Il messaggio che vedete nella foto di copertina risale al primo giugno scorso. È l’ultimo accenno fatto dalla Farnesina al gruppo di studenti borsisti di cui faceva parte anche Mahmoud Al Najjar.
Dopo l’arresto dello studioso, il nostro Ministro degli Esteri Antonio Tajani – che finora non aveva mai mancato di trasformare ogni arrivo di studenti palestinesi in una photo opportunity – non ha ancora ritenuto di dire una sola parola sulla vicenda. Questo nonostante l’accusa nei confronti dell’uomo sia così pesante da ventilare che, se le imputazioni dovessero essere dimostrate, lo Stato italiano si stesse per rendere responsabile di una gravissima negligenza: lasciar entrare impunemente nel nostro territorio un responsabile dei crimini del 7 ottobre.
Un oppositore di Hamas
Ma è davvero così? Subito dopo la notizia dell’arresto Kritica si è rivolta ai familiari della vittima, e quello che siamo riusciti a sapere da loro, e consultando i profili social di Al Najjar, è che in realtà si tratta, come abbiamo scritto, di uno dei pochi abitanti di Gaza – per di più con una posizione in vista, in quanto stimato accademico – apertamente ostile ad Hamas, critico nei confronti del loro settarismo e autoritarismo, e in un post in particolare, fortemente critico verso l’azione del 7 ottobre per la distruzione che essa aveva comportato.
Posizioni che a Gaza sono più diffuse di quanto si pensi ma che in pochissimi hanno il coraggio di esprimere ad alta voce.
Ora proprio uno di questi pochissimi viene accusato da Israele di aver partecipato al massacro in prima persona. Poco dopo l’arresto si è sparsa la voce che sarebbero stati i meccanismi di riconoscimento facciale a tradirlo. Si tratta di una congettura senza alcun fondamento di verità. I portavoce dell’IDF hanno parlato di un “surplus di indagini” su di lui, che hanno portato alla decisione di arrestarlo, nonostante la pratica per la sua borsa di studio fosse in piedi da circa otto mesi, e nonostante il COGAT avesse già dato il suo via libera alla partenza. Questo lo sappiamo perché “fonti della Farnesina” lo hanno detto all’ANSA.
E questa è l’unica voce che abbiamo udito dalla Farnesina in oltre una settimana. Sappiamo che Najjar è seguito dalla sua famiglia a Gaza – è stato scritto fosse rimasto solo dopo lo sterminio della sua linea familiare più stretta, in realtà si era risposato e la sua seconda moglie è in attesa di un bambino – e che gli avvocati potranno incontrarlo dopo il 16 giugno.
Il rettore di Tor Vergata ha manifestato stupore e incredulità per la vicenda, e si è limitato a ribadire che tutte le carte che avevano predisposto la concessione della borsa di studio erano perfettamente regolari. Al Najjar non era uno studente, era un ricercatore, con già alle spalle contributi importanti nel suo campo. Si occupava di temi direttamente legati al vissuto di Gaza: Amministrazione aziendale e gestione delle catastrofi, e utilizzo dell’intelligenza artificiale nella stessa.
Le ipotesi sulle reali ragioni per cui potrebbe essere stato arrestato appuntano da un lato proprio alle sue qualifiche: gli si vuole impedire di mettersi al lavoro, dall’Italia, per la ricostruzione di Gaza? Ipotesi, come abbiamo detto; in quanto tale, non verificata, ma plausibile.
Dall’altro lato, non va neanche escluso che sia proprio il fatto di essere un oppositore di Hamas con il coraggio di esprimere le sue idee ad aver segnato la sua sorte.
Il nodo del 7 ottobre
Ricordiamoci che gli avvenimenti del 7 ottobre e l’intera condotta di Israele nei confronti di Hamas durante questo genocidio sono ben lungi dall’essere trasparenti. Il governo di Netanyahu non solo ha sempre negato qualsiasi indagine indipendente su quanto avvenuto quel giorno, ha addirittura sequestrato tutto il materiale privato registrato dalle famiglie delle vittime nei kibbutz, che non possiedono più i video girati in quelle circostanze. Le inchieste condotte da giornalisti e analisti hanno già dimostrato oltre ogni ragionevole dubbio che la portata inaudita di quella devastazione è stata dovuta all’applicazione della direttiva Annibale, ma da parte del governo Netanyahu persiste la necessità di coprire e impedire che si addivenga a una chiara ricostruzione di come sia stato possibile lasciare scoperti, per ore e ore, chilometri di frontiera, ignorando i numerosi allarmi lanciati prima del 7 ottobre da più parti. In Israele in tanti aspettano con ansia una inchiesta definitiva su tutto ciò che il Primo ministro sapeva sul 7 ottobre, prima dell’attacco.
Hamas stesso non è mai stato trasparente fino in fondo su quali fossero gli obiettivi reali di quel giorno. La mostrificazione che ne ha fatto Israele, con le accuse di stupri – mai corroborate da alcun tipo di evidenza né di denuncia, come hanno ormai chiarito una quantità di inchieste, interventi, report –, di decapitazioni, bambini nei forni eccetera – ha messo in ombra il fatto che l’operazione aveva obiettivi politici precisi, e che questi obiettivi erano probabilmente legati, come ha dichiarato a Kritica il prigioniero politico Mohammed Al Mallah – alla presa di quanti più ostaggi possibili, da poter scambiare con i prigionieri palestinesi.
Lo scambio è in parte avvenuto, mesi e mesi dopo. Al prezzo di un genocidio del proprio popolo, oltre che della quasi estinzione del proprio stesso movimento. Ma quell’obiettivo politico non avrebbe mai dovuto contemplare la presa di ostaggi fra i civili, che rappresenta un crimine di guerra.
Di recente, una nostra fonte ben informata sui fatti ci ha detto: “Hamas ha commesso moltissimi errori il 7 ottobre”, cosa che in verità l’organizzazione stessa ha ammesso, “ma sono così accecati dalla loro ideologia da non aver mai esplicitato di quali errori si parlasse, e da non aver fatto l’unica cosa che andava fatta: rilasciare immediatamente tutti gli ostaggi civili che erano stati portati a Gaza, ammettendo che si era trattato di un errore”.
Secondo questa stessa fonte, “il 7 ottobre è stata una trappola ordita nei confronti di Hamas, una trappola in cui i miliziani non sono stati in grado di non cadere, e in cui meno che mai sono stati in grado, successivamente, di ammettere di essere caduti”. Una sorta di cavallo di Troia al contrario in cui non soltanto i miliziani, ma tutti gli abitanti di Gaza sono stati trascinati.
Esplicitare questo tipo di considerazioni critiche, di dubbi, non fa l’interesse né di Israele, né di Hamas. Zittire le persone in grado di porle, o privare le persone delle condizioni necessarie per farlo, fra cui per esempio una maggiore libertà e un maggiore agio, è un interesse condiviso fra le due entità.
Ovviamente non possiamo in alcun modo dimostrare che Al Najjar sia stato bloccato alla frontiera e arrestato da Israele in quanto ritenuto pericoloso per le sue idee. Possiamo solo dire che non saremmo stupiti se venisse a galla che di questo si è trattato. Ciò che invece possiamo e dobbiamo fare è continuare a esigere che il suo caso non cada nel dimenticatoio, che di lui si parli, che il nostro Ministro degli Esteri si assuma le responsabilità di informare il nostro Paese sulle sue sorti.
Da Gaza a Bengasi, diplomaticamente inconsistenti
Oltre a qualche collettivo studentesco che proprio oggi è in presidio a Tor Vergata, finora il mondo accademico è rimasto molto in silenzio su di lui. Ma fino a prova contraria si tratta di un loro collega che è stato arrestato arbitrariamente dopo che aveva già ricevuto tutti i permessi per uscire dal Paese, e al quale sarà consentito di incontrare il suo avvocato solo due settimane dopo l’arresto. Salvo, ovviamente, ulteriori arbitrari ripensamenti dell’esercito.
Ricordiamo infine che per i partecipanti al 7 ottobre Israele ha appena varato una legge speciale che consente l’applicazione della pena di morte. Una circostanza che solleva ulteriori domande sul perché dell’accusa di aver partecipato al 7 ottobre. Vogliono uccidere Al Najjar impiccandolo, con un preciso spettacolo? Se fosse così, si tratterebbe di un messaggio preciso da inviare a Gaza e in tutta la Palestina. Un messaggio per chi esattamente?
Le domande su questa vicenda sono tantissime e i buchi neri nella ricostruzione altrettanto. Noi di Kritica le stiamo ponendo, ma sarebbe importante che testate più grandi della nostra si unissero a noi. Finora non è accaduto, con la luminosa eccezione del giornalista Giulio Cavalli che sul quotidiano La Notizia e sulle sue trasmissioni radio ha ripreso il nostro lavoro amplificandolo.
Speriamo che altri possano seguire, perché questa è una storia su cui l’Italia non può far finta di niente, pena la sua completa dissoluzione come entità diplomatica e di diritto.
Dissoluzione che in verità stiamo rischiando già con un altro fronte, quello della – mancata – liberazione dei due attivisti italiani rapiti in Libia dalle milizie di Haftar insieme ad altri otto volontari. Sono in sciopero della fame, e al momento oltre a surreali visite del console per a malapena constatare che avevano fatto una doccia, tutto è fermo sul piano diplomatico. Al Najjar rispetto a loro è un essere umano di serie B per il nostro governo, non essendo neanche cittadino italiano. Ma, di fatto, Leonarda Alberizia e Domenico Centrone sono a loro volta dei paria nelle mani di miliziani che, ricordiamoci, già un anno fa hanno umiliato il nostro Governo, respingendo il ministro Piantedosi a Bengasi.
C’è un punto fondamentale in questa irrilevanza dell’Italia che va sollevato: non può essere scaricata solo sulle spalle del Governo. Anche l’opposizione, oltre la ormai poco efficace pratica delle interrogazioni parlamentari – Stefania Ascari dei 5 stelle ne ha presentata una su Al Najjar, Marco Grimaldi di AVS sui due attivisti in Libia –, deve mettere in campo molto molto di più per esigere verità, giustizia e libertà per lo studioso, e la liberazione immediata dei prigionieri nostri concittadini, attualmente in attesa di una udienza prevista per domani 9 giugno.
La società civile deve fare altrettanto. Non c’è dignità in un Paese che rimane in silenzio di fronte ai soprusi. I nostri cugini albanesi, dirimpetto, ce lo stanno insegnando.
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Giornalista, fondatrice di Kritica.it. Puoi leggere suoi articoli e saggi su MicroMega, Gli Stati Generali, Africa ExPress. Ha vinto diversi premi fra cui il Premio Luchetta – Stampa italiana nel 2022.

