Leader della rete “Sinistra Progetto Comune” nella sua Toscana, da sempre protagonista nei movimenti e nelle lotte, Antonella Bundu ha fatto parte dell’equipaggio dell’ultima Global Sumud Flotilla ed è stata, come tutti i suoi compagni e compagne, sequestrata illegalmente e portata in un campo di detenzione israeliano, dove ha subito pesanti maltrattamenti. Insieme con Dario Salvetti del collettivo di fabbrica ex-GKN, al ritorno in Italia hanno rilasciato un comunicato che Kritica ha subito pubblicato, ritenendolo fra i testi più utili e lucidi per inquadrare criticamente la missione della Flotilla di quest’anno nel contesto della lotta più ampia a fianco del popolo palestinese, contro il genocidio portato avanti da Israele.
Abbiamo intervistato Bundu e il risultato è questa lunga conversazione con la direttrice di Kritica Federica D’Alessio.
Tu e i tuoi compagni e compagne della Flotilla siete passati per un’esperienza di violenza di regime rivendicata da Israele con orgoglio e fierezza, una barbarie ostentata come avete scritto tu stessa e Salvetti non appena di ritorno, che passa per l’umiliazione nei vostri confronti sia fisica, sia psicologica. Di fronte a tutto questo, pur con tutta la consapevolezza del mondo che il trattamento inflitto ai palestinesi è ben peggiore – innanzitutto perché avviene all’interno di un regime in cui essi sono privati di qualsiasi diritto di cittadinanza e quindi in assenza di qualsiasi habeas corpus – avete e hai il diritto di soffrire, di non star bene. Come lo stai vivendo e come ci stai pensando?
Mentre scrivo, a pochi giorni dal rientro, mi viene spontaneo dire che singolarmente sto bene. Poi se guardo attentamente capisco che anche il corpo sta ancora elaborando quello che è successo.
Ma soprattutto si è spezzato qualcosa dentro. Appena arrivata al porto di Ashdod ci sono stati due momenti che non riesco a togliermi dalla testa. Il primo è stato vedere che alcuni dei funzionari israeliani erano neri. E lì pensi immediatamente alle discriminazioni interne allo stesso Stato israeliano, alle violenze subite dagli ebrei etiopi, alle sterilizzazioni denunciate persino da inchieste israeliane. Vedi come il sistema del dominio riesca a usare gli oppressi contro altri oppressi.
L’altro momento è stato quando ci hanno messo le catene ai piedi, oltre alle manette, e caricati dentro una sorta di scatola-prigione: stretta, nera, con le sbarre e uno spioncino oscurato. Non sapevamo dove ci stessero portando. In quel momento mancava solo la catena al collo.
Si sono affastellati tanti pensieri. L’uniforme del carcere, distribuita nella taglia per bambini per chi era più magro, ti ricorda che rinchiusi dentro ci sono bimbe di 12 anni… Thiago Ávila, che gli muore la madre mentre è dentro; il dolore che provo sapendo questo, e poi pensi che questo tipo di dolori, ai palestinesi, viene inflitto costantemente.
Per questo oggi dire “come sto” è qualcosa di molto relativo. Perché ti rendi conto ancora più da vicino che nel nostro caso avevamo una quasi-certezza che tutto sarebbe durato pochi giorni; quello che abbiamo subito noi è niente rispetto alla violenza sistematica inflitta ogni giorno a una qualsiasi persona palestinese che subisce trattamenti ben peggiori dei nostri, senza sapere se uscirà di lì fra 6 mesi, o se rinnoveranno la detenzione per altri 6 mesi, o se starà lì per anni.
Hai avuto modo di guardare “la bestia negli occhi” in modo ravvicinato, osservando ed esperendo da vicino la realtà israeliana e la sua brutalità nei confronti di chi non sposa le loro politiche e cerca di opporvisi. Come descriveresti quello che hai visto e osservato?
Ho visto un sistema Israele. Non un semplice ministro nazista, ma tutto un sistema costruito scientificamente per spezzarti, fisicamente e psicologicamente. Una messa in scena della disumanizzazione che sembra uscita da una sceneggiatura pe un B-movie nazifascista: le catene, i cani, il filo spinato, i numeri al posto dei nomi, i fucili puntati contro civili disarmati.
C’era perfino la musica. Appena abbordati e taserati alcuni compagni , il soldato che metteva la musica sul proprio cellulare, passavano i Toto: i soldati cantavano felici a voce alta la parte “I bless the rains down in Africa” mentre noi stavamo faccia al mare e braccia alzate. Ed è forse questo l’aspetto più disturbante: la normalizzazione della violenza, la sua banalità amministrativa (sembrava una scena di Pulp Fiction, talmente ridicola che mi stava per venire la ridarella).
L’abbigliamento da guerra contro persone inermi. La violenza fisica. Il freddo usato come strumento di pressione. L’acqua negata. I medicinali negati. L’inno israeliano sparato in loop. E continui a chiederti quale società possa produrre tutto questo e, soprattutto, come il mondo possa continuare a considerarlo normale.
Una grossa parte della vostra spedizione si è svolta sul mar Mediterraneo e fin da lì, fin dal mar Mediterraneo, vi siete scontrati con la prepotenza israeliana, tanto che il primo rapimento da parte loro è avvenuto ancora a centinaia di km dalle coste di Gaza. In questa circostanza nessuna nave, di nessuno Stato, si è affiancata al vostro percorso, neanche parzialmente. Avete scritto chiaramente, di ritorno dalla prigionia, che quanto vissuto dalla Flotilla riguarda anche il diritto del mare, la libertà del mare e la necessità di fare di nuovo del Mediterraneo il luogo di libera circolazione che oggi non è più. Che cosa ha voluto dire per te attraversarlo in questa circostanza e che idea del mare ti sei portata a casa?
Mi porto a casa l’idea di un Mediterraneo diventato spazio di rastrellamento e impunità. Siamo stati rapiti in acque internazionali. Altri compagni e compagne sono stati sequestrati in acque territoriali greche. E intorno il silenzio. La Marina greca ha dichiarato di non aver ricevuto segnali SOS, cosa semplicemente falsa. La cosa più grave è stata la totale assenza di tutela del diritto internazionale. Due cittadini, di nazionalità spagnola e brasiliana, rapiti da uno Stato terzo e trasportati con una nave militare come se fosse normale.
Questo significa che oggi Israele rivendica il diritto di fare ciò che vuole ovunque, anche fuori dai propri confini, e le cancellerie europee accettano questa arroganza. Ti viene quasi da pensare: attenzione perfino ad andare in vacanza con una kefiah sulle spalle, perché se uno Stato può sequestrarti in mare aperto senza conseguenze allora nessun diritto è davvero garantito. Quello che abbiamo visto è la sospensione totale di qualsiasi tutela del diritto internazionale. Un rastrellamento del mare Mediterraneo mentre le cancellerie europee si limitavano a dire che Israele avrebbe dovuto “trattarci bene”, quando nello stesso momento continuava a sequestrare persone.
In un clima di generale complicità europea e anche araba con Israele, anche quei pochi Paesi che hanno cercato di prendere le distanze dal genocidio, come la Spagna o la Slovenia, non si sono peritati di accompagnare la Flotilla con qualche forma di aiuto o di protezione. Forse l’unico Paese ad aver offerto qualche forma di appoggio è stata la Turchia. Che idea ti sei fatta della situazione internazionale, da questo punto di vista? C’è ipocrisia anche da parte dei Paesi che si dichiarano più contrari a quanto Israele sta facendo, nel momento in cui nessuno prova a proteggere fattivamente i propri cittadini che stanno operando in modo non-violento e nel pieno dei loro diritti e della legalità?
Parlerei apertamente di complicità attiva. Noi non chiedevamo scorte militari o protezioni speciali. Chiedevamo una cosa molto più semplice: che gli Stati pretendessero il rispetto del diritto internazionale e della libertà di navigazione. Eravamo civili disarmati, in acque internazionali, con aiuti umanitari e personale medico a bordo. Non stavamo facendo nulla di illegale o pericoloso.
Quando Giorgia Meloni dice che noi della Flotilla “diamo da fare” all’Italia, rovescia completamente la realtà: non siamo noi il problema. Il problema è uno Stato che viola sistematicamente il diritto internazionale contando sull’impunità garantita dai governi occidentali. E quando La Russa ironizza sul fatto che adesso “potremo dire di essere stati torturati”, emerge tutta la gravità politica della situazione: le cancellerie europee non dovrebbero limitarsi a commentare dopo, dovrebbero creare le condizioni perché Israele non possa nemmeno immaginare di poter torturare palestinesi o cittadini stranieri senza conseguenze
Di ritorno dalla missione, Dario Salvetti, tuo compagno e sodale, ha parlato di necessità di dibattere sull’efficacia della Flotilla in modo aperto; partendo dall’evidenza che la Flotillaha contribuito a portare a galla in modo più efficace che mai la questione israeliana, ovvero la questione dell’autoritarismo suprematista del regime israeliano nei confronti di chiunque non si pieghi al loro potere e ai loro soprusi, le questioni su cui riflettere sono molte, e riguardano innanzitutto ciò che rimane, e ciò che sedimenta, una volta tornati a terra.
È infatti inevitabile notare che, se a settembre/ottobre 2025 la prima missione della Flotilla era riuscita a mobilitare milioni di persone specialmente nel nostro Paese, quest’anno la capacità di tornare in piazza in massa si è decisamente ridotta. La fiammata di inizio autunno del 2025 non si è tradotta in un movimento stabile e capace di crescere. Al tempo stesso, la spedizione di quest’anno ha inferto una ferita all’immagine di Israele maggiore rispetto all’anno scorso.
Per te, che ti poni da tempo il problema di come unire le forze e le persone in progetti politici che cambino realmente il contesto e la materialità delle lotte, quali sono le riflessioni da trarre da questa realtà? Tu e Salvetti avete parlato di necessità di rilanciare il boicottaggio come principale arma materiale (aggiungo questo aggettivo), per togliere terreno al sionismo. È questa secondo te la strada principale da seguire?
Credo che questa volta si sia aperta una crepa nell’immagine di Israele come “democrazia”. Ed è una crepa importante e qui entra l’utilità di questa flottiglia. La grande mobilitazione dell’autunno scorso aveva prodotto una pressione, tanto da contribuire a un cessate il fuoco, che si è però subito rivelato una farsa, perché sono continuate le uccisioni, la distruzione del territorio, le leggi per reprimere e uccidere i palestinesi. Nonostante l’evidenza di quanto continuava a succedere ai palestinesi, quella mobilitazione si è affievolita, come se fosse bastata una qualsiasi concessione minima e anche di facciata, per spegnere il conflitto.
Oggi invece bisogna capire come trasformare l’indignazione in organizzazione stabile. Il boicottaggio è fondamentale, perché colpisce la dimensione materiale del sistema. Ma da solo non basta. Serve conflitto sociale, culturale e istituzionale insieme. A Firenze, per esempio, come Sinistra Progetto Comune abbiamo portato nelle istituzioni atti concreti contro la complicità economica con Israele, come la scelta di interrompere la vendita di medicinali israeliani nelle farmacie comunali.
La Flotilla è incentrata sull’esperienza di protesta e di lotta di centinaia di persone diverse, migliaia se consideriamo quelle rimaste a terra, che sfidano da ogni parte del mondo l’occupazione israeliana della Palestina e il sionismo internazionale. È una risposta alla chiamata “Globalize the Intifada”. In questa peculiare condizione si intravedono molti limiti (fra cui quello di cui parlavamo prima: la difficoltà a far sedimentare le fiammate emotive dando vita a un movimento permanente) ma anche potenzialità nuove; non ultima, proprio quella di portare su un livello finalmente globale il conflitto non-violento nei confronti del sistema che consente a Israele di fare il bello e il cattivo tempo ovunque allunghi le sue grinfie.
Il piano globale, tuttavia, specialmente quando si interseca con alcuni vizi tipici della realtà iper-mediatizzata, spesso oscura e sovrascrive il piano delle lotte sul territorio, condotte dagli abitanti dei territori stessi, e questo è avvenuto anche con la Palestina: anche se gli equipaggi della Flotilla cercano sempre di riportare l’attenzione su Gaza, è inevitabile che essa si sposti, invece, su di loro e su Israele.
Da sempre in prima fila nelle lotte, tu sei una delle personalità italiane più capaci di intrecciare la vocazione globale e internazionalista con il radicamento nel territorio. Ti vediamo partire per Cuba o il Venezuela o per Gaza quando c’è da andare, ma nel territorio toscano e di Firenze in particolare stai dando vita da tempo, insieme a tanti tuoi compagni, a una delle sperimentazioni più interessanti e feconde di lotta e radicamento di una nuova politica, alternativa a quella riformista e borghese. Che cosa pensi di questa dualità e come credi che andrebbe sviluppata?
L’internazionalismo vero non è una parola astratta: significa capire che quello che succede a Gaza parla anche delle nostre città, delle nostre periferie, del modo in cui il potere gestisce corpi, territori e diritti. Ed è per questo che esperienze come Sinistra Progetto Comune sono importanti. Perché provano a portare il conflitto sociale dentro le istituzioni senza smettere di stare nelle piazze. Fa più opposizione reale chi costruisce conflitto dentro e fuori i palazzi che chi entra in maggioranza per amministrare l’esistente. Noi proviamo a fare questo: stare ai cancelli delle fabbriche, nelle lotte per la casa, nei quartieri popolari, e contemporaneamente usare gli strumenti istituzionali per aprire contraddizioni, produrre atti concreti, dare voce a chi normalmente viene escluso. Non crediamo alla delega né alla politica ridotta a gestione tecnica. Crediamo che le istituzioni vadano attraversate senza essere assorbite. Portando dentro la voce dei movimenti, delle lotte sociali e delle persone che non hanno potere. Perché senza conflitto, la politica diventa amministrazione dell’ingiustizia.
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Giornalista, fondatrice di Kritica.it. Puoi leggere suoi articoli e saggi su MicroMega, Gli Stati Generali, Africa ExPress. Ha vinto diversi premi fra cui il Premio Luchetta – Stampa italiana nel 2022.

