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La vicinanza tra Italia e Albania non comporta necessariamente che da questa sponda dell’Adriatico sia più facile che altrove capire cosa accade di fronte, né, nello specifico, le proteste che ormai da settimane attraversano il Paese. Nonostante i pochi chilometri che separano le due coste, un passato in parte tristemente condiviso e decenni di immigrazione albanese verso l’Italia, la conoscenza che gli italiani hanno dell’Albania resta sorprendentemente limitata.
Per lungo tempo il paese è stato percepito quasi esclusivamente attraverso stereotipi legati all’emigrazione, alla criminalità o alla povertà. Questa rappresentazione si è formata all’interno di un rapporto storico segnato da una forte asimmetria. Dopo la caduta del regime comunista, l’Italia si è imposta come il principale partner economico e uno dei più influenti punti di riferimento politici e culturali per l’Albania. La prossimità geografica, il peso economico italiano e l’attrazione esercitata dai media e dai modelli di consumo della penisola hanno consolidato una relazione in cui Tirana ha spesso occupato una posizione subordinata rispetto a Roma.
Questa subordinazione ha avuto anche risvolti drammatici. L’accordo sul «blocco navale», concordato nel 1997 tra il governo Prodi e le autorità albanesi guidate dal presidente Sali Berisha — senza il via libera del parlamento di Tirana e prima che fossero chiaramente definite le regole d’ingaggio delle forze impegnate nel respingimento dei profughi — ne è la prova più eclatante. L’episodio culminò nella tragedia del Canale d’Otranto, quando la motovedetta militare italiana Sibilla entrò in collisione con l’imbarcazione Kateri i Radës, provocando la morte di oltre ottanta persone.
Eppure, spesso e volentieri, questa relazione non è stata percepita come problematica da parte di una fetta significativa della società albanese. Al contrario, per molti decenni l’Italia ha rappresentato un modello di riferimento dal punto di vista economico, culturale e sociale, alimentando in molti albanesi un’ammirazione che si è non di rado tradotta in delle forme di sudditanza nei confronti del vicino occidentale. Un ruolo decisivo, in questo processo, lo hanno avuto i media italiani; durante gli anni dell’isolamento imposto dal regime comunista, le trasmissioni radiofoniche e televisive provenienti dall’Italia costituivano una delle rare finestre sul mondo esterno, contribuendo a costruire l’immagine di una società ideale. Anche per la generazione di albanesi a cui appartiene la sottoscritta, quella nata durante la transizione, la televisione italiana ha contribuito a plasmare l’immaginario collettivo, una dinamica rafforzata dal trauma dell’emigrazione di massa e dalle difficoltà economiche degli anni Novanta. Il confronto costante con una realtà percepita come più sviluppata ha inevitabilmente alimentato dei veri e propri complessi di inferiorità sul piano culturale e sociale, nonché un rapporto di subordinazione simbolica messo per la prima volta in discussione soltanto dall’attuale Generazione Z albanese, assai meno legata all’influenza culturale italiana rispetto a chi l’ha preceduta (l’inglese ha ormai sostituito l’italiano come lingua straniera di maggior prestigio, mentre il tedesco viene appreso sempre più in funzione degli sbocchi professionali).
Una relazione che si è trasformata nel tempo
Con il superamento della fase più critica della transizione post-comunista, e in parallelo con l’arrivo in Italia di nuovi flussi migratori da altre aree del mondo, la figura dell’immigrato albanese ha tuttavia perso la centralità che aveva vissuto nell’immaginario degli anni Novanta. Negli ultimi tempi, con la crescita del turismo italiano lungo la costa albanese, una parte dell’opinione pubblica ha cominciato a scoprire un’Albania diversa: un paese con un mare competitivo rispetto ad altre mete mediterranee e prezzi accessibili agli stipendi italiani. L’Albania è così entrata definitivamente nei radar dei media mainstream, anche se quasi esclusivamente come destinazione turistica o opportunità economica più che come soggetto politico a cui riconoscere della vera e propria agency. In questo contesto si è consolidata la presenza economica italiana nel paese, come mostra, tra l’altro, l’attività di Confindustria Albania. All’influenza economica si è affiancata quella culturale e formativa, attraverso la diffusione della lingua italiana e la presenza di istituzioni accademiche italiane, importante strumento di soft power. L’Italia, dunque, ha sì iniziato a guardare oltre l’Adriatico con un po’ più di interesse, ma lo ha fatto senza abbandonare i propri filtri interpretativi, segnati da un rapporto che non manca di tratti coloniali e neocoloniali, sia nei confronti della popolazione che del paese in quanto interlocutore politico.
L’esplosione delle proteste di massa delle ultime settimane rappresenta pertanto, agli occhi dell’opinione pubblica italiana, una novità accolta con stupore e benevolenza, e tuttavia letta attraverso categorie spesso sbilanciate o superficiali. Per coglierne la posta in gioco conviene partire da ciò che il dibattito albanese dice di sé, prima di chiedersi come quel dibattito sia stato tradotto in Italia.
Il progetto di Sazan: la cornice
Il progetto di Sazan, denominato «South Adriatic Development», è promosso da Atlantic Incubation Partners, società collegata al fondo Affinity Partners di Jared Kushner. Alla fine del 2024 Atlantic Incubation Partners ha ottenuto formalmente lo status di «investitore strategico» per un’operazione del valore stimato di circa 1,4 miliardi di euro. Contestualmente sono state introdotte misure per agevolare l’attuazione, comprese procedure speciali e l’impegno delle istituzioni statali a predisporre le condizioni necessarie allo sviluppo dell’area.
Documenti resi pubblici da BIRN (Balkan Investigative Reporting Network) mostrano che il governo aveva valutato il trasferimento di vaste porzioni dell’isola di Sazan sotto l’amministrazione del Ministero dell’Economia: secondo quella documentazione, oltre il 90% della superficie dell’isola sarebbe rientrato nell’area dell’investimento. Pur avendo il governo successivamente dichiarato che quella specifica bozza non è stata attuata e che non è prevista alcuna privatizzazione dell’isola, il progetto continua a suscitare forti preoccupazioni, tanto più che gli stessi documenti, noti come «carte Sazan», delineano anche il masterplan dell’area costiera di Zvërnec, presso la laguna di Narta, sulla terraferma di fronte all’isola.
Proprio a Zvërnec, del resto, la contestazione ha assunto i tratti più concreti: alla fine di maggio sono iniziati i lavori preparatori, sono comparse recinzioni con filo spinato e personale di vigilanza privata, e gli scontri seguiti all’allontanamento dei cittadini dall’area hanno dato l’innesco alle proteste poi estese al resto del paese. È un episodio che condensa la posta in gioco di tutta la vicenda: un’area protetta che viene materialmente recintata e sottratta all’accesso pubblico prima ancora che il quadro degli accordi sia stato reso trasparente.
Le preoccupazioni sono amplificate dal fatto che Sazan fa parte del Parco Nazionale Marino di Karaburun-Sazan, una delle aree naturali più importanti dell’Albania e habitat di numerose specie protette. Le proteste, infatti, si inseriscono in un contesto più ampio di contestazione verso altri interventi turistici previsti in zone sensibili, a partire dalla stessa laguna di Narta.
Per molti manifestanti il problema non è soltanto ambientale. La questione viene letta come l’ennesima manifestazione di un modello di sviluppo fondato sulla valorizzazione turistica intensiva, sulla crescente dipendenza dagli investimenti stranieri e sulla concentrazione del controllo delle risorse territoriali nelle mani di pochi grandi gruppi economici. Le mobilitazioni non a caso si sono rapidamente estese oltre le comunità locali, fino a diventare un movimento nazionale.
È su questo terreno che si innesta la riflessione dell’urbanista Doriana Musai, sul portale citizens.al. Il suo punto di partenza non è il singolo caso ma un modello che almeno dal 2015 ha esteso progressivamente la stessa logica a tutto il territorio, da Tirana alle montagne fino al mare del sud: la recinzione come strumento di potere. Durante la dittatura, ricorda, il recinto di filo spinato era il simbolo di un regime che non governava attraverso la fiducia, ma attraverso l’isolamento, il controllo e l’esclusione. Oggi, scrive, quella stessa logica è tornata a operare all’interno del paese: «non è più l’Albania a essere recintata dal mondo, ma gli albanesi dall’Albania».
Da qui Musai sviluppa il nesso che dà forza alle proteste. In nome di «investimenti strategici», sostiene, sono state modificate leggi, indeboliti i meccanismi di protezione e aperte le porte a interventi in aree protette, zone umide, foreste e monumenti naturali considerati per decenni patrimonio comune. La Costituzione albanese, osserva, non equipara l’interesse pubblico a quello privato né riconosce nell’investimento privato l’unica forma di sviluppo: l’interesse pubblico è il principio su cui si fonda l’esercizio del potere e di cui le istituzioni devono rendere conto. Eppure, nel caso di Zvërnec, l’interesse privato è stato giustificato, difeso e promosso, mentre quello pubblico è rimasto inspiegato e privo di tutele istituzionali. È proprio in questa cornice che ha avuto origine il motto/mantra della piazza: il territorio non è merce di scambio.
Risiede qui la profondità del dibattito albanese: una contesa sulla sovranità dello spazio pubblico e sul significato stesso di sviluppo, un tema che il racconto italiano delle proteste, come vedremo, fatica tuttavia a mettere a fuoco.

La lente geopolitica italiana
Le recenti discussioni sorte in merito alla vicenda mostrano chiaramente il limite dello sguardo esterno su eventi che vanno necessariamente osservati con un’inversione della prospettiva. Sui social media italiani e internazionali il dibattito si è rapidamente concentrato su presunti coinvolgimenti israeliani, alimentato da immagini false che parlano di un “confine albanese-israeliano”.
In alcune letture circolate online, dietro l’investimento promosso da Jared Kushner si celerebbe una strategia israeliana finalizzata ad acquisire influenza sul Canale d’Otranto, anche considerando la vicinanza della base navale NATO di Pashaliman, dove stazionano soldati del contingente turco, concentrandosi su un possibile blocco Sazan-Puglia volto a controllare l’accesso all’Adriatico. La presunta concessione dell’unica isola albanese (neanche discussa in Parlamento) è stata comparata con gli investimenti di privati immobiliaristi israeliani in Puglia, e si è perfino arrivati a parlare di un’ipotetica colonia israeliana in Salento posta nell’istmo antistante l’isola dei Kushner, un’ipotesi – concedetecelo – piuttosto ardita, che proviene dal blocco politico progressista italiano e che devia la questione ancora una volta senza interrogarsi sul rapporto neocoloniale che lega Italia e Albania.
Eppure è proprio sul terreno materiale che le evidenze non mancano. Verso la Puglia è destinato un acquedotto sottomarino, autorizzato dal governo albanese alla Regione Puglia, per portare risorse idriche da una sponda all’altra dell’Adriatico: l’ennesimo progetto che valorizza le risorse naturali del Paese a beneficio di soggetti esterni, mentre alla popolazione non è garantito un approvvigionamento idrico continuo ed efficiente. E nel gennaio 2025, ad Abu Dhabi, Italia, Albania ed Emirati Arabi Uniti hanno firmato un accordo da circa un miliardo di euro sulle rinnovabili: energia solare, eolica, idroelettrica prodotta in Albania e trasferita in Italia attraverso un cavo sottomarino tra Valona e la Puglia. Meloni lo ha presentato come un contributo al fabbisogno elettrico italiano di lungo periodo e agli impegni climatici assunti alle conferenze ONU: ironia non da poco, tenuto conto del fatto che nel paese fornitore è di uso comune ricorrere a generatori privati per sopperire ai blackout.
Lungo la riviera del sud, mentre a Dhërmi e Palasa la carenza idrica assume i contorni di una crisi, sorgono resort di lusso a cinque stelle. È la logica che la rivista economica Monitor mette a nudo: i grandi flussi turistici e gli investimenti d’élite consumano beni pubblici – acqua, energia, infrastrutture – il cui costo ricade quasi per intero sui contribuenti albanesi, che finiscono per sussidiare il profitto di pochi. Un’immagine plastica dell’Albania di oggi: un modello che depreda le risorse comuni della popolazione a beneficio di una manciata di privilegiati e di potenze estere.
Lo stesso vale per i centri di trattenimento e rimpatrio costruiti in Albania. Pochi, tra i professionisti dell’informazione italiani, si sono soffermati sulla gravità di affidare all’Italia la giurisdizione di centri situati in suolo albanese – un assetto che la Corte costituzionale di Tirana ha avallato sostenendo che il Protocollo non intacca l’integrità territoriale «sotto l’aspetto fisico» né priva l’Albania della giurisdizione sul proprio territorio. Si tratta di una lettura che parte della dottrina contesta: come argomenta il giurista Massimo Starita, il Protocollo del 6 novembre 2023 realizza un’espansione extraterritoriale di poteri di governo che, per pienezza ed esclusività, ricordano gli attributi tipici della sovranità, ed è riconducibile a una logica neocoloniale che richiama le antiche concessioni di territorio in affitto. Un precedente, insomma, tutt’altro che irrilevante per l’autodeterminazione e per i rapporti di forza tra i due Paesi. D’altra parte, nelle parole dell’ex Ambasciatore italiano Fabrizio Tucci (membro importante del corpo diplomatico italiano, molto considerato dal governo Meloni): “L’Albania, per me, è la ventunesima regione italiana”. Parole che suonano anche vagamente inquietanti, se si considera il triste passato di conquista e dominazione del governo fascista italiano sul territorio albanese.
È a questa trama concreta – acqua, energia, giurisdizione – che lo sguardo esterno è rimasto in larga parte cieco, fossilizzatosi in maniera stantia su fantasiose ricostruzioni di carattere geopolitico.
È altresì vero che ad alimentare queste narrazioni hanno contribuito sia i rapporti di Kushner con Israele sia la crescente vicinanza mostrata negli ultimi anni dal governo di Edi Rama all’entourage di Donald Trump e Netanyahu. Al momento dell’esplosione delle proteste, però, l’assenza di fonti certe sugli effettivi proprietari dei lotti e sull’identità degli effettivi investitori, oltre alla reticenza e alla mancanza di trasparenza del governo albanese e dei suoi apparati, rendeva queste ipotesi solo speculazioni. È stato solo dopo, e proprio grazie alla pressione della piazza e al lavoro dei giornalisti indipendenti albanesi, che il quadro ha cominciato a farsi più chiaro: il reporting ha ricondotto il controllo del progetto a investitori del Golfo – i fratelli Al-Khayyat, con base in Qatar – più che israeliani, mentre Affinity Partners ha dichiarato di non essere né sviluppatore né investitore di Zvërnec e la SPAK ha disposto un sequestro preventivo contro la società che aveva acquistato i lotti fronte mare. Una smentita di fatto dell’ipotesi israeliana arrivata, però, quando quella lettura aveva ormai fatto il suo corso.
La centralità assunta da queste letture ha finito, come si diceva, per oscurare le ragioni effettive della mobilitazione, con tutte le conseguenze del caso: anche in alcuni degli ambienti più nazionalisti del Paese è cresciuto un sentimento anti-israeliano che non si era manifestato durante il genocidio palestinese, e che il governo di Tirana ha prontamente strumentalizzato, bollando i manifestanti come antisemiti e «pseudo-musulmani», etichettando alcune moschee come veicoli di manipolazione, e riconducendo infine la protesta a una «guerra ibrida» orchestrata dall’Iran.
Una denuncia in realtà non priva di alcuni risvolti veritieri, e per capirlo occorre risalire a una vicenda poco nota in Italia. La presenza in Albania del MEK — i Mojahedin del popolo, organizzazione di opposizione alla Repubblica Islamica — risale al 2013-2016, quando alcune migliaia di suoi membri furono trasferiti dall’Iraq: il governo di Baghdad, avvicinatosi sempre più a Teheran, ne aveva reso insostenibile la permanenza, e i loro campi (prima Ashraf, poi Camp Liberty) erano stati colpiti da ripetuti attacchi. Si tratta di un’organizzazione dal profilo controverso: in passato aveva condotto attività armate ed era stata inserita nelle liste delle organizzazioni terroristiche di Stati Uniti e Unione Europea, da cui è stata rimossa solo dopo una lunga battaglia legale e politica. Washington, dopo il rifiuto di numerosi altri Paesi, ottenne comunque il sì di Tirana: il trasferimento, avviato sotto il governo Berisha e proseguito sotto Rama, fu gestito dalla regia statunitense e dell’UNHCR. Oggi circa tremila membri del MEK vivono nel campo fortificato di Ashraf 3, vicino a Durazzo — una presenza che ha fatto dell’Albania il bersaglio di continui attacchi informatici da parte di Teheran, al punto che i due Paesi non hanno più relazioni diplomatiche.
Che il contesto geopolitico non sia del tutto irrilevante è dunque evidente. La presenza del MEK in Albania e il lungo contenzioso con la Repubblica Islamica forniscono al governo di Rama elementi concreti per alimentare una narrativa fondata sulla minaccia esterna. Tuttavia, trasformare questa cornice nel centro del dibattito pubblico produce un effetto politico preciso: lo slittamento del discorso pubblico avvenuto in alcuni segmenti di attivisti, che ha spostato il centro dell’attenzione dall’ennesimo grande progetto immobiliare e turistico speculativo – destinato a trasformare una porzione significativa del territorio albanese – a una questione meramente geopolitica, favorisce, a conti fatti, la retorica del regime di Rama, che trova in questo il modo argomenti per spezzare le ragioni delle manifestazioni.
Quest’ultime, tuttavia, stanno cercando di mantenere un appiglio più materialista, legato ai bisogni e alla rabbia della popolazione: si parla di sanità realmente pubblica, acqua e luce sempre garantiti dallo Stato e del problema della migrazione forzata.

L’Albania non è in vendita: un movimento eterogeneo
Uno degli aspetti più interessanti di queste proteste è la loro composizione. Nonostante numerosi osservatori abbiano tentato di collocarlo all’interno della tradizionale dicotomia tra atlantismo e antioccidentalismo, il movimento appare estremamente eterogeneo. Organizzazioni di sinistra, gruppi progressisti, attivisti ambientali, associazioni femministe, rappresentanti religiosi, conservatori e nazionalisti si sono ritrovati uniti attorno a una critica comune del modello di sviluppo perseguito negli ultimi decenni.
Il movimento rifiuta, inoltre, la tradizionale polarizzazione tra il governo di Edi Rama e l’opposizione guidata da Sali Berisha.
Per una parte significativa dei manifestanti, infatti, entrambi gli schieramenti hanno contribuito alla costruzione di un sistema economico fondato sulla privatizzazione di beni pubblici, sull’attrazione di investimenti esteri senza adeguati meccanismi di controllo e sulla crescente concentrazione della ricchezza.
Le attuali proteste non rappresentano soltanto una contestazione contro un singolo resort turistico o una reazione agli interessi di Paesi esteri, si tratta per la prima volta dopo anni di una dimensione che sembrava quasi assopita nella maggior parte del paese: il conflitto sociale fra una popolazione che si sente espropriata della sua stessa terra e una classe dirigente che appare intenzionata a venderla ai migliori offerenti.
Negli ultimi decenni le mobilitazioni non sono mancate: associazioni civiche, movimenti ambientalisti, comitati locali e gruppi di attivisti indipendenti hanno dato vita a numerose battaglie. Quelle iniziative, però, sono rimaste perlopiù circoscritte a singole vertenze e di rado hanno saputo coinvolgere ampi settori della popolazione, malgrado il susseguirsi di scandali legati alla corruzione e alla gestione del potere. La debolezza delle forme di organizzazione collettiva, l’emigrazione di massa e la diffusa sfiducia nelle istituzioni hanno a lungo limitato la capacità di tradurre il malcontento sociale in mobilitazione politica.
In questo quadro, l’adesione al progetto europeo è rimasta uno dei pochi obiettivi condivisi trasversalmente dalla società albanese. Per molti cittadini l’ingresso nell’Unione Europea ha rappresentato soprattutto una promessa: più prosperità economica, stabilità istituzionale, opportunità individuali. Non sorprende, allora, che il Partito Socialista abbia posto il percorso europeo al centro della propria campagna elettorale, indicando nell’adesione entro il 2030 il principale orizzonte politico del Paese. Anche le nuove formazioni anti-establishment, Lëvizja Bashkë a sinistra, Mundësia nell’area liberale e di centrodestra, faticano del resto a radicarsi oltre i grandi centri urbani, e in particolare fuori da Tirana.
È proprio su questo consenso diffuso verso l’integrazione europea che Edi Rama ha cercato di fare leva per contenere le proteste. In più occasioni ha presentato la propria leadership come condizione indispensabile per la prosecuzione dei negoziati con Bruxelles, arrivando a domandare polemicamente ai contestatori chi mai potrebbe guidare il Paese verso l’adesione, se lui lasciasse l’incarico: una rivendicazione che i manifestanti leggono come la spia di una concezione fortemente personalizzata del potere.
A quella concezione la piazza oppone lo slogan “Nuova Albania”, in cui rivendica il desiderio di trasformare il Paese pur nella consapevolezza delle proprie divisioni. «Tra noi ci sono cittadini con convinzioni politiche differenti e fedi religiose diverse, ma ci unisce la convinzione che ciò che appartiene a tutti non debba essere lasciato in balia dell’arbitrio, dell’ingiustizia e della violenza», ha dichiarato un manifestante. Come scrive il giornalista Liri Kuçi su Reporter.al, è un esercizio democratico, una prova di resistenza popolare che chiude le porte all’epoca della delega in bianco del potere.

Qualcosa si sta muovendo anche nella stessa casa del potere, che sembra aver perso il controllo della situazione e sta facendo fatica a trovare soluzioni, anche comunicative, alle proteste: in una mossa assolutamente inusuale, qualche giorno fa Edi Rama ha anche interrotto bruscamente il collegamento in diretta durante un confronto con la giornalista Sidorela Gjoni di Top Channel (canale più volte accusato di essere troppo tenero col suo partito, paradossalmente), senza riuscire a rispondere alle domande sferzanti e puntuali poste e senza riuscire a replicare sfoderando il suo proverbiale atteggiamento guascone che ha contribuito a renderlo noto a livello internazionale.
Per anni, ogni volta che la sottoscritta tornava in Albania, ha associato il sentire della popolazione a un noto detto albanese: Stambolli digjet, plaka krihet — «Istanbul brucia e la vecchia si pettina». Descrive chi si perde dietro questioni futili o private mentre attorno accadono fatti gravi. Queste proteste mi hanno dimostrato quanto mi sbagliassi. Una miccia ha riacceso l’orgoglio di un popolo, e con esso una speranza: quella di chi ama questo Paese e desidera vederlo diventare, finalmente, un luogo vivibile per chi lo abita.
© Kritica – Riproduzione parziale consentita (non più di metà articolo) citando la fonte e inserendo il link all’inizio.
CREDITI FOTO: © Vlasov Sulaj/JNA Press via Nexpher Images


2 commenti
Finalmente un articolo non banale e approfondito sulle proteste in Albania, grazie.
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