Segui Kritica su Google
Aggiungi Kritica tra le tue fonti preferite.
«La lotta per la casa è qualcosa che ha a che vedere con la dignità umana». Così Waringa Wahome, avvocata del legal hub del Mathare Social Justice Centre, introduce uno dei temi che più sta a cuore agli attivisti dell’insediamento informale della periferia di Nairobi.
A Mathare vivono oltre mezzo milione di persone, su un’area di soli tre chilometri quadri. La dicitura “insediamento informale”, i cosiddetti slums che caratterizzano molte delle periferie delle grandi capitali africane, indica l’assenza di infrastrutture – come tubature dell’acqua, fognature, servizi di qualsiasi genere – e di edifici abitativi permanenti. Il palazzo del Mathare Social Justice Centre è uno dei pochi in cemento, che si staglia sulle strutture in eternit. All’interno, si condensano i collettivi e le associazioni di quartiere che si fanno carico di organizzare e mettere in pratica le rivendicazioni politiche e sociali rimaste inascoltate dallo Stato. Tra queste spiccano il diritto all’abitare, all’acqua potabile, alle fognature e a una gestione pubblica dei rifiuti.
L’edilizia popolare è inesistente, le costruzioni metalliche, in cui trovano riparo i residenti, sono costantemente esposte ai rischi ambientali legati all’inefficienza del sistema di drenaggio dell’acqua, e all’instabilità degli argini dell’affluente del fiume Nairobi che attraversa l’insediamento. Durante la stagione delle piogge, che si verifica tendenzialmente tra marzo e aprile, ogni anno perdono la vita innumerevoli persone. Solo dal 2024 a oggi, sono centinaia le vittime delle alluvioni. O meglio, dell’inadeguatezza della struttura urbana di Mathare rispetto agli eventi climatici estremi. «La risposta del governo nel 2024, quando il fiume Nairobi ha straripato e travolto l’area circostante, è stata di sfrattare gli abitanti e demolire le case considerate a rischio. Con sole 24 ore di preavviso e senza provvedere una sistemazione alternativa», spiega ancora Wahome. «A novembre dello stesso anno abbiamo vinto una causa contro la pubblica amministrazione che imponeva un risarcimento, da versare entro 120 giorni dal pronunciamento, nei confronti delle vittime. Questa misura non è mai stata applicata». Nel 2026, quando la pioggia caduta tra il 6 e il 7 marzo ha ucciso altri sette residenti di Mathare, il governo e la contea di Nairobi hanno promesso tra i 47 e gli 80 miliardi di shellini da allocare al miglioramento del sistema di drenaggio dell’acqua in tutto il paese.
«La questione», spiega l’avvocata, «è che parliamo di aree urbane che non sono neanche sottoposte a censimento, migliorare il sistema di drenaggio senza organizzare un’edilizia popolare su larga scala non risolverà il problema. La gente continuerà a convogliare le proprie acque nere sulla strada o verso il fiume, perché non ha alternative percorribili».
Questa condizione è condivisa non solo dagli abitanti di Mathare, ma dal 60% della popolazione capitolina, che vede quasi due milioni di persone residenti negli slums. Kibera, il più grande del paese, ospita quasi un milione di persone su una superficie di 2,5 chilometri quadri. Gli insediamenti, che ospitano la fascia di popolazione più povera, crescono e si estendono allargandosi sui terreni che trovano liberi, senza certificati di proprietà.
È con questa scusa, ad esempio, che nel 2018 a Kibera il governo di Uhuru Kenyatta demolì trentamila abitazioni, per far posto ad una strada ad alto scorrimento che doveva collegare la periferia al centro città. Anche allora, sostenendo che i residenti non fossero proprietari di quei terreni, non fu previsto alcun indennizzo o collocazione alternativa. A Mathare invece, nel 2024, furono circa quattromila le famiglie sfrattate. Un pattern che i governi ripetono senza farsi carico dei diritti di chi abita gli slums. Lo stesso fenomeno lo abbiamo visto in questi mesi nello slum nigeriano Makoko.
In queste circostanze, però, la popolazione locale non subisce passivamente questi avvenimenti. A Mathare il centro sociale funge da punto di incontro e sviluppo concreto dei progetti di quartiere. I wastepickers si riuniscono e raccolgono i rifiuti, rivendendoli alle società di riciclo e creando così un principio di economia locale. L’Ecological Justice Network ripulisce le strade e bonifica l’area intorno al fiume, piantando alberi e verdura da mettere a disposizione della collettività. Il legal hub porta i diritti dei residenti in tribunale sensibilizza l’opinione pubblica sulle difficoltà e le ingiustizie della vita negli slums.

