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Nei giorni scorsi il ministro Giuseppe Valditara è riuscito a fare approvare una legge pericolosa (il cosiddetto ddl Valditara) che rende l’educazione sessuale nelle scuole facoltativa, richiedendo inoltre il consenso informato di entrambi i genitori.
La sua battaglia contro l’educazione sessuale è tutta ideologica. Le conseguenze che essa avrà sulla vita dei giovani, che poi diventeranno adulti, hanno a che fare con molti aspetti dell’esistenza e in primis con uno: la loro salute.
Recenti studi hanno dimostrato come le malattie sessualmente trasmissibili stiano subendo un’impennata vertiginosa negli ultimi anni fra gli adolescenti e i preadolescenti, proprio a causa dell’ignoranza sulle stesse. Un’ignoranza spesso non ammessa fra i ragazzi, che dichiarano di conoscere ciò che in realtà non conoscono affatto, come ha denunciato di recente la Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia (Sigo) in un convegno.
Di tutte le malattie in serio aumento – gonorrea, clamidia, papillomavirus – ce n’è una per la quale l’ignoranza continua a fare il paio, nonostante sia ormai oggetto di discussione da decenni, con lo stigma, la paura e la vergogna: si tratta dell’AIDS.
Le nuove diagnosi in Italia indicano un aumento dell’infezione nella fascia d’età compresa tra i 25 e i 39 anni ma ancora più pericoloso a oggi è il dato in base al quale sono stimate 20 nuove diagnosi di HIV al giorno tra gli adolescenti nei paesi dell’Europa e dell’Asia Centrale; in questa fascia d’età, il 75% dei contagi investe le ragazzine.
Nel 2024 l’Istituto Superiore di Sanità mostrava che più della metà delle nuove infezioni di HIV interessa una fascia di età compresa tra i 15 e i 24 anni. Tuttavia, spesso si tratta di persone che scoprono di essere sieropositive circa dieci anni dopo aver contratto il virus, mettendo a rischio la propria vita e quella degli altri.
Quando la malattia è ormai conclamata, le terapie diventano più aggressive rispetto a quelle che sarebbero sufficienti in caso di diagnosi precoce, con conseguenze pesanti: debilitazione fisica, maggiore esposizione a tumori che colpiscono organi vitali come il sistema linfatico o l’apparato cerebrale, fino al rischio concreto di morte prematura. Si osserva un aumento dell’incidenza, con 4,3 casi ogni 100.000 residenti. Le infezioni “sommerse”, cioè non diagnosticate, si aggirano intorno al 30%: decine di migliaia di persone inconsapevoli.
I dati parlano chiaro. Nel 2024, l’87,6% delle nuove diagnosi è attribuibile a rapporti sessuali: il 41,6% riguarda uomini che hanno rapporti con uomini, il 27,9% eterosessuali maschi e il 18,1% eterosessuali femmine. Il preservativo resta ancora oggi lo strumento più efficace di prevenzione.
La verità è che esiste ancora una vergogna diffusa, radicata e silenziosa, soprattutto all’interno delle scuole italiane come conferma il ricercatore in malattie infettive, dottor Andrea Calcagno. Calcagno racconta a Kritica come la LILA (Lega Italiana per la Lotta all’AIDS) si sia proposta per anni, gratuitamente, a diversi istituti scolastici per affrontare il tema con personale qualificato, aiutando così i ragazzi a proteggersi. Eppure, a queste proposte non è mai arrivata risposta.
L’esperienza di un professionista
Il confronto con il medico, ricercatore e professore di malattie infettive, permette di entrare nel cuore umano e clinico di questa realtà. Nella sua esperienza, racconta come alcune persone, soprattutto in passato, abbiano scelto di non iniziare la terapia retrovirale subito dopo la diagnosi. Una scelta raramente dettata da superficialità: più spesso si tratta di difficoltà ad accettare lo shock, di resistenze emotive profonde o, in alcuni casi, dell’influenza di teorie non scientifiche.
Tra i ricordi più dolorosi della sua carriera emergono storie che restituiscono tutta la fragilità di questa malattia. Come quella di una paziente incapace di aderire con continuità alla terapia: iniziava, interrompeva, tornava in ospedale ogni volta con una patologia opportunistica sempre più grave. L’ultimo ricovero fu lungo, fino al trasferimento in comunità. Oggi, spiega il medico, esistono farmaci che avrebbero potuto aiutarla di più, ma allora rimase soprattutto una sensazione di impotenza.
Un’altra esperienza lo ha segnato profondamente: visitare un paziente nato nel suo stesso mese e anno, colpito da una leucoencefalopatia multifocale progressiva. Aveva la sua stessa età, quella malattia devastante purtroppo lo portò alla morte nel giro di poche settimane. In quel caso, fu l’intreccio tra vulnerabilità umana e una patologia prevenibile a lasciare il segno.
Una condizione più curabile di un tempo
Le terapie, nel tempo, sono cambiate radicalmente. Fino ai primi anni 2000 erano complesse, difficili da seguire, con effetti collaterali pesanti e una maggiore fragilità rispetto alle resistenze del virus. Oggi le nuove combinazioni farmacologiche hanno quasi azzerato queste criticità, rendendo la vita delle persone con HIV molto più gestibile e migliorando significativamente l’aderenza alle cure.
Accanto alle difficoltà, esistono anche storie di speranza. Tra le soddisfazioni più grandi, il dottor Calcagno ricorda pazienti guariti da infezioni gravissime, come meningiti o forme disseminate di tubercolosi, ma anche momenti di profonda umanità: una madre sieropositiva che riesce a partorire un bambino senza HIV resta uno dei ricordi più significativi.
Dietro la professione, però, c’è anche il peso emotivo. I medici imparano a costruire barriere per razionalizzare e affrontare situazioni difficili, trasformando anche il rapporto umano in parte del lavoro. Oggi questo accade meno, ma nei momenti più duri, soprattutto in passato, l’impatto sulla vita personale è stato profondo.
I danni della disinformazione
La mancata informazione ha permesso all’HIV di tornare a diffondersi nella popolazione italiana, dopo una lunga battaglia combattuta da medici e infermieri. L’infezione può evolvere in AIDS, una condizione che, a causa delle infezioni opportunistiche, può portare alla morte. I dati più recenti dell’Istituto Superiore di Sanità, dal 2020 al 2024, delineano un quadro che non può essere ignorato, soprattutto se si vuole proteggere le nuove generazioni, ancora oggi escluse da una reale educazione sessuale nelle scuole.
Negli ultimi cinque anni è aumentato anche il numero di diagnosi tra le persone straniere, che rappresentano il 35,9% dei nuovi casi.
Ancora più allarmante è la crescita delle diagnosi tardive: nel 2024, il 40,3% delle persone scopre l’infezione con un numero di linfociti CD4 inferiore a 200 cell/μL e il 59,9% sotto le 350 cell/μL, segno di un sistema immunitario già compromesso.
La scelta, implicita o esplicita, di zittire queste informazioni rappresenta una grave responsabilità della scuola italiana. Non solo mette a rischio la salute dei giovani, ma alimenta una nuova forma di ignoranza e stigma verso le persone sieropositive.
Raccontato, ma non detto
L’HIV sembra funzionare meglio al cinema che nella realtà quotidiana. Film come Philadelphia o Dallas Buyers Club, o più di recente alcune serie TV come la britannica It’s a sin hanno reso visibile questa malattia, ma fuori dallo schermo il problema resta spesso nascosto. Nei reparti di malattie infettive, dopo l’emergenza Covid, la situazione è diventata ancora più complessa: finanziamenti ridotti, carenza di personale, medici costretti a dividersi tra più reparti e turni sempre più pesanti. In questo contesto, individuare i casi sommersi e prevenire nuove infezioni diventa una sfida sempre più difficile.
In Italia si registrano ogni anno circa 4.000 nuove diagnosi. Eppure, si parla ancora troppo poco anche di chi combatte questa malattia ogni giorno. Un’infermiera racconta un episodio emblematico: quando suo figlio frequentava la scuola materna, un altro genitore, saputo del suo lavoro in un reparto di malattie infettive, chiese che l’armadietto del proprio bambino venisse spostato lontano. È lo stigma che sopravvive, invisibile ma persistente.
Non si possono dimenticare i milioni di morti nel mondo prima dei progressi della ricerca. Oggi le terapie sono molto più semplici: spesso basta una sola compressa al giorno. In passato, invece, i pazienti erano costretti ad assumere combinazioni complesse, tra cui l’AZT, poi rivelatosi altamente tossico.
Eppure, nonostante i progressi scientifici, l’educazione sessuale nelle scuole continua a ignorare questa realtà. L’HIV resta avvolto da pregiudizi: si pensa ancora che abbia un volto preciso, che riguardi solo determinate categorie o stili di vita. Una narrazione falsa, che alimenta esclusione e paura.
Quanti ricordano che il primo dicembre si celebra la Giornata mondiale per la lotta all’AIDS? Sempre meno persone indossano il fiocco rosso, simbolo di una tragedia che negli anni ’80 e ’90 riempiva i reparti ospedalieri di dolore e urgenza.
Un argomento ricacciato nei tabù
La ricerca non si è mai fermata: oggi esistono terapie in grado di azzerare la carica virale, ma solo se seguite con costanza per tutta la vita. Non esiste ancora un vaccino. E nel mondo, la lotta continua: nel 2025 negli Stati Uniti bruschi tagli ai finanziamenti internazionali hanno provocato interruzioni nei servizi di prevenzione, trattamento e test dell’HIV, riducendo o chiudendo programmi essenziali come la profilassi pre-esposizione (PrEP) e le iniziative di riduzione del danno.
Il primo dicembre non dovrebbe essere solo una giornata di memoria, ma di consapevolezza. Perché si muore ancora oggi di AIDS, anche nei Paesi occidentali. Si muore per diagnosi tardive, per mancanza di informazione, per paura di sottoporsi a un test.
Quanti, nel corso della propria vita, hanno fatto un test HIV? Un gesto semplice che può salvare sé stessi e proteggere gli altri.
Dopo quarant’anni, l’Italia sembra ancora impreparata ad affrontare questa malattia senza paura e senza vergogna. Eppure, la vera emergenza non è solo sanitaria: è culturale.
Se vogliamo davvero proteggere i giovani, dobbiamo rompere il silenzio. Superare ipocrisie e pregiudizi. Restituire all’informazione il ruolo che le spetta. E impedire che battaglie ideologiche regressive come quelle che hanno portato all’ultima legge del ministro dell’Istruzione e del Merito mettano a repentaglio la salute dei giovani e di tutta la popolazione.
© Kritica – Riproduzione parziale consentita (non più di metà articolo) citando la fonte e inserendo il link all’inizio.
CREDITI FOTO: © Marco Di Gianvito/ZUMA Press Wire via ANSA – 31 ottobre 2024, Roma, Italia: Studenti e attivisti di Donne de’ Borgata si riuniscono davanti al Ministero dell’Istruzione: «Vogliamo un’educazione alla sessualità e al benessere emotivo nelle scuole: costruiamo un muro tra noi e la violenza di questa società, costruiamo una nuova società mattone dopo mattone!».

