Pubblichiamo la lettera di Lola Fabbri, skipper e attivista, capitana di una delle barche in missione con l’ultima Global Sumud Flotilla.
Scrivo una lettera pubblica, un po’ a caldo, appena tornata dalla missione con la Flotilla verso Gaza, ho fatto a meno di social e media e scopro che mentre ero detenuta la mia amministrazione cittadina si è intestata il mio nome per attirare l’attenzione e farsi bella; e mi sono sorte alcune riflessioni.
Non ci siamo messi in mare per immolarci né per avere il nostro nome da qualche parte nelle testate, sicuramente non siamo eroi, siamo persone normali che decidono che fermi a terra a cazzeggiare non vale più la pena starci, che nonostante il rischio di cui eravamo consapevoli (anche se non conoscevamo l’effettiva intensità della violenza sionista prima di esserne prigionieri) valeva la pena prendere il largo per provare a immaginare un mondo diverso in cui vivere. E allo stesso tempo credo che potremmo ragionare su alcune questioni reali, che sono quelle su cui ho ragionato io assieme ai i compagni e compagne prima e dopo aver volto la prua in direzione Palestina.
Ci sarà ancora bisogno di esporre le persone come me alla violenza, se gli Stati e le istituzioni facessero veramente un bagno di realtà e dichiarassero guerra al colonialismo e alla violenza, in primis quella di Israele? Potremmo decidere di muoverci in mare e di sentire il mare come spazio libero e sicuro per tutte senza rischiare la nostra incolumità, se gli Stati prendessero le proprie responsabilità riguardo la realtà del genocidio e quella in atto da 75 anni?
Avremmo bisogno di sfruttare il nostro nome, il nostro privilegio, bianco, europeo, o comunque del nord (non tutti lo eravamo, bianchi e del nord globale. Per fortuna c’era una potente rappresentanza anche del resto del mondo) per denunciare l’inefficacia del diritto internazionale, se fossimo come sulla carta uguali, se le istituzioni dessero ugualmente valore alla vita, se i popoli e le esistenze delle persone coinvolte nei processi di costruzione identitaria avessero lo stesso peso politico? La Palestina non ha avuto la chance di decidere per sé cosa essere. Abbiamo ricevuto in eredità il mondo così diviso, chi conta e chi no, chi ha potere e chi no e allora ci dividiamo, chi va in mare e chi resta a terra a guardarci sottecchi, come pirati fuori tempo massimo. Cosa sarebbe Israele senza la complicità e le armi che usano sul popolo palestinese che gli forniamo noi? Cosa sarebbe Israele senza la violenza dell’ideologia sionista, senza lo scudo dell’antisemitismo per giustificare lo stato di occupazione territoriale militare? Cosa sarebbe la Palestina senza apartheid? Non nascondiamoci dietro ad Hamas, leggete, andiamo oltre la macchina della propaganda, questo stato della violenza sionista è il principio nascente dell’entità sionista, non l’arrivo, lo sanno anche gli scafi delle barche.
Ciò che mi ha protetto in mare sono stati gli occhi dei compagni. Come fari in mezzo al buio. Non è stato il diritto internazionale, non è stato il mio passaporto, non è stato nessun rappresentante politico dei governi o istituzionale. Sicuramente il mio privilegio europeo ha fatto sì che mi esponessi alla violenza per un briciolo di quello che le persone palestinesi vivono quotidianamente.
Ma ad avermi protetto sono stati gli occhi sentinella dei compagni e compagne della flottilla, il fatto che fossimo assieme testimoni dello stesso orribile trattamento, delle stesse violenze, degli stessi abusi. E quando ti ricacciavano la testa verso il pavimento, rialzarla per guardare da dove venissero le urla o per scambiare uno sguardo che dicesse “tutto ok, sono qua, ti vedo” era l’atto di resistenza radicale che potevamo davanti a ciò che non ci saremmo aspettati di vedere.
Non c’è nessun atto che giustifica ciò che abbiamo subito davanti alla Grecia prima e a 250-150 miglia dalle coste di Gaza in poi. E non c’è nulla che giustifica ciò che vive quotidianamente il popolo palestinese nel silenzio globale. Noi abbiamo cercato di essere un amplificatore della loro voce, della loro resistenza, della loro lotta.
Ed è quello che possiamo fare tutte, tutti, renderci testimoni e partecipi nel rendere questa terra un luogo in cui valga la pena vivere, verso un’umanità più vera che è quella che prende le difese della libertà di ciascuno come fosse la propria.
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