua razza, della sua , della sua nazionalità, della sua appartenenza ad una determinata categoria sociale o delle sue opinioni politiche.

2. Il beneficio di detta disposizione non potrà tuttavia essere invocato da un rifugiato per il quale vi siano gravi motivi per considerarlo un pericolo per la sicurezza dello Stato in cui si trova, oppure da un rifugiato il quale, essendo stato oggetto di una condanna già passata in giudicato per un crimine o un delitto particolarmente grave, rappresenti una minaccia per la di detto Stato.

Articolo 19 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea – Protezione in caso di allontanamento, di espulsione e di estradizione

1. Le espulsioni collettive sono vietate.

2. Nessuno può essere allontanato, espulso o estradato verso uno Stato in cui esiste un rischio serio di essere sottoposto alla pena di morte, alla tortura o ad altre pene o trattamenti inumani o degradanti.

Norme fondamentali che non sono state modificate dal nuovo patto europeo sull’immigrazione; il quale, in ogni caso, non era valido quando è avvenuto il respingimento, essendo entrato in vigore lo scorso 12 giugno. Le porte dell’Europa restano così, illegalmente, chiuse per i rifugiati che bussano, subendo una, due, tre volte la stessa procedura. A.D., ragazzo algerino di 19 anni, è stato respinto ventitré volte prima di riuscire ad arrivare in Slovenia e depositare la sua richiesta. 

Sudanesi su muretto: Migranti riuniti fuori dal campo di Lipa, Bihać, Bosnia. © Giovanni Morgavi

«Oltre alle percosse le persone in movimento raccontano l’uso di spray al peperoncino e taser, di cani sguinzagliati, e spesso ne riscontriamo i morsi sulla loro pelle, e di furto di telefono, passaporto e soldi», spiega Silvia Maraone, coordinatrice dei progetti in Bosnia per l’Ong Ipsia. «Nonostante siano ormai anni che queste pratiche sono rese note da report, sia delle Nazioni Unite che delle Ong, dai giornali e dalle testimonianze dirette, la polizia croata continua a sostenere che i migranti si picchiano tra di loro, e dall’Unione Europea non arrivano misure per fermare tutto ciò», conclude Maraone.

Così, le persone in movimento rimangono nel limbo bosniaco per mesi, a volte anni, fantasmi non riconosciuti da nessuno che abitano le case abbandonate e Lipa camp, l’unico centro di accoglienza temporanea del confine. La struttura si trova a 23 km da Bihać – il centro abitato più vicino – intorno a sé ha solo il bosco, nessun servizio di trasporto. Lontano dagli occhi cittadini i migranti attendono la prossima occasione per arrivare in Europa.

Migranti somali appena respinti dalla polizia croata riposano in una casa abbandonata lungo il confine bosniaco – © Giovanni Morvavi
Migranti escono da una casa abbandonata al confine tra Bosnia e Croazia, dopo aver subito un respingimento © Giovanni Morgavi

La violenza dei respingimenti spesso costa anche la vita: molti muoiono di freddo, quando tentano il «Game» d’inverno (così è chiamato il passaggio di confine verso l’Europa), o cercando di attraversare il fiume Korana. A simboleggiare le morti sulla rotta, il cimitero di Bihać ha accolto i loro corpi accanto a quelli dei martiri della guerra balcanica, trent’anni di storia che respirano dallo stesso terreno: le monumentali tombe dei caduti ora specchio delle lapidi ignote delle persone in movimento. «In memoria di tutti i rifugiati e dei migranti, i cui sogni sono morti insieme a loro nella ricerca di una vita migliore», si legge sulla targa dietro cui si stagliano le pietre tombali.

Cimitero di Bihać – © Giovanni Morgavi

Per chi arriva a piedi, e si presenta alla frontiera chiedendo l’applicazione del diritto internazionale, non rimane altra possibilità che rivolgersi ai trafficanti, unica via che permette di passare la Croazia e arrivare in paesi UE che garantiscono la registrazione delle domande d’asilo. È credenza diffusa tra i migranti, infatti, che i Paesi d’arrivo della rotta – scelti dalle persone in movimento principalmente tra Italia, Francia e – permettano di presentare richiesta di protezione internazionale.

«Sono andato ogni mattina davanti alla per ventitré giorni consecutivi, non sono mai riuscito a entrare», racconta Zain Ali, pakistano di 27 anni che si è stabilito a Trieste, dove sta cercando senza successo di presentare richiesta d’asilo allo Stato italiano.

La prima PEC alla Questura, mandata dallo studio legale ICS per esprimere la sua volontà di chiedere la protezione internazionale, risale al 29 aprile. La seconda, firmata da Ali e spedita nuovamente all’ufficio di Trieste, al 14 maggio. Il primo giorno in cui si è presentato gli è stato chiesto se avesse con sé il passaporto, «ma, come succede a molti lungo la rotta, gli è stato rubato. Per questa ragione non è stata registrata la sua domanda, ma è un illecito: non può essere motivo di rigetto, va presa in carico lo stesso semplicemente specificando che non è in possesso del passaporto», spiega Gianfranco Schiavone, giurista del capoluogo friulano e presidente di ICS. E ancora: «Questa è un’operazione che si vede spesso, il problema è soprattutto che, non registrandoli, non lasciano traccia burocratica di tutto ciò».

Trieste. Due migranti nepalesi mostrano le condizioni di marginalità in cui sono costretti a vivere in attesa di ottenere asilo. © Giovanni Morgavi
Trieste. Due migranti nepalesi mostrano le condizioni di marginalità in cui sono costretti a vivere in attesa di ottenere asilo. © Giovanni Morgavi
Alloggio di fortuna della comunità nepalese in un magazzino abbandonato nel Porto vecchio di Trieste. © Giovanni Morgavi
Alloggio di fortuna della comunità nepalese in un magazzino abbandonato nel di Trieste. © Giovanni Morgavi

La storia di Zain Ali è lo specchio di tutte le storie ai margini di Trieste, i giri di vite delle persone in movimento che tentano di emergere ed esistere per lo Stato, venendo nuovamente invisibilizzati. «Di fatto vengono forzati nell’irregolarità, gli viene impedito di accedere al processo giuridico volto a determinare se hanno o meno diritto alla protezione internazionale, e quindi sono interdetti dalla possibilità di uscita dalla clandestinità», continua Schiavone. E ancora: «Tra l’altro tutto ciò viola le normative in materia di diritto d’asilo, che impongono alle autorità competenti di registrare la domanda entro tre giorni dall’ingresso nel paese, e di fatto questo non avviene».

Anche le modalità di gestione delle richieste d’asilo impedisce di stabilire una priorità temporale volta a garantire il limite dei tre giorni: un funzionario dell’ufficio immigrazione della Questura di Trieste, infatti, si presenta davanti alla fila e chiama per paese d’origine. Chi proviene dal paese nominato alza la mano, e il funzionario sceglie casualmente chi ha diritto ad entrare, dando priorità a donne e famiglie. Non viene verificato da quanto siano presenti in Italia, e spesso non vengono chiamati tutti i paesi di provenienza delle persone in fila, a cui non è concesso di parlare e farlo presente. 

La città di Trieste, in più, non ha centri d’accoglienza se non quelli ad alta rotazione – gestiti principalmente da ICS in collaborazione con altre associazioni laiche e religiose – che però offrono ospitalità solo per poche notti. «Questo crea una situazione di grave abbandono istituzionale nei confronti dei richiedenti asilo, che trovano riparo in alloggi di fortuna come il silos», sgomberato nel giugno 2024, «o nei magazzini al vecchio.

Nell’estate 2024 abbiamo visto un picco di oltre cinquecento persone che vivevano per strada», racconta Schiavone. «Se guardiamo al fenomeno migratorio in sé, che tra l’altro va avanti da anni, a Trieste ci sarebbero da gestire al massimo una ventina o trentina di domande d’asilo al giorno, nei periodi estivi dove gli ingressi raggiungono le vette massime», spiega il giurista. «Non è accettabile, ed è anche inverosimile, che uno Stato non sia in grado di gestire un fenomeno del genere.

La mancata gestione non dipende dal numero ma da una volontà politica: trenta persone ogni giorno diventano trecento in dieci giorni, e si crea un problema di ordine pubblico e umanitario evidente alla popolazione locale». Così, si crea una percezione di «invasione, e di allarme sociale. La sensazione è che questo sia l’obiettivo politico: creare un’emergenza artificiale, unito a quello di rallentare la procedura e rendere sempre più difficili le condizioni di vita per disincentivare i flussi migratori, penalizzando però chi ha e avrebbe effettivamente diritto d’asilo», conclude Schiavone. 

Il risultato, infatti, sono centinaia di persone costrette a vivere in magazzini ed edifici abbandonati, senza accesso ai servizi come l’acqua calda, i bagni, delle condizioni igieniche e cliniche dignitose; e, soprattutto, un esercito vulnerabile allo e al nero, senza tutele. 


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CREDITI FOTO: Giovanni Morgavi

Autore

  • Annaflavia Merluzzi

    Giornalista freelance. Specializzata nelle aree Africa e MENA, presta particolare attenzione alla copertura di conflitti e movimenti sociali, oltre che alle lotte per i diritti umani.

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