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I primi a dare l’allarme e trovare la parola per la cosa sono stati venticinque relatori speciali ed esperti dell’Onu. Scrivevano ormai due anni fa: “Con oltre l’80 per cento delle scuole di Gaza danneggiate o distrutte è ragionevole chiedersi se non siamo di fronte a un tentativo di distruggere in modo sistematico il sistema educativo palestinese, in un’azione conosciuta come scolasticidio”.
Da allora la distruzione ha fatto enormi progressi, gli spazi a disposizione dei gazawi si sono drammaticamente ridotti, la sofferenza dilaga, i lutti hanno contagiato ogni famiglia. Secondo l’Unicef le scuole di Gaza danneggiate o distrutte sono ormai il 97 per cento del totale, mentre la carenza di apprendimento dal vivo in strutture regolari – accanto alla carenza di cibo, di acqua, di medicine, di ripari sicuri – è diventata la nuova normalità per oltre 650mila bambini e ragazzi.
Questo a Gaza. Ma, in parallelo con la distruzione, da noi si è consolidato un moto di sdegno per i crimini israeliani e di solidarietà per le vittime palestinesi. L’uno e l’altra si fanno sentire anche a scuola. Ci sono le iniziative di sensibilizzazione che continuano a farsi largo tra inquietanti circolari ministeriali e intimidazioni degli uffici scolastici regionali. E da qualche mese ci sono i gemellaggi tra scuole, che avvicinano i docenti e i ragazzi italiani alla realtà dolente e vibrante dei docenti e dei ragazzi di Gaza.

L’ong Acs, Associazione di cooperazione e solidarietà, opera a Gaza dallo scorso millennio. In questi decenni ha costruito tanto. In questi due anni e mezzo è andato quasi tutto distrutto. Eppure tra le macerie restano le persone, le reti sociali, l’esperienza, la conoscenza. Se i Palestinesi sanno una cosa, è che non possono aspettare la pace per ricominciare a vivere. Si vive qui, ora, e qui e ora i bambini e i ragazzi devono riprendere a studiare. Come si può, con quello che c’è: “La prima emergenza sono state le tende, che fino a pochi mesi fa Israele non lasciava entrare nella Striscia” dice Meri Calvelli, storica cooperante di Acs. “Ma gli abitanti di Gaza non si sono persi d’animo, e hanno costruito tende di fortuna con teli di plastica e assi di legno. Non che sia stato semplice, visto che solo di materiale si è arrivati a spendere anche quattromila euro a tenda”. Prezzi folli, da mercato nero. Ma tocca adeguarsi, perché l’obiettivo sono le scuole : “Ne seguiamo una trentina in tutta la Striscia, hanno bisogno di tutto e noi siamo presenti con progetti e crowdfunding”. Chissà se qualcuno sarà mai in grado di calcolare l’importo totale della solidarietà degli italiani verso Gaza. Più ci offende la posizione complice del nostro governo, più proviamo a svuotare la sofferenza del genocidio con il cucchiaino dei nostri contributi pecuniari.

Se i Palestinesi sanno una cosa, è che non possono aspettare la pace per ricominciare a vivere. Si vive qui, ora, e qui e ora i bambini e i ragazzi devono riprendere a studiare.

È un impegno confortante, frustrante, commovente: “L’ultimo nostro appello ha avuto una risposta straordinaria, permettendoci di raccogliere 150mila euro in tre giorni” spiega Calvelli. Ma la solidarietà ha tanti volti. Le scuole hanno bisogno di tende, penne, quaderni, lavagne, banchi, sedie, energia, connessione. Ma in tempi di genocidio è importante anche non essere soli: “I gemellaggi che abbiamo promosso tra scuole palestinesi e scuole italiane hanno una funzione fondamentale. Offrono vicinanza e riconoscimento a chi ha perso tutto ed è esposto a ogni violenza”.

Per gli abitanti di Gaza, il gemellaggio scolastico è l’ennesima forma di resistenza. Sono vivi, anche se dovrebbero essere morti. Sono a scuola, anche dopo due anni e mezzo di scolasticidio. Quando contatto Hanneen Khashan, preside della scuola di comunità Al Amal, la resistenza è prima di tutto nella sua voce. Le faccio tante domande, che problemi avete, di cosa avete bisogno, cosa significa per voi il gemellaggio, che giovamento ne traggono i vostri studenti. Mi risponde senza alcuna enfasi. Potrebbe evocare i mostri che attaccano da terra dall’aria e dal mare, o la sofferenza che sicuramente la circonda tra le tende di Al Mawasi. E invece fa un elenco accurato di problemi e soluzioni, di prese in carico e difficoltà da affrontare.

Non è un’intervista vera e propria, perché la connessione è precaria e la professoressa Khashan preferisce ricevere delle domande scritte e rispondere con dei messaggi vocali. Ma tanto basta ad avvertire che nella sua voce non ci sono bombe, né fame, né freddo, né fatica, né affanno, nemmeno odio. Non c’è un filo di disperazione. Si sente solo una preside che mette in fila le cose da fare. Sa che le sue ragazze e i suoi ragazzi sono fragili, mi dice che sono tornate le bombe e che a molti questo ha tolto il sonno: “Purtroppo oggi sono venuti a scuola in pochi, e quei pochi non avevano la concentrazione necessaria a fare lezione”.

Un popolo costretto a trattare le bombe tra le tende come uno dei tanti problemi da affrontare. Il caldo, il freddo, il rumore dei droni, il vento che la settimana scorsa ha spazzato la tenda, i lutti in famiglia, il terrore delle bombe. Khashan pensa che il gemellaggio con le scuole italiane sia cruciale per strappare una generazione di palestinesi di Gaza alla rassegnazione: “È un modo per sentirci anche noi parte del mondo. I ragazzi e le ragazze si scrivono e si incontrano con i coetanei in video, scambiano informazioni sulle rispettive culture e così escono dall’isolamento. Per i nostri studenti, ma anche per noi insegnanti, è davvero importante questo segno di vicinanza, sentire molto semplicemente che non siamo soli”.

Il cuore del progetto è lo scambio. Ci si regalano disegni, si scrivono lettere, si presentano scrittori, ricette, si parla di piccole esperienze personali. Tra le prime scuole italiane ad allestire questo ponte con le scuole tenda di Gaza ci sono due istituti di Asola, nel Mantovano. Incontro a distanza un drappello di docenti, e sento l’orgoglio di essere riusciti a fare le cose per bene, a coinvolgere dirigenti e colleghi, a dare seguito concreto a quel moto popolare che lo scorso autunno ha fermato l’Italia coinvolgendo anche il mondo della scuola nel rigetto per lo sterminio di Gaza. I licei dell’Istituto Falcone e le scuole dell’Istituto comprensivo Schiantarelli hanno coinvolto nel progetto bambini e ragazzi, dalla primaria agli ultimi anni delle superiori. Quando si è partiti negli scorsi mesi si pensava a una fase interlocutoria, a prendere contatto in vista dell’avvio ufficiale il prossimo autunno. Ma il tempo di Gaza non è il nostro tempo, per le vite in balia dell’Idf non ha senso dire ci vediamo a settembre. Dalla Striscia hanno fatto finta di non capire, e intanto si sono formati i gruppi, sono iniziati gli incontri e il gemellaggio è partito senza aspettare nessuno: “Ci ha colpiti la grande professionalità degli insegnanti, il fatto che non si lamentassero di nulla, che non ci chiedessero nulla di materiale, che fossero in grado di superare qualsiasi problema tecnico”. Un gruppo di dieci ragazze palestinesi e otto ragazze italiane ha avviato un lavoro sulle paure e i desideri dell’adolescenza attraverso libri, diari, lettere e la presentazione di autori di letteratura araba. I più piccoli si sono concentrati sui disegni, mentre alle medie le insegnanti di Asola hanno avuto la gradita sorpresa di scoprire il protagonismo degli studenti di seconda generazione con background arabo. Tra le ragazze e i ragazzi italiani ha prevalso inevitabilmente un grande senso di ingiustizia per i compagni gazawi. Da Gaza ha fatto riscontro soprattutto il desiderio di essere riconosciuti nella propria umanità e nelle proprie abilità. Non solo da parte di studenti e studentesse: “Nel corpo insegnante abbiamo percepito grande competenza e dignità, il bisogno di essere apprezzati non come soggetti bisognosi ma come colleghe e colleghi con cui avviare uno scambio”.

Lo sterminio dura da un tempo infinito. Erano ancora i primi giorni di ottobre 2023, quando il presidente israeliano Isaac Herzog dichiarava che a Gaza non c’erano civili innocenti, e che questa volta gli avrebbero “spezzato la spina dorsale”. Hanno fatto di tutto ma non ci sono riusciti. Faranno di peggio ma non è detto che ci riescano. I medici di Gaza continuano a curare anche senza ospedali, gli insegnanti a fare scuola con le aule in macerie. Anche l’Adam Model Kindergarten di Al Zawaida, nel centro della Striscia, è coinvolto nei gemellaggi con le scuole italiane. Accoglie quattrocento bambini, e lavora con gli istituti di Asola e con la scuola dell’infanzia Pisacane di Roma. Chiedo al coordinatore Sami Khalil Al-Haw come va, cosa si aspetta da questa esperienza. Sono giorni di nuove bombe e nuovi massacri, ma anche lui mi risponde a stretto giro con lunghi messaggi impeccabili. Nella sua scrittura non c’è nessuna approssimazione, semmai un filo di burocratese che aiuta a restare saldi quando tutto crolla. Sente l’angoscia dei più piccoli, la paura per i droni e le bombe, lo stress per le continue irruzioni della guerra nel percorso didattico: “Molti bambini e insegnanti si sentono abbandonati dal mondo, come se a nessuno importasse della loro sofferenza. Per questo i gemellaggi sono così importanti: rompono l’isolamento, e ripristinano un senso di fiducia nel mondo fuori di qui”. Le classi si scambiano messaggi, disegni, piccole storie di vita quotidiana, e questo scambio “fa bene ai bambini perché dimostra che c’è chi crede in loro e nel loro diritto di imparare e di avere una vita dignitosa nonostante la violenza cui sono esposti”. Pochi popoli martoriati hanno saputo raccontare la propria sofferenza con parole più precise e delicate dei gazawi. La scrittrice Aya al Hattab ha scritto che “sembra che la Striscia di Gaza non faccia più parte di questo mondo, come se vivessimo in una qualche galassia distante e dimenticata”. Ecco. col tempo questi gemellaggi cresceranno e porteranno solidi frutti culturali. Ma già oggi, in questo anno scolastico che si avvia alla conclusione, hanno strappato centinaia di studenti e decine di insegnanti di Gaza all’isolamento. Li hanno riportati nella nostra galassia. Di fronte allo sterminio è quasi nulla. Ma non è poco.


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Autore

  • Raffaele Oriani

    Raffaele Oriani (Trieste, 1965), giornalista, è stato caporedattore del mensile Reset, redattore di Iodonna-Corriere della Sera e per 12 anni collaboratore del Venerdì di Repubblica da cui si è allontanato in dissenso rispetto alla copertura dello sterminio di Gaza da parte del gruppo Repubblica. Tra i suoi libri: A nord. Volti e storie dal tetto d'Europa (Editori Riuniti, 2000), I cinesi non muoiono mai (Chiarelettere, 2009), Gaza, la scorta mediatica (People editore, 2024), Hassan e il genocidio (People editore, 2025), Il popolo meraviglioso (People editore, 2025).

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