venerdì 29/05/2026, 12:07

«Un nuovo metodo per ottenere un potere della mente sulla mente, in una misura finora senza precedenti». Così Jeremy Bentham descriveva nel 1791 il Panopticon: una struttura circolare in cui i detenuti, rinchiusi lungo la circonferenza, possono essere osservati in ogni momento da una torre centrale senza sapere se qualcuno li stia davvero guardando. È l’idea di una sorveglianza permanente che finisce per trasformarsi in disciplina psicologica. Più di due secoli dopo, quel modello appare nei documenti progettuali del nuovo Centro di permanenza per il rimpatrio (CPRO) che il governo Meloni vuole costruire a Castel Volturno, in provincia di Caserta.

Negli elaborati, pubblicati da Invitalia per conto del Ministero dell’interno, si parla di moduli abitativi disposti radialmente, passerelle sopraelevate per la sorveglianza dall’alto, recinzioni alte fino a sei metri, filo spinato. Il centro dovrebbe sorgere nel Parco umido La Piana, sessantatré ettari di area protetta affidata al Reparto biodiversità dei carabinieri forestali. La gara pubblicata da Invitalia vale oltre 43 milioni di euro e prevede la realizzazione di una struttura da 120 posti entro circa diciotto mesi. Nella risposta all’interpellanza parlamentare presentata dal Movimento 5 Stelle, il Governo ha difeso il progetto sostenendo la necessità di dotare la Campania di un CPR e ricordando che queste strutture rientrano tra le opere strategiche per la sicurezza nazionale, sottoposte a un regime derogatorio speciale anche sul piano urbanistico ed edilizio. 

Il riferimento al Panopticon ha riportato i CPR al centro del dibattito pubblico, come era già accaduto con il protocollo Albania o dopo rivolte, incendi e suicidi all’interno dei centri. Ma la detenzione amministrativa non è una misura emergenziale né una novità politica: è una presenza stabile nell’ordinamento italiano dagli anni Novanta, anche se continua a muoversi in una zona grigia dove la privazione della libertà personale avviene in assenza di reato e attraverso un sistema che molti giuristi ritengono incompatibile con le garanzie previste dall’articolo 13 della Costituzione.

Detenuti senza aver commesso reato

«Il trattenimento amministrativo è l’unica forma di privazione della libertà personale che avviene in assenza di reato», spiega Giulia Mentasti, assegnista di ricerca in diritto penale all’Università Statale di Milano. I CPR entrano nell’ordinamento con la legge Turco-Napolitano del 1998, che istituisce i Centri di permanenza temporanea e assistenza (Cpta) per trattenere le persone straniere destinatarie di un’espulsione non immediatamente eseguibile. Negli anni, il sistema cambia nome e si irrigidisce progressivamente: la Bossi-Fini del 2002 amplia il ricorso alla detenzione amministrativa, nel 2008 i centri diventano Cie, Centri di identificazione ed espulsione, mentre il decreto Minniti-Orlando del 2017 introduce l’attuale definizione di CPR. Parallelamente si allungano anche i tempi massimi del trattenimento, arrivati oggi fino a diciotto mesi, il limite massimo consentito dalla direttiva europea Rimpatri.

Formalmente il CPR dovrebbe servire soltanto a rendere possibile il rimpatrio quando mancano documenti, identificazione o accordi con il Paese d’origine. «In teoria, è una misura residuale», osserva Mentasti e continua: «In pratica la persona viene privata della libertà non perché abbia commesso un reato, ma per agevolare l’espulsione». La ricercatrice richiama l’articolo 13 della Costituzione, secondo cui ogni limitazione della libertà personale deve essere disciplinata dalla legge nei “casi e modi” previsti. Tuttavia, «mentre per il carcere esiste un ordinamento penitenziario dettagliatissimo, per i CPR no».

La libertà personale è inviolabile.
Non è ammessa forma alcuna di detenzione, di ispezione o perquisizione personale, né qualsiasi altra restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dell’autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge.
In casi eccezionali di necessità ed urgenza, indicati tassativamente dalla legge l’autorità di pubblica sicurezza può adottare provvedimenti provvisori, che devono essere comunicati entro quarantotto ore all’autorità giudiziaria e, se questa non li convalida nelle successive quarantotto ore, si intendono revocati e restano privi di ogni effetto.
È punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà.
La legge stabilisce i limiti massimi della carcerazione preventiva.

Costituzione italiana, articolo 13.

Le condizioni concrete del trattenimento vengono infatti regolate da disposizioni amministrative del ministero dell’Interno e dai regolamenti interni dei singoli centri. Anche il controllo giurisdizionale rappresenta un’anomalia: la convalida del trattenimento spetta al giudice di pace. «È l’unico caso nel nostro ordinamento in cui sulla libertà personale decide un giudice onorario e non un magistrato togato».

Col tempo i CPR hanno assunto sempre più i contorni di un carcere parallelo per migranti, la cui selezione dei detenuti avviene attorno a un fumoso criterio di “pericolosità sociale”. «Di fatto nei CPR ci vanno persone considerate socialmente pericolose», spiega la ricercatrice, aggiungendo che la scarsità dei posti concentra il trattenimento soprattutto su persone straniere già passate dal carcere o coinvolte in procedimenti penali, spesso per reati legati alla marginalità sociale. Molti vengono trasferiti direttamente dal carcere ai centri dopo avere già scontato una pena o una misura cautelare: «Il CPR diventa una prosecuzione della detenzione penale senza le garanzie previste dall’ordinamento penitenziario, senza magistratura di sorveglianza e dentro strutture affidate in larga parte a gestori privati». Il risultato, secondo la giurista, è un sistema che finisce per associare immigrazione irregolare e pericolosità sociale, concentrando il controllo quasi esclusivamente sui corpi migranti e producendo una forma di profilazione razziale dentro strutture formalmente amministrative ma sostanzialmente carcerario.

Un sistema privatizzato

Inoltre, a differenza delle carceri, il sistema CPR è quasi del tutto privatizzato. «La gestione del CPR viene bandita», racconta Nicola Cocco di No ai CPR, rete nazionale di attivisti, medici, giuristi e associazioni che monitora le condizioni interne dei centri e diffonde online testimonianze, accessi ispettivi, documenti e denunce. «Gli enti gestori privati assumono direttamente medici, infermieri, psicologi e operatori sanitari, mentre la sicurezza resta affidata a un assetto ibrido condiviso con le forze di polizia» spiega. Negli anni diverse inchieste giudiziarie hanno riguardato proprio gli appalti dei centri, le condizioni materiali di trattenimento e la gestione sanitaria. «Quello che succede nei CPR non l’avremmo conosciuto senza il lavoro della società civile», sostiene Cocco. Secondo i dati citati da ActionAid, nel 2024 le persone transitate nei CPR italiani sono state oltre 7 mila.

Dentro gli allegati di gara del CPR di Castel Volturno è presente un documento definito “cross check”, in cui il Ministero dell’interno confronta il progetto con le raccomandazioni del Comitato europeo per la prevenzione della tortura. È qui che il linguaggio amministrativo si fa più esplicito: si parla della necessità di «assicurare la possibilità di confinamento degli ospiti in casi particolari», di controllare i movimenti interni senza “interferenze”, di garantire una vigilanza «ad ampio spettro» attraverso la passerella sopraelevata. Nei documenti del Viminale il lessico della sicurezza si sovrappone continuamente a quello della detenzione penitenziaria, pur trattandosi formalmente di persone che non stanno scontando alcuna pena.

Per Cocco è esattamente questo a rendere i CPR luoghi «intrinsecamente patogeni e psicopatogeni». Non solo per le condizioni materiali, ma per la sospensione continua che producono: persone trattenute senza sapere quando usciranno, se verranno rimpatriate o dove saranno portate, senza poter invocare alcuna tutela invece prevista per i soggetti detenuti per fini penali. «Tu stai lì e non sai se sarai rimpatriato o no. I rimpatri, per altro, vengono effettuati in meno del 50 per cento dei casi».

La Rete No ai CPR denuncia da anni autolesionismo, sedazione farmacologica, abuso di psicofarmaci e deterioramento psichico diffuso all’interno delle strutture. «Almeno il 70 per cento delle persone trattenute ha uno psicofarmaco in terapia», sostiene Cocco, parlando di una «deriva manicomiale» favorita anche dalla gestione privatizzata dei servizi sanitari interni. Nei CPR, aggiunge, lavorano medici assunti direttamente dagli enti gestori privati che vincono gli appalti del Ministero dell’interno: «Questo crea una condizione di dual loyalty. Da una parte hai il dovere di tutelare il paziente, dall’altra dipendi economicamente dal gestore e lavori dentro una struttura controllata dalle forze di polizia».

Attorno al progetto di Castel Volturno si è formata una protesta che va oltre l’opposizione politica. Il presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca ha parlato della necessità di investire sul rilancio del territorio e non su nuove strutture detentive; l’arcivescovo di Caserta e Capua Pietro Lagnese ha criticato apertamente il CPR; associazioni territoriali e realtà cattoliche hanno denunciato il rischio di trasformare un’area già segnata da marginalità sociale in un nuovo spazio di confinamento. Ma per Cocco il problema non riguarda soltanto Castel Volturno: «Il CPR è patogeno per qualsiasi territorio».

Nel frattempo il Governo accelera sull’espansione della rete. Durante il question time alla Camera del 27 maggio, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha annunciato l’avvio delle procedure per sei nuovi CPR: uno in Campania — con ogni probabilità proprio quello di Castel Volturno — due in Trentino-Alto Adige, uno in Calabria, uno in Toscana e uno in Emilia-Romagna. Il ministro ha rivendicato l’aumento dei rimpatri e ha descritto i CPR come strutture destinate quasi esclusivamente a soggetti socialmente pericolosi: «Il 90%» delle persone trattenute, ha dichiarato, «risulta denunciato per reati di droga», mentre una parte avrebbe precedenti per rapina, violenza, armi o reati contro la persona. Una narrazione che rafforza ulteriormente l’associazione tra immigrazione irregolare e pericolosità sociale già evidenziata da Mentasti, secondo cui la detenzione amministrativa finisce per funzionare come un dispositivo selettivo concentrato soprattutto sui migranti già transitati dal circuito penale. Allo stesso tempo, però, i dati rivendicati dal Viminale mostrano anche il carattere sempre più strutturale del sistema: i CPR non vengono più presentati come strumenti residuali ed eccezionali, ma come un’infrastruttura stabile da ampliare su scala nazionale.


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CREDITI FOTO: ANSA/ALESSANDRO DI MARCO – 22 maggio 2026. Attivisti della “Rete Torinese contro tutti i CPR” partecipano alla manifestazione in ricordo di Moussa Balde, il giovane originario della Guinea morto suicida il 23 maggio 2021, presso il CPR di corso Brunelleschi a Torino.

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