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I pogrom razzisti dei giorni scorsi in un quartiere periferico di Belfast hanno riportato all’attenzione del mondo l’Irlanda del Nord, sparita dai radar dell’informazione almeno dal 1998, l’anno dell’Accordo del Venerdì Santo che pose formalmente termine a trenta anni di guerra civile a bassa intensità fra la minoranza cattolica – che aspira alla riunificazione con la Repubblica d’Irlanda – e la maggioranza protestante, che vuole mantenere l’appartenenza al Regno Unito.
In realtà, la descrizione del conflitto nordirlandese come una guerra di religione è sempre stata fuorviante e, soprattutto, non spiega l’intreccio fra molte altre questioni, a partire dalla natura coloniale della dominazione britannica sull’Isola Smeralda, una dominazione riassumibile nella frase “Quella che i Britannici chiamano la Battaglia d’Irlanda sono ottocento anni di crimini”.
Un’imprescindibile storia di dominazione coloniale britannica
Così come per tutti i Paesi che hanno conosciuto la dominazione coloniale, così anche per l’Irlanda non è possibile pensare di capire l’attualità senza ripartire dalla Storia.
Da quando, ormai oltre un secolo fa, i Britannici furono costretti a ritirarsi dalla maggior parte dell’Irlanda, conservando il proprio dominio solo sulle sei Contee del nord est (Antrim, Armagh, Cavan, Donegal, Down, Fermanagh, Londonderry, Monaghan e Tyrone) dove nei secoli si erano insediati decine di migliaia di coloni provenienti dalla Gran Bretagna, la minoranza cattolica rimasta sotto il dominio di Londra è stata vittima di discriminazioni sociali e politiche molto pesanti. A titolo di esempio, basti pensare che per un abitante dei quartieri cattolici di Belfast era difficilissimo essere assunto nei celebri cantieri navali della città (quelli dove fu costruito il Titanic) e praticamente impossibile far parte delle forze dell’ordine, con il risultato che la polizia nord-irlandese aveva assunto il carattere di una milizia settaria e razzista; con le conseguenze che si possono facilmente immaginare nel rapporto con i cittadini cattolici.
Dai diritti civili alla lotta armata
Il Movimento Repubblicano irlandese, che aveva rifiutato la “partizione” dell’isola, non smise mai di combattere contro l’occupazione, sebbene attraverso fasi e momenti molto diversi, collezionando una serie di gravi sconfitte. Per arrivare ai giorni (quasi) nostri, a partire dal 1968 i principali centri dell’Irlanda del Nord furono teatro delle manifestazioni pacifiche di un movimento per i diritti civili che chiedeva parità di condizioni per tutti i cittadini, dovendo fare i conti con una repressione feroce condotta dalle forze dell’ordine locali e dall’esercito britannico, nonché con il terrorismo delle formazioni paramilitari unioniste, l’Ulster Defence Association (UDA) e l’Ulster Volunteer Force (UVF), specializzate nei pogrom contro i quartieri cattolici e nell’assassinio di attivisti.
In questo contesto, riprese forza lo storico braccio braccio armato del Movimento Repubblicano, l’Irish Republican Army (IRA), che – dopo una fase di profonda riorganizzazione – iniziò a condurre la lotta armata contro gli occupanti e le milizie unioniste. Seguirono trent’anni di violenza, segnati da migliaia di morti, omicidi settari, attentati e scontri di strada, il cui racconto sarebbe improponibile in questa sede.
Mountbatten, Bobby Sands, Brighton
È possibile individuare, sia pure grossolanamente, due momenti di svolta nella complicata vicenda nordirlandese, raramente arrivata sulle prime pagine dei giornali se non in occasione di eventi clamorosi; come l’azione dell’IRA che costò la morte a Lord Mountbatten (ultimo governatore britannico dell’India e parente della regina Elisabetta II) nel 1979, il drammatico sciopero della fame nel 1981 dei prigionieri politici irlandesi (in cui trovarono la morte Bobby Sands, altri sei suoi compagni dell’IRA e tre combattenti dell’INLA, altra organizzazione combattente), e l’attentato dinamitardo del 1984, quando l’IRA fece saltare in aria l’hotel di Brighton dove risiedevano i membri del Partito Conservatore impegnati nel loro congresso.
La stessa premier Margaret Thatcher uscì miracolosamente illesa dalla macerie dell’hotel e l’attentato venne rivendicato dall’IRA con una frase rimasta celebre: “Oggi siamo stati sfortunati, ma ricordate: a noi basta essere fortunati una volta, voi dovrete essere fortunati sempre”.
“Bullets and ballots”: Gerry Adams e la svolta marxista del Sinn Fein
Il primo momento di svolta – all’epoca, quasi ignorato dai media mainstream – risale addirittura alla metà degli anni 70, quando al vertice del Sinn Fein, l’antico braccio politico del movimento repubblicano, arrivò Gerry Adams, ritenuto ex Capo di Stato Maggiore dell’IRA, con una lunga storia di detenzioni alle spalle, sopravvissuto a diversi attentati delle milizie unioniste. Adams impresse una progressiva e accelerata virata in senso marxista del movimento repubblicano, superando la vecchia impostazione tradizionalista e portando il movimento a partecipare alle elezioni, sia nella Repubblica che nei collegi dell’Irlanda del Nord, abbandonando lo storico astensionismo dei Repubblicani, senza per questo rinunciare alla lotta armata, con lo slogan “Bullets and ballots“.
Il secondo momento di svolta coincide con l’avvento al governo di Londra, nel 1997, di Tony Blair, fermamente intenzionato a porre fine al conflitto, cosa che, dopo alterne vicende, avvenne effettivamente nel 1998 con l’Accordo del Venerdì Santo fra i leader repubblicani e quelli unionisti. Per chi volesse conoscere le vicende, anche rocambolesche, che portarono all’accordo fra nemici irriducibili, si consiglia vivamente la visione del film The journey (Il viaggio), uscito nel 2016 e diretto da Nick Hamm.
Michelle O’Neill al governo, il simbolo di un cambiamento insperato
Negli ultimi decenni sono avvenute molte cose e, anche grazie ai generosi contributi dell’Unione Europea, il processo di pace è andato avanti, nonostante le azioni sanguinose condotte da irriducibili unionisti e da alcune fazioni repubblicane dissidenti, quali Continuity IRA e Real IRA.
Agli occhi di chi, come chi scrive, ha conosciuto Belfast, Derry (il nome irlandese di Londonderry) e l’Irlanda del Nord sin dagli anni ’80 del secolo scorso, sembra impossibile che la realtà sia tanto mutata e in tempi storici tanto rapidi. Basti pensare che il 3 febbraio 2024 Michelle O’Neill, vicepresidente del Sinn Fein, dopo la vittoria del partito nelle elezioni nordirlandesi, è stata ufficialmente nominata Primo ministro a seguito del successo delle trattative con gli unionisti, che hanno ottenuto la vicepresidenza. Per chi conosce la storia irlandese, il fatto che ora nel palazzo di Stormont a Belfast, simbolo dell’occupazione britannica, sieda un Primo Ministro del Sinn Fein, rappresenta un evento di enorme grandezza.
Da un punto di vista storico e politico, dunque, la situazione nelle sei contee è positivamente cambiata, nonostante la Brexit abbia rischiato di rimettere tutto in discussione. Tuttavia, non diversamente da quanto avvenuto in quell’Europa di cui anche l’Irlanda del Nord è parte, altri fenomeni ed altri attori si sono affacciati sulla scena sociale, primi fra tutti i flussi migratori.
Una storia nuova si è innestata su una storia vecchia
Dopo la Brexit, il confine fra la Repubblica d’Irlanda e le sei contee è rimasto aperto, il che facilita sia i commerci che i movimenti delle persone. Negli ultimi anni, quindi, sia a nord che a sud si è registrato l’afflusso di un certo numero di migranti, provenienti perlopiù da Paesi europei, come la Romania, l’Albania e, dopo l’inizio dell’invasione russa nel 2022, dall’Ucraina. I numeri non sono altissimi, niente a che vedere con quelli dei Paesi mediterranei o della Germania, ma sono bastati per ravvivare l’attivismo di gruppi razzisti e xenofobi, verso i quali il Partito Unionista mostra attegiamenti ambigui, pur condannando le violenze. Prendendo a pretesto un efferato delitto commesso da un cittadino sudanese, in possesso di un regolare visto di soggiorno e arrivato a Belfast nel 2023 via Parigi e Dublino, nella notte fra il 9 e il 10 giugno scorsi alcune centinaia di giovani incappucciati hanno preso d’assalto abitazioni di famiglie di immigrati a Belfast, incendiando case e negozi, in quello che la stampa ha definito un pogrom a tutti gli effetti. Le violenze, verificatesi anche a Derry e in altri centri minori, si sono ripetute, con intensità inferiore, la notte successiva, per poi fermarsi.
Chi ha soffiato sul fuoco del razzismo
La polizia nordirlandese ha arrestato quattro persone, fra le quali Steven Baker, definito dalla stampa locale “noto attivista anti-immigrazione”, ripreso da un drone mentre prendeva parte ai disordini. Nonostante gli avvocati di Baker abbiano sostenuto che lui fosse sul posto in qualità di citizen journalist per documentare gli avvenimenti, il giudice ha respinto la richiesta di libertà provvisoria. Sul fuoco della rivolta xenofoba hanno soffiato in primo luogo i social di Elon Musk, sui quali sono viaggiati gli incitamenti alla violenza, e leader dell’estrema destra inglese, come Nigel Farage e Tommy Robinson. Un ruolo importante lo hanno avuto anche siti e piattaforme basati in Russia e molto seguiti dagli estremisti di destra inglesi e nordirlandesi, i quali ultimi non sono altro che i reduci dei gruppi lealisti.
Il Sinn Fein e altre forze progressiste hanno duramente condannato le violenze razziste, come anche i leader unionisti, che hanno però invitato a prendere seriamente in considerazione le motivazioni della protesta. Venerdì 12 giugno, nei quartieri di Belfast Ovest, il Sinn Fein ha promosso una manifestazione contro il razzismo e il giorno successivo migliaia di persone sono scese in piazza a Derry e di nuovo a Belfast, rispondendo all’appello della coalizione United Against Racism. Nei giorni seguenti, anche Dublino ed altre città della Repubblica sono state teatro di grandi manifestazioni, promosse dal Sinn Fein e da altre organizzazioni di sinistra.
Da Belfast a Cape Town, lo stesso odio xenofobo
Aldilà delle ambiguità degli unionisti, in molti osservano che quanto avvenuto ponga un problema serio anche al Sinn Fein, la cui base popolare è la più esposta alle sirene dei predicatori xenofobi, che riversano sui migranti la colpa delle difficoltà vissute dai ceti popolari irlandesi, tanto al Nord quanto al Sud dell’Irlanda. È un fenomeno che in Italia e in altri Paesi europei conosciamo bene: si semina a piene mani paura e insicurezza, anche sfruttando episodi che colpiscono l’opinione pubblica, stornando l’attenzione dai motivi reali che sono alla base del disagio e della sofferenza sociale, per poi capitalizzare politicamente ed elettoralmente l’allarme suscitato.
La scrittrice italiana di origini somale Igiaba Scego in un suo post su Facebook ha allargato ulteriormente lo sguardo, scrivendo “A volte dovremmo unire i puntini. Quello che è successo a Belfast e Glasgow, le violenze contro i migranti, (dei veri e propri tentativi di pogrom, hanno cercato le persone casa per casa) sta succedendo anche in Sud Africa, nella stessa modalità violenta. Cape Town, Johannesburg e altre città sono infatti teatro di marce, violenze, intimidazioni, omicidi da parte di neri sudafricani contro la popolazione migrante, per lo più proveniente da altri paesi africani tipo Nigeria, Ghana, Zimbabwe ecc. […]. Attraverso il corpo dei migranti il tentativo è naturalmente quello di disarticolare la democrazia. Di distruggere la convivenza e le alleanze che ci permettono di vivere insieme. Poi è particolarmente triste che tutto questo odio stia attraversando luoghi carichi di storia e di battaglie civili come Belfast o Cape Town”.
Contrastare e affrontare queste derive, che ormai investono tutte le latitudini, è tutt’altro che facile, specialmente quando si è in presenza di macchine propagandistiche potenti e ben oliate, come i citati social di Elon Musk, le piattaforme russe dirette a orientare e indirizzare i gruppi di estrema destra e, qui da noi, anche le reti Mediaset o programma seguitissimi come La zanzara sulla radio di Confindustria, che diffondono sistematicamente paura e disinformazione. La propaganda è potente e sempre più spesso la massima goebbelsiana – “una bugia ripetuta cento volte diventa una verità” – sembra destinata ad avverarsi. Una ragione di più per non smettere di battersi contro il razzismo e in solidarietà con chi lo subisce.
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CREDITI FOTO: EPA/Marie Therese Hurson

