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Il 19 maggio scorso, l’Ufficio per il Controllo dei Beni Esteri () del Dipartimento del Tesoro degli ha pubblicato un comunicato stampa con il quale ha dichiarato di aver preso “provvedimenti contro quattro individui associati alla flottiglia filo-Hamas organizzata dalla Conferenza Popolare dei Palestinesi all’Estero (PCPA), che sta tentando di accedere a Gaza a sostegno di Hamas”. Il comunicato OFAC in questione ha emesso un nuovo pacchetto di sanzioni contro le quattro persone affiliate alla Flotilla diretta a Gaza, fra cui figura anche Saif Hashim Kamel Abukishek, membro spagnolo della Conferenza Popolare per i Palestinesi all’Estero e portavoce della Global Sumud Flotilla, la cui inclusione nella lista nera è avvenuta proprio a seguito del suo rapimento in acque internazionali – al largo della Grecia – da parte dell’entità sionista. 

Parallelamente, il 3 giugno Israele ha diffuso un rapporto del Ministero israeliano per gli Affari della Diaspora che accusa quattro ONG spagnole di aver dirottato fondi verso organizzazioni palestinesi. Fra queste c’è , la delegazione spagnola della Coalizione della Freedom Flotilla. Il rapporto israeliano segnala oltre 40 organizzazioni operanti nel Regno Unito, in Francia, Spagna e Paesi Bassi, le quali avrebbero raccolto fondi tramite piattaforme di crowdfunding, bonifici bancari e varie applicazioni di pagamento e criptovalute, mascherando il tutto come aiuti umanitari e donazioni di beneficenza.

I due documenti – comunicato dell’OFAC statunitense da una parte, rapporto israeliano dall’altra – si riferiscono alle stesse strutture (Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina/Samidoun, Conferenza Popolare per i Palestinesi all’Estero, Flotilla) ma non si limitano a sovrapporsi, si completano: la differenza è che mentre gli USA colpiscono le figure individuali, Israele colpisce le organizzazioni. Entrambi citano la Flotilla come punto di convergenza, fisico e simbolico: il nodo che tiene insieme le reti che vogliono colpire.

La nel mirino

Due documenti che parlano delle stesse reti e della stessa Flotilla. Non è una coincidenza: Difficile non pensare, perciò, che si tratti di una campagna coordinata tra Israele e USA per criminalizzare il sostegno alla Palestina in . Una campagna che vede in particolare la Spagna nel mirino. Anche questa non è una coincidenza: sin dal riconoscimento dello Stato palestinese e il sostegno alla causa davanti alla Corte Internazionale di Giustizia, il governo Sánchez si è posto come una spina nel fianco per Israele e per l’amministrazione Trump. Accusare le ONG spagnole significa mandare un messaggio al governo, non solo alle associazioni. Lo stesso rapporto israeliano lo ammette esplicitamente, definendo la Spagna una “base conveniente” per le attività delle organizzazioni pro-palestinesi. 

In Italia, invece, nonostante l’assenza di un report ufficiale israeliano a darne il via, è stata la magistratura locale – la Procura della Repubblica di Genova – ad avviare in autonomia l’inchiesta. Dalle indagini sui presunti finanziamenti a Hamas sono quindi scaturiti, nel dicembre 2025, gli arresti di diversi attivisti fra cui , presidente dell’Associazione dei Palestinesi in Italia.

Collegamenti artificiosi e pretestuosi

Sia il comunicato OFAC sia il rapporto israeliano non presentano prove di finanziamento diretto a operazioni militari, ma mettono sotto accusa le catene di collegamento: nel caso delle ONG, per esempio, le si accusa di finanziare entità che, a loro volta, finanziano altre organizzazioni.  

Il rapporto israeliano cita per esempio la filiale spagnola della ONG britannica Human Appeal,  già messa fuori legge in Israele nel 2008 per presunti legami finanziari con la Union of Good, definita come il principale canalizzatore di fondi caritatevoli verso Hamas. 

La Flotilla, invece, viene attaccata attraverso la delegazione spagnola della Freedom Flotilla Coalition – Rumbo a Gaza – e il suo operatore, Unadikum. In questo caso, Israele collega i fondatori dell’organizzazione, l’ex eurodeputato Manu Pineda e l’attivista Daniel Lobato, a figure chiave come Ismail Haniyeh (leader politico di Hamas, assassinato da Israele), alla rete televisiva iraniana HispanTV e all’ONG turca IHH. Israele considera quest’ultima un’organizzazione terroristica a causa del suo legame con la già citata Union of Good.

Tuttavia, queste affermazioni non reggono neanche a un’analisi superficiale: Daniel Lobato non è né fondatore né membro di Unadikum, e i presunti collegamenti con Haniyeh, HispanTV e IHH sono del pari privi di qualsiasi base fattuale. L’accusa si fonda quindi su attribuzioni arbitrarie, senza riscontri provenienti né da flussi di fondi, né da altro tipo di legame di valenza penale..

Se si trova a Gaza, è “Hamas”

Una terza organizzazione – Paz con Dignidad – avrebbe trasferito 759.510 euro prima di agosto 2025 al complesso ospedaliero di Gaza Al-Awda. La natura dell’accusa, in questo caso, risiede nella definizione di Al-Awda: il rapporto lo descrive come il “ramo sanitario di Hamas”, nonostante sia noto come l’unico ospedale a carattere laico e indipendente nella Striscia di Gaza: il finanziamento a un’entità sanitaria viene equiparato automaticamente al sostegno all’apparato bellico.

Infine, l’esempio più lampante della logica per associazione è quello dell’Asociación Al Quds: l’accusa scaturisce dal fatto che il direttore di una delle entità destinatarie dei fondi di Al Quds, il Centro Palestinese per i Diritti Umani (PCHR), è stato condannato da un tribunale israeliano per appartenenza a Hamas. Non viene citata alcuna cifra di denaro dirottato, né un atto armato specifico; la sola connessione con un individuo condannato – da tribunali peraltro noti per l’arbitrarietà con cui giudicano i palestinesi – è sufficiente per incriminare l’intera organizzazione di solidarietà.

Oltre alla natura indiretta delle prove, il rapporto criminalizza un aspetto operativo: a differenza di altri paesi europei che si affidano al crowdfunding, le ONG spagnole accusate utilizzano prevalentemente carte di credito, bonifici bancari e app di pagamento come Bizum o . Questa tracciabilità, paradossalmente, viene usata per accusare la Spagna di essere una base comoda per le attività delle organizzazioni filo-palestinesi, sia per la raccolta fondi che per la promozione di punti di vista anti-israeliani. La normalità e regolarità delle transazioni finanziarie diventa un elemento di sospetto.

In sostanza, il rapporto israeliano non nasconde la motivazione politica che lo muove. Afferma esplicitamente che il governo di Pedro Sánchez ha reso la Spagna la base per le attività del movimento pro-palestinese; ammette l’assenza di prove concrete, basando le sue accuse su una presunta opacità gestionale – ma la argomenta con l’uso di strumenti trasparenti di raccolta fondi (!) – e su una rete di associazioni che, pur essendo politicamente sgradite, non presentano alcun nesso diretto con attività terroristiche: “I risultati indicano una grave lacuna in termini di trasparenza”, si legge nel rapporto. “Sebbene il pubblico possa visualizzare la campagna di donazioni e le modalità di pagamento, nella maggior parte dei casi non può sapere come il denaro venga trasferito, chi siano gli intermediari e quale sia la sua destinazione finale all’interno della Striscia di Gaza”. Si criminalizza quindi l’incertezza e la complessità delle reti di solidarietà. Andando al sodo, Israele considera come una prova di colpevolezza il fatto che non sia Israele stesso a controllare, fino all’ultimo centesimo, dove vanno a finire i soldi. 

Le quattro organizzazioni accusate hanno risposto con un comunicato congiunto, respingendo le accuse come prive di qualsiasi base probatoria, sia essa documentale, giudiziaria, amministrativa o finanziaria. Denunciano di non aver ricevuto alcuna richiesta di contraddittorio da parte di Israele o dei che hanno diffuso le accuse, sottolineando come la riproduzione acritica di affermazioni tanto gravi da parte di agenzie e testate costituisca essa stessa un elemento della campagna di lawfare

Il corto circuito nell’asse USA-Israele

Basta prestare un poco di attenzione per scoprire acute contraddizioni in questo girotondo di accuse. Per esempio, il comunicato del Dipartimento del Tesoro che sanziona gli organizzatori della Flotilla rimanda alle “linee guida supplementari per la fornitura di assistenza umanitaria” emesse nel 2023 dallo stesso OFAC. Tali linee riconoscono esplicitamente alcuni principi contrari alla logica utilizzata sia dagli USA sia da Israele per sanzionare Abukishek e gli altri.

Il primo principio riguarda i fondi che raggiungono incidentalmente membri di gruppi sanzionati. L’OFAC ammette che “in ambienti pericolosi e instabili, alcuni aiuti umanitari possono inavvertitamente finire nelle mani di membri di un gruppo sanzioonato” e che “tali benefici incidentali non sono oggetto di enforcement“, ovvero non sono perseguibili. È esattamente la catena indiretta usata contro Al Quds, nella quale i fondi dell’associazione malagueña Paz con Dignidad raggiungono il PCHR, che opera in una Striscia di Gaza sotto controllo Hamas. Secondo le stesse regole del Tesoro americano, questo non costituisce una violazione. 

Il secondo principio è ancora più diretto: le ONG non americane non rischiano sanzioni USA per aver facilitato transazioni che rientrano nelle categorie umanitarie autorizzate. “I soggetti non statunitensi, comprese le ONG e le altre entità, nonché gli istituti finanziari stranieri che facilitano o assistono tali attività, non rischiano di essere esposti alle sanzioni statunitensi”. Cadono così in automatico tutte le accuse contro le organizzazioni spagnole; mentre le  sanzioni contro Abukishek, colpendolo come individuo, aggirano questo principio per arrivare a esporre tutta la Flotilla come organizzazione “pro-Hamas”. 

Il terzo principio stabilisce che “in alcuni casi, uno o più dirigenti di un’entità possono essere stati sanzionati dall’OFAC, ma l’entità nel suo insieme non è stata sanzionata” e che “un’entità comandata o controllata da un individuo sanzionato dall’OFAC non è considerata bloccata per effetto di legge.” Il direttore del PCHR legato, secondo il rapporto, all’ospedale Al Quds è stato condannato — da un tribunale israeliano, non sanzionato dall’OFAC — e il PCHR stesso non figura in nessuna lista nera americana. L’accusa israeliana contro Al Quds non regge, quindi, nemmeno applicando i criteri del suo stesso alleato.

Se le accuse americane e israeliane contro le ONG spagnole vacillano sulla base delle stesse linee guida statunitensi, per quanto riguarda il caso italiano è proprio la costruzione probatoria a risultare fragile quando si basa su dati raccolti in contesti di guerra. Nel processo a Hannoun, la Corte di Cassazione italiana ha infatti annullato l’ordinanza che confermava la custodia cautelare, ritenendo le prove iniziali inadeguate: esse consistevano in battlefield evidence, ovvero materiale generico raccolto dall’ nei territori occupati, privo di verifiche indipendenti e non verificate da terze parti imparziali. La Cassazione ha quindi giudicato tali documenti impossibili da indagare – in quanto materiale troppo generico – e insufficienti per confermare la custodia cautelare senza una verifica indipendente. Successivamente, il 19 giugno 2026, una nuova ordinanza del Riesame di Genova ha poi riconfermato la custodia cautelare per Hannoun e gli altri attivisti, basandosi su un documento dell’Associazione Palestinesi in Italia relativo all’adozione a distanza di 21 orfani figli di martiri delle Brigate Al-Qassam. L’accusa sostiene che tale supporto economico non sarebbe un atto di solidarietà ma un intervento mirato ad “assicurare continuità e prestigio al percorso militare nelle Brigate che rappresentano il braccio armato di Hamas”. La difesa, però, ha dimostrato  come nello stesso periodo l’associazione abbia adottato oltre mille orfani palestinesi, provando quindi una finalità umanitaria generale e non finalizzata solo ai familiari dei martiri. Questo iter dimostra che, mentre in Spagna il meccanismo si arresta al livello politico-diplomatico per la mancanza di riscontri giudiziari locali, in Italia il sistema procede, sebbene la qualità delle prove fornite appare compromessa dalla loro natura di intelligence di guerra raccolta unilateralmente, senza nessuna indagine indipendente e imparziale.

Chi decide cos’è terrorismo e a cosa serve saperlo

La definizione di cosa significa finanziare “il terrorismo”, alla base di entrambi i documenti non è universale né neutrale; si tratta di una definizione arbitraria fornita da USA e Israele. Il potere politico, economico e soprattutto militare di queste due entità è ciò che permette loro di decidere quali organizzazioni armate siano resistenza e quali terrorismo, quali ospedali siano infrastrutture civili e quali nascondigli militari. Per esempio, il PCHR – l’organizzazione che lega Al Quds all’accusa di finanziamento del terrorismo – è accreditato presso le Nazioni Unite e collabora attivamente con la (CPI). Il fatto che un tribunale israeliano abbia condannato il suo direttore dimostra ben poco; non bisogna dimenticare che Israele è lo stesso soggetto che ha bombardato gli ospedali che questa ONG finanziava, lo stesso contro i cui vertici la CPI ha emesso mandati di arresto per crimini di guerra e crimini contro l’umanità, lo stesso che tiene in detenzione da 18 mesi il dottor Husseim Abu Safiya, direttore dell’ospedale Kamal Adwan, senza alcuna accusa. 

In un sistema di diritto, la risposta alla domanda su chi abbia la legittimità di definire il terrorismo dovrebbe ricevere una risposta prima di poter emettere sanzioni che puniscono i cosiddetti terroristi. Ma nella realtà delle relazioni internazionali attuali, le cose vanno ben diversamente. Il lawfare – vale a dire, la guerra condotta attraverso l’utilizzo strumentale della legge e delle procedure giudiziarie – punta a scoraggiare. A far sì che organizzarsi, partecipare alla Flotilla o finanziare un ospedale a Gaza diventino azioni che espongono a conseguenze imprevedibili (liste nere, conti bloccati, reputazioni distrutte). 

Vale la pena notare che il rapporto israeliano non è stato pubblicato sul sito ufficiale del Ministero, dove simili documenti vengono solitamente messi a disposizione del pubblico. È stato solo diffuso selettivamente ad alcuni media. Una scelta coerente con la logica dell’intero documento: in questo caso – diversamente da quanto accaduto in Italia con l’incriminazione di Mohammad Hannoun e altri palestinesi – lo scopo non è costruire un caso giudiziario, ma far circolare un’accusa.Il fine è tutto politico: mettere la Spagna nel mirino. Un governo che riconosce la Palestina, che sostiene le procedure alla CPI, che ospita il movimento di solidarietà più attivo d’Europa, è un problema politico. Criminalizzare le sue reti, una ONG alla volta, un attivista alla volta, è imperativo per Israele.

A confermare che si tratta di pressione politica c’è un dato che le stesse organizzazioni evidenziano nel loro comunicato congiunto: nessuna di esse ha mai ricevuto accuse formali o sanzioni da parte delle autorità giudiziarie spagnole, né è stata oggetto di procedimenti amministrativi o finanziari che supportino le affermazioni diffuse. In Italia, invece, in attesa di conoscere l’esito delle vicende giudiziarie che riguardano il già citato caso di Hannoun, la sponda giudiziaria è stata trovata. Due percorsi diversi, con lo stesso fine: scoraggiare la mobilitazione e bloccare la solidarietà con Gaza. 

È un messaggio per chiunque, in Europa, stia pensando di continuare a sostenere la lotta per la liberazione della Palestina: non fatelo, potreste pagarne care le conseguenze.


© Kritica – Riproduzione parziale consentita (non più di metà articolo) inserendo il link e citando la fonte all’inizio.

Autore

  • Elisabeth Di Luca

    Educatrice in emergenza, ricercatrice e attivista per i diritti umani, attiva in diversi collettivi di solidarietà tra cui Voces Palestinas Málaga e Freedom Flotilla Coalition.

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