mercoledì 03/06/2026, 13:00

    Ad aprile Donald Trump ha espresso a gran voce un pubblico disappunto nei confronti di Giorgia Meloni, colpevole di non aver continuato ad essere perfettamente in linea con le idee del Presidente statunitense. Si è definito “scioccato” dal suo comportamento in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera.

    Si tratta di un episodio di geopolitica con dinamiche di potere e di genere non troppo complesse, nella cornice di una lunga lista di più o meno tacite approvazioni. Il richiamo all’ordine è avvenuto dopo che Meloni ha ritenuto inaccettabili le parole di Trump su Papa Leone; va tuttavia osservato come il Presidente statunitense avrebbe potuto essere oggetto di critiche ben più ampie e molto prima, come ha sottolineato il direttore de Il Fatto Quotidiano Marco Travaglio in vari interventi, e molte altre voci intellettuali contemporanee. La critica di Meloni è risultata invece circoscritta a un terreno che, per sua natura, rende difficilmente contestabile chi la formula. Trump continua, di tanto in tanto, ad incalzare.

    Ogni volta che qualsiasi donna, tanto a destra quanto a sinistra, prende una rotta diversa dal patriarca di turno, quest’ultimo la scarica, letteralmente, come se non fosse più utile. Not all menbut always a man, si dice nel contesto della violenza contro le donne e di genere per ribadire che c’è uno squilibrio strutturale di (rel)azione tra i sessi. Scaricare una donna al mancato allineamento di rotta può essere considerata una forma di violenza? Una sorta di uso e consumo del corpo dell’alleata a piacimento; che, di certo, non si sarebbe fatto al minimo disallineamento di un uomo. Le dinamiche comunicative e le parole scelte per farlo sarebbero state diverse.

    Ogni volta che qualsiasi donna, tanto a destra quanto a sinistra, prende una rotta diversa dal patriarca di turno, quest’ultimo la scarica, letteralmente, come se non fosse più utile.

    La piramide sulla violenza contro le donne e di genere aiuta a comprendere che l’intersezione tra sesso, genere e potere è alla base di molteplici problemi strutturali della società. Non importa quanto Trump debba a Meloni per il suo sostegno internazionale in passato, per l’alleanza nonostante la violazione del diritto internazionale in molti episodi: non è più utile, quindi deve essere non solo allontanata ma annullata, come se non ci fosse stato niente prima di quell’azione.

    Questo episodio di geopolitica sottolinea nuovamente il mancato raggiungimento della parità di genere nelle dinamiche di potere, nelle relazioni sociali e ben oltre. Quella di Meloni potrebbe essere una semplice strategia per allontanarsi momentaneamente da un presidente indifendibile, ma è la risposta di Trump che suscita interesse, ai fini delle dinamiche di genere annesse. 

    Non esiste nazione in cui la parità di genere sia stata raggiunta in ogni settore, secondo il Global Gender Gap Index annuale dell’Economic Forum. L’Italia, per esempio, si è piazzata all’85esimo posto nel 2025, a metà classifica; lontanissima dall’Islanda, al primo posto, ma anche dalla Spagna, al dodicesimo.

    Con la struttura sociale attuale, costruita attraverso dinamiche patriarcali, si rimane al vertice solo ed esclusivamente se si è allineate col branco; e per il branco le donne possono essere cape solo se schierate “senza se e senza ma”, a discapito della propria carriera, delle proprie idee, del proprio programma.  Va benissimo per la struttura attuale essere prima di tutto mascotte (“una bellissima giovane donna”, disse Trump di Meloni a Sharm el Sheik nell’autunno 2025), ma anche un po’ stagista per sempre (come ci ricordava la scrittrice Michela Murgia in Stai zitta), amica del vero capo a capo, subordinata pur essendo capa, pena la scomunica dalla setta patriarcale, altisonante o meno che essa sia.

    Con la struttura sociale attuale, costruita attraverso dinamiche patriarcali, si rimane al vertice solo ed esclusivamente se si è allineate col branco; e per il branco le donne possono essere cape solo se schierate “senza se e senza ma”, a discapito della propria carriera, delle proprie idee, del proprio programma.

    Donna al vertice, uomini al comando

    Con una donna al vertice si dà immediatamente l’idea di aver rotto il soffitto di cristallo, quindi si comunica al di fuori che si tratta di un ambiente inclusivo e aperto al cambiamento. In realtà non è cambiato niente: donna al vertice, uomini al comando.

    La scelta di Meloni, quella di non allinearsi con Trump in uno specifico episodio, avviene per via della pressione di un elettorato a sinistra che si sta rafforzando, dopo una vittoria importante del “no” al referendum di fine marzo, dopo la perdita delle elezioni da parte di Viktor Orbán ad inizio aprile; quell’Orbán che ha letteralmente distrutto gli studi sulle donne e di genere nelle università in Ungheria, tanto quanto sta facendo il governo Trump con il “progetto 2025” in USA. 

    La destra mondiale sta crollando, ci sono segni evidenti: Trump non è gradito al 63% delle americane e degli americani, secondo un sondaggio CNN; ma oltre al crollo è necessario ripensare la struttura interamente; non basta “una donna a caso” al vertice per raggiungere la parità di genere, serve un’intera ristrutturazione dello status quo che parta dal basso, che ascolti le necessità delle persone; e per persone intendo tutte, non solo quelle prese a modello da sempre: maschio, bianco, cis, occidentale, abile, con passaporto potente. C’è necessità di scardinatrici, non allineate col sistema, ma pronte a ripensare la struttura come il femminismo sostiene da sempre, con sorellanza inclusa. C’è bisogno di “vigili guastafeste”, che non seguano questa struttura nata su modelli maschili bensì la ripensino, per citare Sarah Ahmed e le sue killjoy femministe. È l’unica via per migliorare.


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    CREDITI FOTO: The White House

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